Antonio Ligabue, un maestro dell’espressionismo drammatico che urla vendetta (di Adriano D’Amico)

Advertising

Può la vita di un uomo superare la sua arte? E’ possibile anteporre ad un straordinario talento artistico, un drammatico vissuto, ai margini della società? Con Antonio Ligabue è successo questo, è inutile negarlo. Il film sulla sua vita, quello che oggi chiameremmo fiction, andato in onda sui canali RAI negli anni 80, a nemmeno venti anni dalla morte del grande  artista di Gualtieri (RE), ha fatto si che la sua vita, il suo modo di vivere, il personaggio che ci hanno fatto vedere in televisione, ha cancellato per oltre un trentennio la sua grande arte; tant’è che, anche oggi, se parliamo di lui, del Toni, continuiamo a definirlo un pittore naif e ci fanno ancora sorridere le sue strane mimiche, così ben interpretate da quel grande attore che è stato ed è Flavio Bucci.

E’ passato troppo tempo ed è ora che il grande pubblico e la critica mondiale apprezzino l’artista Ligabue ed antepongano la sua arte straordinaria al suo io, o, quantomeno, leghino i due straordinari mondi; perché legati sono ed in modo indissolubile.

Ho avuto modo di vedere da vicino le opere più importanti del Maestro a Pavia, in questi giorni di maggio, nella mostra allestita alle scuderie del castello visconteo  e sono rimasto incantato dalla sua arte, dal suo espressionismo reale e struggente, drammatico e sensuale, incredibilmente vivo.

Altro che ingenuità, altro che naif: Antonio Ligabue può tranquillamente collocarsi tra i maestri dell’espressionismo; ma il suo è un espressionismo tragico, drammatico, che urla vendetta, che brama riscatto sociale, che brulica di violenza espressiva, che diventa morte; morte che, a sua volta, è portatrice di morte.

Dimentichiamoci, allora, delle sue mimiche facciali, e ricollochiamo le sue opere nel giusto alveo, contestualizzandole temporalmente, ed analizzando, nel contempo, i fatti e gli avvenimenti che le hanno ispirate, che hanno ispirato l’artista.

Mi piace partire dalle opere che ritraggono gli animali, per le quali è maggiormente noto, per poi esaminare le diligenze, per finire con gli autoritratti, numerosi, struggenti, devastanti.   Per tanto, troppo tempo, pensando alla grande tigre che spalanca le sue enormi fauci e mostra scintillanti denti d’avorio,ho immaginato il Toni, el matt, l’ingenuo pittore di Gualtieri, ove è morto il 27 maggio del 1965, che magari scopiazzava di qua e di la, su qualche libro scolastico o dalle figurine liebig, come si diceva; senza soffermarmi sul messaggio che è impresso nell’opera, senza soffermarmi su quello che l’artista voleva dirmi con la sua opera: nella tigre dalle grandi fauci, come nell’enorme cinghiale che si appresta a consumare il suo pasto, come nel grande gatto che tiene in bocca il topo, o nella volpe che è pronta a divorare la gallina, c’è l’artista e l’uomo insieme; c’è il maestro Ligabue che attraverso la sua arte si traveste da animale, si immedesima nell’animale per far tremare il mondo dei normali, di quelli che si trovano dall’altra parte del suo amato fiume, il Po; di quelli che lo deridono, che lo offendono che lo oltraggiano, che lo umiliano; eccolo il riscatto del Toni: attraverso la sua arte si cosparge di normalità e si vendica dei “normali”.

Si diceva che il suo è un espressionismo tragico, influenzato da troppe, tante vicende personali, prima fra tutte il ricovero coatto in manicomio; poi, non da meno, la mancanza di punti di riferimento, di una famiglia, di un quartiere tranquillo come poteva e doveva essere quello in cui viveva prima, nella amata Svizzera, con la sua adorata madre.

Descrivono molto bene questo percorso i quadri che ritraggono le diligenze; per spiegarmi meglio, prenderò ad esempio tre opere dell’artista, legandole alle tre fasi della sua vita.

La prima fase, la più felice, chiamiamola della apparente normalità: sullo sfondo un tranquillo e soleggiato paesaggio svizzero, con il villaggio e le montagne; in primo piano la diligenza; si notano subito due cose: i cavalli sono tranquilli, mostrano ed incutono sicurezza; la seconda: sulla carrozza ci sono tre persone, il primo da sinistra è certamente lui, al centro quella che immagina essere sua moglie, a destra la sua amata madre. Ligabue non sapeva chi fosse suo padre; nessuno lo ha mai saputo.

La seconda, della perdizione: lo sfondo è diverso, più scuro, ci sono tanti alberi, simili a quelli che troviamo nei cimiteri; c’è un enorme roccaforte, che probabilmente rappresenta quel mondo esterno che il Toni vedeva quasi inaccessibile; poi la carrozza: i cavalli sono imbizzarriti, un cane nero cerca di morderli ai piedi, sulla carrozza c’è solo una donna dalla faccia smilza, col capo coperto, un presagio di morte; il cocchiere è un signore strano, dai lunghi baffi neri, con un enorme cilindro sul capo; il cielo è nero terso, ma in alto, sulla parte destra del quadro, c’è ancora un barlume di speranza.

La terza, dell’abisso. Non c’è più nemmeno la carrozza, né lo sfondo dolce della sua amata Svizzera; i cavalli sono inferociti e si rivoltano contro il loro padrone, un uomo canuto e bianco dalle enormi braccia, che cerca invano di addomesticarli. E’ la fine. Il cielo è terso, pioggia e fulmini si abbattono sul mondo, su quel mondo che non lo accettava, che lui cercava di sconfiggere con la sua arte.

Non può non passare inosservata, prima di parlare dei ritratti, sui quali torneremo tra un attimo, l’opera che ritrae il Maestro con due enormi stivaloni neri. Ora è evidente che Antonio Ligabue non era politicizzato, né, probabilmente, aveva gli strumenti necessari per cogliere appieno l’orrore del fascismo; ma come si fa a non cogliere in quell’opera lo spettro del ventennio; si badi bene, non si vuole certo dire che Ligabue fosse fascista; in cuor suo, tuttavia, in quell’ottica di riscatto sociale che implementò tutto il suo agire, immaginava che con degli stivaloni neri avrebbe potuto incutere maggior timore tra quanti lo deridevano. Il grande autoritratto è del 1950/55, il fascismo era finito da un pezzo, ma immedesimarsi nel duce, gli avrà fatto provare una strana sensazione di superiorità, così strana da fargli dipingere l’altro, quello che lo derideva, come una stupida gallina. Lui, il Toni, impettito come un grosso piccione, con la mano destra sul fianco, quasi a voler imitare il duce, si ritrae con una giacca che sembra quasi la pelle di un grande felino; ed è ancor più grande con quegli enormi stivaloni neri; al sol pensiero i suoi nemici, quelli che tanto lo facevano disperare, sarebbero rimasti impietriti.

Gli autoritratti meritano una menzione particolare nell’opera dell’artista. Mi entusiasma, anche in questo caso, dividerli in periodi, a voler sottolineare, per come si è detto sopra, le fasi del suo percorso umano ed artistico.

Ora, non è pensabile che Ligabue possa aver subito l’influenza di artisti molto più noti, tra questi Vincent Van Gogh; ma certamente, se proprio vogliamo cogliere delle similitudini tra i due, queste possiamo trovarle negli autoritratti, quasi 170 su un totale di meno di 800 quadri.

Nei primi autoritratti notiamo sullo sfondo il classico paesaggio elvetico già citato, la calma apparente di quel paesaggio, in primo piano c’è l’uomo, l’artista, la sua mimica intensa, il suo sguardo intenso, il viso deturpato, non solo da una barba incolta e bianca, presagio diretto di morte, ma si rispecchia in un cielo apparentemente sereno, sul quale volano due brutti corvi neri come il mondo che lo circondava, come la paura che aveva, presagio indiretto di morte.

Nei ritratti successivi, che possiamo inserire nella seconda fase, scompaiono le montagne, scompare lo sfondo fiabesco e ci ritroviamo di fronte all’immagine lignea del Toni, che è forte più di un urlo nel silenzio assordante della natura, nell’indifferenza e nella sordità delle persone che lo circondano.

Negli ultimi ritratti, i presagi di morte sono più evidenti: i corvi neri rimandano all’arte del grande artista olandese, richiamano il volo dei corvi; ma l’arte del Toni è più cruda, surreale tragica; sul suo viso compaiono le mosche, due enormi mosconi che fiutano la carogna, quella che di li a poco avrebbe preso il posto dell’artista; in un altro ritratto di questo periodo, sullo un ritratto crudo su un campo di fiori e grano; un campo simile a quello che ritrasse il maestro olandese; quello che si intravede sullo sfondo, però, non è certo uno spaventa passeri, ma una croce, un sepolcro, quello che di li a poco avrebbe racchiuso per sempre l’artista.

Per tanto tempo si è parlato del “caso Ligabue”; dalla sua morte, avvenuta nel 1965, le sue opere hanno avuto un forte apprezzamento; e lui stesso, diversamente da quello che si pensa, e diversamente dalle sorti che, invece, aveva avuto il grande mastro olandese, godette di tutto questo, anche economicamente.

Oggi, tuttavia, è necessario uno sforzo maggiore da parte di quanti credono nella sua opera e possono, attraverso le mostre dei suoi quadri, in Italia e nel mondo, ultimare il percorso e collocare la pittura di Ligabue sugli scanni più alti dell’arte mondiale, li dove merita.

Così facendo, il Toni, el matt, avrà vinto la sua battaglia contro i soprusi, le ingiustizie, la sua battaglia per la diversità.

Adriano D’Amico (Pavia-Maggio 2017)