Aboliamo la Massoneria? La provocazione de “L’Espresso”

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 L’Espresso, Venerdì 10 Febbraio 2017

Aboliamo la Massoneria
Un’inchiesta politica e giudiziaria senza precedenti dai tempi della P2 mette sotto scacco il mondo degli incappucciati. E la commissione Antimafia vuole  i nomi degli affiliati. Era ora. Ma non basta

di GIANFRANCESCO TURANO

Abolire la massoneria? Nessun esponente delle istituzioni può rispondere sì in modo formale. Non le procure, né la commissione parlamentare antimafia. Ma le loro indagini hanno stretto i liberi muratori in una morsa politico-giudiziaria senza precedenti dai tempi della P2 (marzo 1981) quando Licio Gelli, il Venerabile per eccellenza, gestiva un potere occulto, alternativo allo Stato democratico, raccogliendo un’oligarchia di deputati, ministri, generali, imprenditori e criminali che si erano sottratti alle leggi della Repubblica.

Oggi i parlamentari sono spariti, almeno così dicono i Maestri. Ma i guai giudiziari rimangono. Forse perché in 35 anni la legge 17 del 1982 sulle associazioni segrete, firmata da Tina Anselmi e da Giovanni Spadolini, non certo un massonofobo, è rimasta inapplicata. I due tentativi fatti nel 1992 dal procuratore di Palmi, Agostino Cordova, e negli anni Duemila dall’allora pm di Catanzaro Luigi De Magistris (inchieste Why not e Poseidone), non hanno raggiunto risultati significativi.

Rosy Bindi

Tre decenni e mezzo dopo Tina Anselmi, la presidente dell’Antimafia Rosy Bindi ha chiesto, come fece Cordova nel 1992, l’esibizione degli elenchi ai Gran Maestri con scadenza 8 febbraio.

Le resistenze opposte dalle due obbedienze più frequentate, il Grande Oriente d’Italia e la Gran Loggia degli Alam (antichi liberi accettati muratori), hanno seri appigli giuridici nella libertà di associazione prevista dalla Costituzione, più che dalla legge sulla privacy ed è prevedibile che lo scontro durerà a lungo.

Di certo Gelli, a poco più di un anno dalla sua morte, sembra avere seminato anche troppo bene. Come alla fine dell’Ottocento, è tornato di moda il motto del garibaldino e deputato Felice Cavallotti: «Non tutti i massoni sono delinquenti, ma tutti i delinquenti sono massoni».

Licio Gelli

La cronaca sembra confermare il teorema. In Calabria le inchieste Meta, Lybra, Decollo Money, Purgatorio, Fata Morgana, solo per citarne alcune, rivelano una compenetrazione fra ’ndrangheta e massoneria dove la seconda avrebbe inglobato la prima, come ha sintetizzato in una celebre intercettazione il boss di Limbadi Pantaleone Mancuso “Vetrinetta”. In Sicilia, nel trapanese in particolare, il binomio fra grembiuli e Cosa nostra sembra solido quanto lo è in Calabria.

A Roma Giulio Occhionero, ingegnere informatico e hacker con server negli Stati Uniti, arrestato a gennaio, spiava politici, manager ed esponenti dell’intelligence, senza dimenticare circa 300 suoi fratelli del Grande Oriente d’Italia (Goi).

Siena, la città del Gran Maestro del Goi Stefano Bisi, è stata scossa da uno scandalo ad alta densità massonica come quello del Monte dei Paschi, che ha coinvolto lo stesso Bisi. E l’aeroporto della città del Palio, un’avventura chiusa con un buco da 9 milioni di euro, ha travolto la società di gestione presieduta da Enzo Viani, l’uomo che amministra l’immobiliare del Goi (Urbs).

Anche il crac della Bf dei costruttori Roberto Bartolomei e Riccardo Fusi, molto vicino a Denis Verdini, ha coinvolto alcuni iniziati fra le colonne di Jachin e Boaz.

Perfino il tormentato caso Cucchi ha visto la fallita ricusazione da parte della famiglia del perito e medico legale Francesco Introna, massone in sonno.
Vietato generalizzare, certo. I massoni si sono difesi attaccando le magagne dei partiti o dei preti pedofili. Ma i partiti non si sono mai più ripresi sul serio dallo choc di Tangentopoli e la Chiesa, quanto meno, si è dissanguata in cause di risarcimento.

La massoneria, invece, prospera a dispetto degli scandali. In alcune zone, forse proprio grazie alla sua aura di impunità e riservatezza, oltre alla capacità di fornire una rete relazionale a livello nazionale e internazionale.
Anche ai vertici della libera muratoria qualcuno teme che le logge abbiano accolto un tasso di criminali superiore alla media e che le tegolature, come i massoni chiamano i controlli di ingresso sui candidati o “bussanti”, siano state poco conformi alle norme edilizie del Gadu, il grande architetto dell’universo sul quale l’iniziato deve giurare.

Statistiche e interpretazioni

Ettore Loizzo

Tutti i Gran Maestri negano in modo risoluto che esistano logge segrete e che sia ancora in voga l’iniziazione all’orecchio (o “sulla spada”) nota soltanto al Venerabile che guida la loggia. Sono anche concordi nel riferire la grande crescita di iscrizioni all’aumento delle vocazioni esoteriche, in una fase di crisi dei valori.

Qualunque sia il motivo, i dati raccontano una storia di successo. Nel 1992, in piena tempesta Cordova, quando il gran maestro cosentino Ettore Loizzo denunciava all’allora numero uno del Goi Giuliano Di Bernardo che 28 logge calabresi su 32 erano in mano alla ’ndrangheta, i fratelli in Calabria erano circa 800 su circa 9 mila affiliati in Italia.

Dopo il boom di iscrizioni a livello nazionale durante i 15 anni di granmaestranza di Gustavo Raffi (21 mila in 802 logge), l’attuale Gran Maestro Stefano Bisi ha dichiarato che su 23 mila iscritti al Goi in 805 logge (dati al 31 dicembre 2015) ce ne sono 2634 in Calabria e 2208 in Sicilia. Il 21 per cento degli affiliati è nelle due regioni più a sud dell’Italia. Le logge calabresi sono passate dalle 32 dei tempi di Loizzo alle attuali 80. La stessa proporzione (21 per cento) vale per la Gran loggia regolare d’Italia, obbedienza fondata da Di Bernardo e retta da Fabio Venzi con 2400 iscritti in Italia.

Ingiustizia massonica

La giustizia interna alla massoneria, esercitata in parallelo con quella dello Stato o “profana”, è un tema chiave dello scontro. Per quanto i giuramenti sulle costituzioni dei liberi muratori siano abbinati alla dichiarazione di fedeltà alla Costituzione della Repubblica e alla presentazione di certificati giudiziari e di carichi pendenti, l’indulgenza della giustizia massonica è un dato di fatto. Il timore è che questa inclinazione al perdonismo si estenda alle aule dei tribunali ordinari quando un fratello giudica un fratello o alle commissioni parlamentari quando un fratello scrive una legge che può favorire altri fratelli.

Anche su questo i Gran Maestri, alle domande di Rosy Bindi, hanno dato una risposta compatta: nelle logge non ci sono magistrati, che non possono starci pena censura del Csm, e non ci sono parlamentari.
Dipendenti pubblici sì, militari sì, professionisti in abbondanza e persino qualche sacerdote, ma nessuna traccia degli oltre 100 deputati e senatori che furono trovati negli elenchi della P2.

E i santisti? Mai sentiti nominare, hanno risposto compatti i Gran maestri a proposito degli esponenti riservati del crimine organizzato. Nemmeno del progetto separatista al Sud, durante la transizione fra Prima e Seconda Repubblica, si è parlato direttamente nell’aula della Commissione a palazzo San Macuto. Se ne stanno occupando i magistrati fra Sicilia e Calabria tirando le fila di una tradizione che inizia con il massone Andrea Finocchiaro Aprile, antifascista e leader indipendentista, figlio di Camillo, carbonaro, massone e ministro del Regno.

Anche sui picciotti ordinari di Cosa nostra e ’ndrangheta la giustizia massonica è stata piuttosto pigra. A fronte dell’emergenza mafiosa, Raffi e Binni hanno demolito in 17 anni tre logge nel reggino (Caulonia, Brancaleone, Gerace) e una nel Lazio, per insufficienza di iscritti. Un altro caso è significativo. Nel 1992, mentre reggeva il Goi, Di Bernardo ha abbattuto la Rispettabile Loggia Colosseum di Roma, creata nell’immediato dopoguerra per accogliere gli agenti della Cia operativi in Italia. Il più noto era Frank Gigliotti, calabrese emigrato negli States.

LA DENUNCIA DI AMERIGO MINNICELLI

Amerigo Minnicelli

È un bilancio striminzito e, in materia di giustizia massonica, Di Bernardo ha confermato all’Antimafia che la condanna è un caso straordinario. In genere, si censura, magari si sospende. «Alla fine, tutti assolti». Le due eccezioni note sono quelle di Gelli, cacciato dopo lo scandalo P2 con un processo giudicato sommario e scorretto dallo stesso Di Bernardo, e Amerigo Minnicelli da Rossano (Cosenza), promotore di una lettera a Raffi nell’ottobre 2011 dopo l’inchiesta penale Decollo Money (riciclaggio e narcotraffico fra Italia e San Marino), che coinvolgeva l’imprenditore massone calabrese residente in Umbria Domenico Macrì.

A fine gennaio Minnicelli ha consegnato all’Antimafia la lettera, firmata da altri trenta fratelli dissidenti rispetto alla gestione del numero uno regionale Marcello Colloca. L’Espresso ha potuto leggerla. Nella lista delle richieste a Raffi, che includono la consegna delle liste alla Direzione distrettuale antimafia, risalta il punto 3: «Non accada che i fratelli vengano “risvegliati” in Orienti diversi da quelli di loro provenienza».

Tradotto in linguaggio profano, si sottolinea la fluidità eccessiva nei passaggi da una loggia all’altra di iniziati che hanno avuto problemi con la giustizia ordinaria o massonica. Né è pensabile che gli agenti segreti della Colosseum si siano iscritti alla bocciofila di quartiere dopo l’abbattimento della loggia da parte di Di Bernardo.

Giuliano Di Bernardo

L’ex Gran maestro del Goi e della Gran loggia regolare d’Italia, unica riconosciuta dalla Gran Loggia Madre di Inghilterra fondata tre secoli fa (1717), è uno dei quattro testimoni-chiave della Procura di Reggio Calabria, guidata da Federico Cafiero de Raho, nella sua inchiesta per associazione segreta ribattezzata Gotha dopo l’unificazione di cinque procedimenti (Fata Morgana, Araba Fenice, Sistema Reggio, Rhegion e Mammasantissima). Gli altri quattro sono tre collaboratori di giustizia siciliani: Tullio Cannella, Gioacchino Pennino e Antonio Calvaruso, che ha indicato il boss Leoluca Bagarella come uno dei pochissimi in Cosa nostra a conoscere la componente apicale segreta, e unificata, del crimine calabro-siculo infiltrato nei templi dei liberi muratori.

Di Bernardo, 76 anni, è stato pubblicamente criticato dal successore Venzi per non avere tentato di ripulire il Goi dall’interno. Di sicuro ha molto da rievocare dei suoi 55 anni di militanza frammassonica. Ne ha dato prova all’antimafia parlando di un fallito traffico d’armi con il presidente del Togo, che al tempo era Gnassingbé Eyadéma, massone come molti leader della cosiddetta Françafrique. Il business sarebbe stato gestito dal suo predecessore alla guida del Goi. In audizione Di Bernardo non lo ha mai nominato ma è Armando Corona, il professionista cagliaritano chiamato a guidare il Grande Oriente dopo lo scandalo P2.

Corona è scomparso nel 2009, quattro anni dopo Eyadéma. Ma i Fratelli d’Italia sono spesso coltelli, da vivi e da morti.

LA REPLICA DELLA MASSONERIA

Per dovere di cronaca, riportiamo la replica della Massoneria a L’Espresso.

(ANSA) – ROMA, 13 FEB – “Dispiace e preoccupa che un settimanale di grandi tradizioni, entrato nella storia, per le grandi battaglie fatte nel corso dei suoi 62 anni di vita, quali il divorzio, i diritti civili, le denunce contro corruzione e malaffare, diretto da uomini di solidi principi laici, abbia deciso di cavalcare una straordinaria tigre di carta”.

A scriverlo è il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Stefano Bisi, replicando a un’inchiesta pubblicata su L’Espresso in edicola in cui si fa il punto sulle recenti indagini giudiziarie che hanno coinvolto a vario titolo iscritti alle ‘obbedienze’.

“Quando si arriva addirittura a fare titoli come ‘Aboliamo la Massoneria’ e si guarda ad essa con puro intento ideologico per colpire la culla del libero pensiero, ebbene credo che la base della Democrazia e l’ associazionismo siano davvero a rischio.
Mentre l’Italia – fa notare Bisi – è avvitata in una crisi senza fondo, mentre, purtroppo, i partiti politici sono sempre più in crisi e rischiano di essere superati dal demagogico populismo di alcuni movimenti, ecco che con stupore l’ attenzione si concentra all’improvviso sulla Libera Muratoria che per qualcuno continua ad essere un comodo e sicuro rifugio dove nascondere i reali problemi del Paese.

Dalla richiesta immotivata di consegna degli elenchi da parte della Commissione Antimafia, al becero e antigiuridico tentativo di non farci restituire persino i documenti dell’Inchiesta Cordova archiviata nel 2000, a questa morbosa attenzione mediatica, l’idea di caccia all’uomo esce sempre più rafforzata.

Ma i liberi muratori del Grande Oriente d’Italia hanno saputo superare ben altro, non soccombendo ai fascisti e ai disfattisti che sempre tramano nell’ombra. Ora, di fronte a questo ennesimo maldestro tentativo di screditare la Massoneria e di metterla in una gabbia, saranno pronti a battersi in tutte le sedi perché non venga leso il più grande diritto contenuto anche nella nostra Costituzione: il diritto del libero pensiero che da trecento anni i liberi muratori hanno come stella polare. Non ci faremo intimorire e condizionare da nessuno”, conclude Bisi.

(ANSA)