Arlecchino servitore di due padroni per baracca e burattini

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Sul palco del Teatro Auditorium Unical è arrivato quello che, da sempre, è il teatro delle piazze, delle feste popolari, dei bambini: il teatro dei burattini, riveduto e corretto da una compagnia composta di cinque donne, che ha portato in scena una versione “da camera” del celebre testo goldoniano “Arlecchino servitore di due padroni”.

Qui la commedia è stata presentata nella versione “per baracca e burattini”, un teatro di figura dalle grandi ambizioni, tese a una rappresentazione dove possano felicemente convergere l’alto e il basso, il colto e il popolare.

Protagonista del nuovo appuntamento della stagione “Oltre la scena”, organizzata dal Centro Arti Musica e Spettacolo, in collaborazione con il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria, è stata la Compagnia Teatro dell’Orso in Peata di Venezia (in collaborazione con Teatro a l’Avogaria), che dal 1988 rivisita la grande tradizione teatrale veneziana e veneta nelle forme del teatro di figura, privilegiando per l’appunto quella dei burattini. Il loro repertorio annovera Gozzi, Beolco, Beckett e naturalmente Goldoni. L’Associazione Teatro a l’Avogaria nasce nel 1969 e fin dagli esordi si pone come laboratorio di ricerca che coniuga l’improvvisazione teatrale con la Commedia dell’Arte e le teorie dell’avanguardia. In più di quarant’anni di attività ha prodotto oltre sessanta spettacoli tra cui la “Commedia degli Zanni” rappresentata con successo sui più importanti palcoscenici internazionali.

“Arlecchino servitore di due padroni” è il celebre testo di Goldoni costruito come un meccanismo perfetto intorno alla figura di un servus currens, Truffaldino prima (nel canovaccio originario), e Arlecchino poi (nel testo finale), che per saziare la sua fame atavica decide di mettersi al servizio di due padroni, dando vita ad una girandola di guai e di equivoci.

Lo spettacolo del Teatro dell’Orso in Peata, ideato e diretto da Antonella Zaggia e Piermario Vescovo, utilizza il tradizionale teatrino di legno per dar vita ai burattini, animati da mani anonime com’è d’obbligo per un teatro di tal genere; ma poi i manovratori vengono allo scoperto, appropriandosi del palcoscenico e svelando la loro identità, e sono allo stesso tempo attori e manovratori, in un dialogo che assume forme vorticose: i burattini dialogano tra loro, ma anche con i loro padroni umani, i quali dialogano tra loro e con i burattini, e persino con il pubblico.

cop1Lo stesso teatrino di legno che ospita i burattini, la baracca, è struttura che da fissa si fa mobile, una macchina rotante al cui interno le scenografie sono cambiate a gran velocità, e che espelle e risucchia attori, burattini, e numerosi oggetti di scena. Il vorticoso susseguirsi delle scene ha il suo culmine nella sequenza che vede Truffaldino protagonista di un complicatissimo servizio, in contemporanea, ai tavoli in cui pranzano separatamente i suoi due padroni, di cui ciascuno nulla sa dell’altro.

Un notevole pezzo di bravura da parte delle protagoniste (Linda Bobbo, Ludovica Castellani, Maria Ghelfi, Marika Tesser, Antonella Zaggia), che realizzano a uno spettacolo che guarda all’antico con orgoglio, e nello stesso tempo lo ibrida con forme moderne di rappresentazione.

Tommaso Spinelli