Acri, la deriva (politica) di Feraudo: da Di Pietro al Cinghiale

Advertising

Per la successione a Nicola Tenuta sulla poltrona di primo cittadino di Acri, il Cinghiale ha “nominato” Maurizio Feraudo, acrese doc, avvocato con un passato politico importante e da sette lunghi anni messo ai margini per una serie di vicissitudini che ne hanno minato la credibilità politica.

Quella politica che appassiona Feraudo da sempre, anche se è diventata un impegno costante solo dal 1994. È l’anno in cui, secondo la sua biografia, entra nel consiglio comunale di Acri grazie a “Insieme per Acri”, movimento che ha fondato e che lo ha guidato fino alle soglie del dipietrismo. Grazie al boom di Italia dei Valori, il partito fondato dall’ex pm di Mani pulite Antonio Di Pietro, Feraudo fa il suo ingresso in consiglio regionale nella legislatura guidata da Agazio Loiero.

Feraudo è stato consigliere regionale di Italia dei Valori dal 2005 al 2010 ed è stato il leader calabrese di Di Pietro. Ma la sua stella si è affievolita ben presto. Pensate che Feraudo è finito addirittura nelle grinfie (si fa per dire) dell’integerrimo Antonio Bruno Tridico, pm di Cosenza noto come l’insabbiatore, che l’ha indagato per concussione perché avrebbe preteso dai collaboratori della sua struttura nel Consiglio regionale una percentuale delle loro retribuzioni.

Alessio Lizzano

Il suo errore più grande è stato quello di prendersi a carico Alessio Lizzano, che è diventato in breve tempo il dominus della struttura politica di Maurizio Feraudo. Lizzano è stato condannato a un anno dal Tribunale di Reggio Calabria (competente sul Consiglio regionale calabrese) per una storiaccia di rimborsi erogati dalla Regione per missioni fantasma da Acri (il paese di Feraudo appunto) a Reggio Calabria tra l’estate 2005 e fine 2007. 

Il processo che ha portato alla sua condanna era nato dalla denuncia di un ex collaboratore di Feraudo, Andrea Scaglione, entrato come autista nello staff del consigliere Idv dopo le Regionali del 2005. Poi lo strappo. Tanto che Scaglione si era addirittura autoaccusato, sostenendo che Feraudo lo aveva costretto a versargli delle somme di denaro dietro la minaccia del licenziamento.

La procura di Cosenza (per far vedere la sua “intransigenza” ma si fa sempre per dire) aveva aperto un’inchiesta sulla presunta concussione. Il tribunale reggino ha indagato Feraudo e altri quattro collaboratori (lo stesso Lizzano, Salvatore Straface, Pierluigi Candia e Salvatore Cozzolino) per falso e truffa. E poi ha condannato solo Lizzano assolvendo tutti gli altri.

Il gip di Cosenza (e che ve lo diciamo a fare?) aveva archiviato la posizione di Feraudo, «salvato» dalla dicitura apposta sulle ricevute «visto e accertato l’avvenuto regolare espletamento delle missioni ne propone la liquidazione». Secondo i magistrati cosentini ad alterarle materialmente sarebbe stato l’ex autista (che ha patteggiato 10 mesi e 800 euro di multa) mentre secondo Scaglione Feraudo avrebbe comunque incassato le somme indebite.

Il dubbio rimane ma formalmente Feraudo è uscito bene dal caos giudiziario e ha regolarmente denunciato Scaglione per calunnia. oltre che tale Marsili Daniela, la quale il 22 gennaio 2007, dinanzi al pm De Magistris della procura di Catanzaro, aveva riferito di episodi di concussione facendo espresso riferimento al consigliere Feraudo.

Alle Regionali del 2010 il partito di Di Pietro farà flop e per Feraudo iniziano anni di oscurantismo e marginalità: di lui non si ricorda più nessuno.

Ma se è vero che il raggiungimento del vitalizio è il coronamento di ogni carriera politica che si rispetti, bisogna ammettere che Maurizio Feraudo ha raggiunto il traguardo con un certo anticipo. Scegliendo di ottenere un assegno mensile che vale il 40% della quota massima prevista, Feraudo è arriva alla pensione (politica) a soli 55 anni (oggi ne ha 56). Basta una sola legislatura a garantirsi uno sconto di una dozzina di anni rispetto ai comuni cittadini.

Feraudo è stato a Palazzo Campanella dal 3 aprile 2005 al 27 marzo 2010: 4 anni, 11 mesi e 24 giorni che verranno arrotondati a cinque, come prevede la legge che regola l’accesso ai vitalizi da parte degli ex consiglieri. L’assegno, in realtà, sarebbe scattato al compimento del sessantesimo anno, ma Feraudo ha scelto di accedere al bonus cinque anni prima, accettando una ulteriore riduzione del 25%. Così, dal 1° marzo 2016 all’ex inquilino dell’Astronave – è stato anche membro del Comitato misto paritetico per le Servitù militari della Calabria – spettano 2.808 euro al mese «al lordo delle ritenute di legge».

Questo il “curriculum” di uno dei consiglieri regionali più inutili che la Calabria abbia mai avuto. Dopo sette anni di oblio, però, ecco che qualcuno si ricorda di Feraudo e – sputa che ci indovini – ecco materializzarsi l’ombra del Cinghiale alla sua porta. C’è da sostituire Nicola Tenuta, che ha combinato un sacco di casini, e non c’è molta scelta e molte alternative per Tonino Gentile. Feraudo, da politicante astuto, si era preparato adeguatamente il terreno e al momento giusto è riuscito a piazzare la sua candidatura.

Feraudo, come da copione cinghialesco, sta mantenendo un profilo basso e non è neanche aggressivo nei confronti della candidata trematerriana. Lavora sottobanco, come da vecchia tradizione, e spera nel carisma dell’animale, che spesso e volentieri da queste parti ha fatto miracoli. Specie adesso che Trematerra è azzoppato da mille sospetti e che il centrosinistra è in caduta libera dappertutto. E così Feraudo, da Di Pietro è andato a finire col Cinghiale: com’è strana la politica!