A Cosenza le dichiarazioni dei pentiti valgono per tutti?

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Lo abbiamo scritto altre volte ma vale la pena ripeterlo. I pentiti a Cosenza valgono per tutti?

O meglio, ciò che raccontano i pentiti quando parlano dei politici suscitano la stessa attenzione dei Pm così come quando raccontano episodi prettamente criminali? Quello che vale per i mafiosi vale anche per i politici chiamati in causa dai pentiti?

E’ questo il tema del giorno a Cosenza. E’ di questo che radio marciapiede discute in queste ore. Generalmente per tutte le procure che si trovano di fronte a pentiti che chiamano in causa pezzotti politici, la tendenza è quella di  marginalizzare questo aspetto delle indagini.

Stralciare le loro posizioni dall’inchiesta con la scusa dell’approfondimento, per poi, ara riscurdata, insabbiare tutto. Lo abbiamo visto e sentito tante volte: ciò che vale per tutti gli altri cittadini che si trovano di fronte alla Legge, mafiosi e non, per i politici non vale.

La Legge per loro è un po’ più uguale che per gli altri. E infatti non è difficile trovarsi di fronte a sentenze o magistrati che ragionano in questo modo: ad un pluripregiudicato puoi imputare o accusare quello che vuoi che tanto anche se non l’ha fatto e viene condannato lo stesso non c’è pericolo di errore, perché qualcosa da nascondere ce l’ha di sicuro.

Corte_di_Appello_di_Catanzaro-e1449643510177 Magari reati che ha commesso in passato e che non sono stati scoperti. Dunque per lui non sarà mai una pena ingiusta, perché di “sicuro” è in debito con la Giustizia. Questo succede anche quando a carico dell’imputato super mafioso e super pregiudicato non sussistono gravi indizi di colpevolezza e le parole dei pentiti non hanno trovato riscontro nel procedimento penale a suo carico e nella fattispecie di uno specifico reato a lui imputato. Sconta adesso la pena, anche se per questo reato andrebbe assolto, per quello che di “sicuro” ha commesso in passato. Una aberrazione giuridica.

Mentre per il politico questo ragionamento non può essere applicato. Per lui, le sole dichiarazioni del pentito potrebbero non bastare. A differenza del mafioso pluripregiudicato che si può condannare a prescindere, con il politico bisogna andarci con i piedi di piombo. Bisogna usare tutte le garanzie del caso e nulla deve essere lasciato al caso e men che meno alla libera interpretazione.

Maurizio Rango e Franco Bruzzese
Maurizio Rango e Franco Bruzzese

Tutto deve essere argomentato e riscontrato ed ogni parola del pentito deve essere vivisezionata. Per il politico  il riscontro concreto va esibito, mostrato, certificato. Altrimenti è solo millanteria, e non si può processare un degno appartenente alla società civile solo sulla parola di un mascalzone, ladro, e magari pluriassassino. Anche se il giudice volesse comportarsi così come si comporta con il plurimafioso condannandolo lo stesso anche senza riscontri, non lo può fare perché di sicuro il politico non ha conti in sospeso con la Giustizia. Questo al politico gli si deve a prescindere. Anche quando la “fama” di intrallazzino dello stesso è patrimonio collettivo.

Faccio un esempio: se Lamanna dice di aver consegnato un chilo di droga al pregiudicato Tal dei Tali, il 10 ottobre del 2011 alle 15,30, nel magazzino in via Del Fosso n.0, senza nessun altro testimone, come si fa a verificare e a riscontrare se quello che il pentito dice è vero?

La droga non c’è, una registrazione non c’è, testimoni non ce ne sono,  l’unica prova è la parola del pentito, e nella “perversione giuridica”, la “personalità” dell’imputato. In sostanza, se l’informativa della questura dice che l’imputato è dedito allo spaccio, e magari è anche specifico ed infraquinquennale per quel che riguarda la tipologia del reato, ecco che allora la dichiarazione del pentito diventa verosimile, e si può anche condannare il pluripregiudicato. Magari per rendere più sostenibile il tutto ci accucchi altri pentiti che sostengono la stessa cosa, e la prova è trovata.

occhiutomannapaoliniVediamo invece quando l’accusa del pentito è rivolta ad un politico: se un pentito di mafia dice che il politico gli ha dato dei soldi, giorno 5 marzo del 2011 alle ore 14,30 davanti al Bar Il Caffè, in cambio di voti e altri favori – che non è cosa diversa dal dire “gli ho dato un chilo di droga a quel pluripregiudicato” –  come si fa a capire se il pentito dice la verità? Perché come nel caso della droga, i soldi non ci sono,  testimoni neanche, una registrazione nemmeno, e allora che succede?

Come fa la procura a produrre riscontro su una affermazione di questo tipo? E’ impossibile. E’ la parola del pentito contro quella del politico. Bisogna però vedere come si materializza il do ut des. Se è solo di denaro che si parla sarà impossibile provarlo. Ma se lo scambio è anche, che so, un posto di lavoro per 3 amici lì, altri 2 posti là, una struttura pubblica data senza rispettare le regole e cose così, allora, se il magistrato è onesto e serio può farcela a processare il politico, perché può trovare i riscontri, altrimenti finisce tutto come sempre a tarallucci e vino.

Oppure, sempre se il magistrato è sincero, può mettere insieme 4/5 pentiti che all’unisono ripetono la stessa cosa, circostanziando altri eventi criminosi che vanno tutti nella stessa direzione, e la prova è formata. Diversamente non c’è niente da fare.

La logica applicata al pluripregiudicato non si può applicare al politico. Anche se questi è riconosciuto dalla comunità come un intrallazzino che compra voti. Non lo si può condannare per quello che di lui dice la gente. Lui no, il mafioso e i disgraziati si.

E’ questo quello che dice la gente per strada: nella retata che si paventa, in seguito alle dichiarazioni di tutti questi pentiti, ad essere arrestati e condannati saranno solo malandrini e disgraziati chiamati in correità da assassini e criminali, loro pari. Gli stessi che chiamano in causa anche i politici ma che per loro, al pari di elementi indiziari con i mafiosi,  non ci sarà nessuna conseguenza. Si sa che da noi la Legge è sempre un po’ uguale solo per loro.

GdD