Alto Jonio, scorie interrate: impennata di tumori

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«Questo post e dedicato ai miei concittadini che abitano nell’Alto Jonio cosentino: troppi casi di tumori stanno arrivando, tutta gente tra 40, 50 e 60 anni. Comincio a preoccuparmi per i nostri figli. C’è qualcosa che non va. È un allarme, credetemi».

Lo gridava con dolore qualche mese fa Pasquale Brunacci, da quaranta anni infermiere all’Istituto Nazionale Tumori di Milano, dov’è pure delegato sindacale. Non snocciolava dati scientifici ma dava voce alle troppe lacrime calabresi e in particolare sibarite raccolte nel suo impegno quotidiano in corsia. E dal suo profilo Facebook, la piazza virtuale sulla quale più volte dalla Calabria si sono alzati allarmi e richieste di aiuto (Crotone e Gioia Tauro su tutte), scuoteva i cittadini invitandoli a pretendere chiarezza sulla salute ambientale, magari ammettendo che questa anomala incidenza di neoplasie sia legata ai troppi veleni negli anni passati scelleratamente interrate.

Brunacci citava casi a iosa: da Alessandria del Carretto e Rossano, Corigliano, Trebisacce e dalle altre comunità dell’Alto Jonio e del resto della Sibaritide. Tra l’altro con un ampio spettro di patologie: leucemie, tumori ai polmoni, all’esofago, all’apparato orofaringeo, alla prostata. «Non sono numeri normali, a mio parere. E comunque – insiste l’operatore medico-sanitario – non è saggio né giusto mettere la testa sotto la sabbia. Controllare è nell’interesse di tutti, perché tra l’altro manca un registro dei tumori quindi non ci sono statistiche ufficiali».

La sua denuncia sui social ha colto nel segno, almeno tra la gente comune. Molti gli hanno scritto chiedendogli di partecipare a convegni utili a rialzare l’attenzione su un allarme che la Sibaritide soffre da decenni. Da quando, a fine anni ’90, fu alzato il coperchio su un vaso di Pandora colmo di veleni. Fu l’allora pm di Catanzaro, Luigi de Magistris, nel ’98, a condurre la prima inchiesta sullo smaltimento illecito di scorie provenienti dalla Pertusola di Crotone. Furono indagate diciannove persone che avrebbero dovuto smaltire tonnellate di rifiuti di ferriti di zinco secondo la legge, trasferendole all’Alcoa di Porto Vesme, ma poiché costava troppo le miscelarono banalmente a terriccio sotterrandole nella piana.

I ritardi nell’inchiesta provocarono nel 2007 la prescrizione dei reati. Un troncone relativo al disastro ambientale per l’illecito stoccaggio dei veleni in siti agricoli di Cassano all’Jonio, Cerchiara di Calabria e Francavilla Marittima, trasferito al tribunale di Castrovillari, si chiuse nel 2008 con assoluzioni per «non aver commesso il fatto» e ancora per prescrizione. Nel 2013 altri depositi illegali di ferriti sono stati individuati nelle campagne di Sibari, in una più ampia discarica abusiva tra campi coltivati.

Lo scorso ottobre 2016 è stata formalmente chiusa la bonifica di migliaia di tonnellate di ferriti di zinco a Cassano e Cerchiara ma si teme ci siano altri veleni nascosti non si sa dove. In passato la procura di Castrovillari chiese aiuto a «chi sa». Stesso appello lo scorso autunno hanno fatto i sindaci. Ma il silenzio resta tombale.

Fonte: Avvenire – Domenico Marino