Anelante, il ritorno di Antonio Rezza al TAU

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Anelante, il ritorno di Antonio Rezza al Teatro Auditorium Unical.

Il nuovo appuntamento con la stagione del Teatro Auditorium Unical segna il ritorno di Antonio Rezza e Flavia Mastrella all’Unical. I due artisti, che vantano una collaborazione ormai trentennale, sono stati più volte presenti nel campus universitario in passato (la prima volta risale al 1998, come ricorda al numeroso pubblico, tra gli applausi, lo stesso attore a fine rappresentazione), dove hanno portato i loro spettacoli (“Io”, “Pitecus”, “Fotofinish”, “Fratto_X”), presentato libri (“Non cogito ergo digito”, scritto da Rezza nel 1998), hanno parlato con studenti e appassionati dei loro lavori teatrali, cinematografici, televisivi.

In questo nuovo lavoro Antonio Rezza irrompe con tutta la sua energia sulla scena (o habitat, com’è chiamata dalla sua ideatrice Flavia Mastrella): uno spazio essenziale, “privo di volume”, delimitato solo da un muro, colorato e mobile, che presenta fratture e spazi vuoti. Vi irrompe con la vitalità che chi ha già visto ha imparato ad amare e a temere (in passato i suoi spettacoli comprendevano sempre l’ausilio forzoso di qualche riluttante spettatore che Rezza prelevava dal pubblico) e vi porta i suoi calembour fisici e linguistici.

tauIn “Anelante” l’attore-regista-autore, che in passato si presentava da solo in scena o, negli ultimi anni, in compagnia di un solo interprete, si fa aiutare ora da quattro altri attori (Ivan Bellavista, Manolo Muoio, Chiara A. Perrini, Enzo Di Norscia). I quali, in definitiva, sono spesso estensioni del suo corpo attoriale. Mani, gambe, piedi, teste, sederi spuntano dal muro colorato, sempre a metà, sempre una parte, sempre un corpo frammentato: rispetto al mondo e alla società in cui vive, rispetto a se stesso probabilmente.

Ma quello di Rezza è anche un corpo bulimico che vorrebbe fagocitare e inglobare tutto, e che rimane invece un corpo solipsistico che non riesce a comunicare col mondo esterno, a farne parte integrante, per quanto ci provi, sia col gesto sia con la parola. La parola, soprattutto, si fa portatrice delle assurdità del mondo, le indaga e le piega alla sua non logica, ne svela i limiti.

In tutti i campi che indaga: la matematica, gli appuntamenti dei “grandi della terra” (G20, G8, G5… ma poco importa, visto che non si riesce a raggiungere mai il numero giusto dei partecipanti), la religione, la vecchiaia, il sesso, il sonno, la psicanalisi. Soprattutto questo ultimo argomento si afferma in “Anelante”, tanto da dominare completamente la parte finale dello spettacolo, quando Rezza ci parla da un buio subacqueo dal quale ricorda traumi infantili e rapporti coi genitori, e svela i limiti della stessa psicoanalisi: “Io non credo alla psicoanalisi. Freud è stato fortunato solo perché la gente una certa ora ha sonno. Ci ha costruito un impero economico sulla stanchezza degli altri. E’ un sistema repressivo, non ci credo. Freud ha giocato sporco perché ha fatto leva sulla stanchezza dell’interlocutore, sulla sua spossatezza. Ti fai una pennichella? Allora ti piace tuo padre, ti piace tua madre!“.

E intanto, interrogandosi da un fondo nero da cui emergono solo poche e fioche luci, su chi si debba uccidere, il proprio padre o la propria madre, Rezza sceglie, implacabile, la madre. La sua colpa? Aver privilegiato e imposto il principio di realtà su quello del piacere. Rezza e Mastrella mettono a nudo, in un modo surreale e amaramente divertente, le incongruenze del mondo in cui viviamo e quelle che albergano, ben salde, in ciascuno di noi.

Tommaso Spinelli