A3, l’autostrada di Giacomo Mancini: 50 anni di luci e ombre

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In queste ore si è tornato a parlare e scrivere, come capita sempre periodicamente, dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Dal 1974, anno della prima vera inaugurazione, se ne saranno succedute un’altra decina, tutte false e farlocche.

La memoria storica ci impone di ricordare il percorso che ha portato all’autostrada Salerno-Reggio Calabria, ovviamente pieno di luci e ombre e con un grande protagonista: Giacomo Mancini.

L’AUTOSTRADA DI GIACOMO MANCINI

C’è un’opera per la quale Giacomo Mancini sarà ricordato anche sui libri di storia: l’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria. Che per tutti è l’autostrada «di Giacomo Mancini», colui che riesce a far accantonare il tracciato tirrenico della Salerno-Reggio Calabria a favore dell’entroterra, cioè della sua Cosenza.

Concepita dalla legge 729 nel 1961, è affidata all’Anas. Il costo complessivo previsto è di 180 miliardi di lire e si decide che sulla Salerno-Reggio Calabria – come “risarcimento ideale” ai meridionali e incentivo alla mobilità – si sarebbe viaggiato gratis.

I lavori per costruire l’autostrada Salerno-Reggio Calabria iniziano nel 1964.

Il percorso lo sceglie la politica. Giacomo Mancini e Riccardo Misasi, per proteggere Cosenza, obbligano l’Anas a optare per la via interna al posto delle due costiere, quella ionica o quella tirrenica. Il problema che la via interna impone è il superamento della catena montuosa della Sila. Si tratta di 40 km in più, di cui più della metà in galleria, che fanno lievitare il costo dell’opera.

In particolare, viene approvato il progetto dell’A3 nella Valle del Crati, che rispetto al tracciato originario, quello litoraneo, ha comportato un allungamento della lunghezza complessiva dell’autostrada, come dicevamo, di 40 km, con 45 km di viadotti in più rispetto a quanti non ce ne sarebbero stati lungo il mare, e con 22 km di gallerie in più: sono moltiplicati oltremodo i costi, oltre ai disagi per i viaggiatori.

L’autostrada è così costretta a salire fino ai 1.027 metri sul livello del mare di Campotenese per scalare il Pollino, e sui 643 metri sul livello del mare di Piano Lago per passare, più a sud, in mezzo a Sila e Catena Costiera: luoghi impervi, di collina o montagna, dove d’inverno nevica sempre e dove le piogge sono frequenti e violente.

L’Anas deliberò l’esecuzione del tracciato interno in un consiglio d’amministrazione a parere di molti non regolarmente convocato, in assenza del rappresentante della Regione Sicilia – Giuseppe Tesoriere, tra i più competenti esperti di ingegneria stradale in Italia, e di quelli del Cnel e della Cassa per il Mezzogiorno. Anche la Sicilia, infatti, soffre oggi lo stato di cose sull’A3, lamentando – giustamente – l’assoluta inadeguatezza del tracciato.

Se Mancini non fosse intervenuto, Cosenza sarebbe rimasta tagliata per sempre fuori dallo sviluppo dei collegamenti viari.

«Nel 1964 – ricorda il figlio Pietro – il governo di centrosinistra Moro-Nenni, con ai Lavori Pubblici un ministro calabrese, il socialista Giacomo Mancini, decise di finanziare la costruzione di un’autostrada, che collegasse il resto dell’Italia alla Calabria, regione fino a quel momento considerata “l’Isola nella Penisola” o “la terza Isola”, perché gli aspri rilievi montuosi non permettevano di raggiungerla facilmente. L’autostrada fu completata tra il 1972 e il 1974 – ricorda – 8 anni dopo l’avvio dei lavori, benché il tracciato prevedesse un territorio, geologicamente, complesso – per la scelta, strategica, dei progettisti e non certo sulla base di indimostrabili esigenze “clientelari”- e dovette superare le catene montuose del Pollino e della Sila, per interrompere l’isolamento, va sottolineato, di molti comuni, calabresi e lucani. Per accelerare i lavori e impedire che l’autostrada si fermasse a Eboli, come Cristo nel libro di Carlo Levi – dice ancora il figlio Pietro – il ministro Mancini superò le resistenze burocratiche, licenziando l’allora potente direttore generale dell’Anas, Giuseppe Rinaldi. Una dimostrazione, concreta, che, quando esiste la volontà politica, il Mezzogiorno non è destinato, a causa del destino, cinico e baro, a restare un cimitero di opere incompiute o ad attendere lustri, per interminabili quanti sterili discussioni, prima di vedere lo sviluppo e la modernizzazione, grazie a importanti infrastrutture”.

Non sono state tutte rose e fiori, però.

Il 1971 è l’anno del primo grande scandalo. Mancini, già presidente dell’Anas (dal 1964 al 1968) viene accusato insieme ad alcuni funzionari di aver truccato gli appalti. Con l’apertura di un fascicolo d’indagine per aste truccate e pagamento di tangenti da parte delle ditte appaltatrici.

Il periodico fascista “Il Candido” apre una campagna denigratoria contro Mancini, che comunque esce dalla vicenda senza nessuna conseguenza giudiziaria.

«Giacomo Mancini – dice il figlio Pietro – anche per aver dimostrato, in quella come in altre vicende, grinta, decisionismo e volontà di non narrare ma di fare, fu bersaglio di accuse false e diffamatorie. Che vennero montate dalla stampa di estrema destra, come hanno documentato stimati storici, ed utilizzate, anche da alcuni suoi “compagni”, per danneggiare, politicamente, un leader molto scomodo e avversato dai “poteri forti” dell’epoca».

Nel 1974, come accennavamo, la prima inaugurazione dell’autostrada Salerno-Reggio con un costo complessivo di 368 miliardi, più del doppio del preventivo iniziale. Ne sono seguite almeno altre DIECI, l’ultima delle quali ad opera di questi due incapaci di Gentiloni (fuori dai maroni) e Delrio…