Alfredino Citrigno: essere “Umano” o essere fallito?

Il Premio "Cultura dell'Umanità" ad Alfredo Citrigno

La Calabria è terra di talenti: fertile territorio di cervelli fini e sapienti letterati, capaci scrittori e imprenditori coraggiosi e visionari. In ogni angolo della regione, per celebrare questo ingegno raro, c’è già pronto un palchetto e un microfono a filo per la consegna di qualche riconoscimento che sia targa economica o gioiello di Gerardo Sacco.

Di solito, gli organizzatori di eventi, prediligono di gran lunga nomi mediterranei che richiamano la Magna Graecia, qualche eroe epico, una dea guerriera o una colonna arcaica.

Ma quello che è stato consegnato a Catanzaro ieri punta molto, molto più in alto.

Il premio “Cultura dell’Umanità” odora di Nobel se non anche di Oscar, e chi poteva esserne insignito se non lui, il giovane imprenditore dalla vista lunga e il risvolto in evidenza, l’editore-coraggio poi coraggiosamente evaporato, il ragazzo dal cuore grande e i pantaloni troppo stretti, il portafoglio rigido e la passione per le mentine (specie se offerte da qualcun altro)?

A stringere il premio è stato proprio Alfredino Citrigno, l’erede del grande impero Citrigno. Il J.R. di Muoio Piccolo è cresciuto, lontani i tempi dei furgoli al Jungle, ed è salito sul palco con una barba incolta da naufrago e il sorriso fisso, per ricevere, commosso, il premio “Umanità” neanche fosse Gino Strada.

«Questo importante riconoscimento – ha detto con la sua voce bassa e tremula – ci dà lo sprono giusto per continuare nel nostro impegno». Che questo “sprono” si traduca anche nel pagamento delle mensilità arretrate, e mai corrisposte, ai giornalisti de L’Ora della Calabria non è dato ancora saperlo.

Eppure la data del 17 marzo è vicinissima. Il 17 marzo è il giorno in cui potrebbe essere dichiarato il fallimento della C&C (Citrigno e Citrigno) il gruppo che editava L’Ora della Calabria di cui Alfredino è il capo. I giornalisti, all’epoca, siamo nella primavera del 2014, non solo si trovarono senza un lavoro all’improvviso ma anche senza le spettanze di fine rapporto e le ultime mensilità che, per legge, un’azienda è tenuta a pagare.

La liquidazione arrivò sull’onda dei sequestri dei beni alla famiglia Citrigno. La quantificazione del patrimonio lasciò sbigottiti gli stessi giornalisti a cui era stato chiesto, meno di un mese prima della chiusura, di “sacrificarsi” abbassando ulteriormente i propri stipendi.

«Purtroppo non ce la faccio a pagare, o vi sacrificate ancora oppure chiudo» furono le parole di Alfredino durante una drammatica riunione con i giornalisti che gli votarono contro. Poco tempo dopo le agenzie batterono la notizia del maxisequestro di 100 milioni di euro in beni alla famiglia Citrigno.

I giornalisti non videro un euro, negli ultimi tre mesi, neanche da parte dell’agenzia pubblicitaria PubbliOra di Ivan Greco (che deteneva il 20% delle quote della C&C) che si dileguò.

La C&C non è ancora fallita ma solo in stand by. Nell’aprile dello scorso anno, nonostante il liquidatore continuasse a respingere le richieste economiche dei giornalisti, sottolineando la mancanza di denaro nelle casse, Bilotti avanzò una proposta economica, non negoziabile, ai giornalisti per chiudere la faccenda: sulla carta sembrava un discreto 40% ma in realtà i conteggi effettuati risultavano decisamente inferiori a quelli risultati da un ricalcolo effettuato successivamente. Risultato? I giornalisti avrebbero chiuso con appena il 20% delle spettanze.

La proposta venne naturalmente respinta in blocco e fu inoltrata istanza di fallimento nei confronti della società intestata ad Alfredo Citrigno che tra una settimana (salvo prevedibili meline) passerà dall’essere “Umano” all’essere fallito.