Bergamini, 20 anni di omertà: Cosenza, il porto delle nebbie

Per capire le dinamiche che hanno portato all’omicidio di Denis Bergamini ma soprattutto alla copertura degli assassini bisogna conoscere a fondo la realtà cosentina e il contesto politico-giudiziario-massonico e mafioso. Qui a Cosenza sono scesi in tanti a fare gli inviati speciali e addirittura a scrivere libri. Dalla buonanima di Carlo Petrini ai tanti ragazzi (non cosentini) che si sono cimentati col compitino della terza media pubblicato da qualche editore senza arte né parte. Ma nessuno è mai andato in profondità semplicemente perché non conosce la nostra realtà, i protagonisti della cupola e quindi Cosenza e il suo invalicabile “porto delle nebbie”. 

Il “porto delle nebbie” è un famoso romanzo dello scrittore francese George Simenon (diventato poi anche un film interpretato da Jean Gabin) scritto su misura per il più grande investigatore mai esistito, il commissario Maigret, che opera in una cittadina della Bassa Normandia, Ouistreham, paragonabile benissimo a Cosenza. L’indagine si svolge nell’ambiente umido e nebbioso del porto, in un clima di continua angoscia ed oppressione.

Dopo aver rischiato più volte la propria incolumità, Maigret riesce a rompere il provinciale muro di omertà, teso a nascondere la torbida storia familiare del sindaco Grandmaison… E’ proprio da questo romanzo, nel corso degli anni, ha preso vita anche un’espressione giornalistica affermatasi proprio negli anni Ottanta del XX secolo come appellativo della procura della Repubblica di Roma, a causa di una serie di episodi poco chiari e mai chiariti, veri e propri insabbiamenti. Esattamente come quello dell’omicidio di Denis Bergamini (e purtroppo non solo questo)

LA CITTA’ DI COSENZA

La città di Cosenza è la metafora ideale delle tante province del meridione che seguono un orologio storico diverso da quello delle grandi città. Per questo motivo esse sono spesso difficili da comprendere, visto che appaiono in controtendenza rispetto al corso generale degli eventi.

E’ proprio quanto accadeva a Cosenza negli anni Ottanta. In quel decennio dominato dal riflusso, dal ritiro nel privato, dall’esaurimento dell’impegno collettivo, nasceva in quella realtà una nuova forma di partecipazione e di protesta al cui centro c’era la squadra di calcio cittadina e i suoi tifosi che dietro gli striscioni della Curva Sud davano vita a nuovi fermenti nella città. L’obiettivo era quello di portare la curva fuori dagli stadi, creare coesione sociale utilizzando il tifo, dare identità e valori per eliminare le tremende forme di esclusione sociale tipiche del Mezzogiorno.I grandi politologi e sociologi americani che avevano osservato con attenzione il carattere civico del Sud d’Italia, da Banfield a Putnam, avevano colto nella scarsa presenza di capitale sociale uno dei vizi antichi di questo mondo che si traduceva nel “familismo amorale”. L’esperienza dei tifosi del Cosenza provò a sfatare questa lettura. Lo fece con la rabbia del punk, ma senza derive nichilistiche. Il suo obiettivo era costruire spazi politici e sociali, luoghi di critica e confronto, azioni di solidarietà e protesta.

E per una fase ciò riuscì perché da quell’esperienza nacquero centri sociali, il Gramna e il Filo Rosso, radio libere, su tutte Radio Ciroma, luoghi di accoglienza per migranti ed emarginati, come la Mensa dei Poveri di Padre Fedele Bisceglia alla quale gli ultrà aderirono entusiasticamente animandola e gestendola, libri, riviste, idee. Il tifo era un valore aggregante che teneva unito l’avanzare di un movimento che aveva contagiato tutta la città.

Già, tutta la città. Ma che città era Cosenza al di fuori degli ultrà?

Cosenza, oggi come allora, è una città di provincia nella quale i poteri forti sono ben visibili in tutti i settori della vita politica, economica, sociale e culturale. E’ una delle città italiane a più alta densità massonica. I sindaci sono sempre stati espressi dalla vecchia Democrazia Cristiana e dall’altrettanto vecchio Partito Socialista.

L’attività economica è controllata dai “colletti bianchi”, che gestiscono le tangenti di concerto prima con i politici e poi con la malavita. I maggiori proventi vengono dall’edilizia e dal mercato della droga ma una fetta importante del benessere arriva dal rastrellamento pressoché totale dei fondi europei da parte di bene individuate forze politiche (ovviamente mai perseguite seriamente da magistrati e forze dell’ordine) e dal riciclaggio di questo denaro “sporco”.

Gli imprenditori sono quasi tutti invischiati (chi da strozzino chi da strozzato) nella rete dell’usura con la complicità determinante delle banche.

Le forze dell’ordine e la magistratura sono evidentemente colluse in tutto questo tourbillon e nella quasi totalità dei casi non perseguono i “pezzi grossi” che delinquono.

La cronaca nera degli anni Ottanta riferiva di una guerra di mafia tra i clan dominanti della città, Sena-Pino da una parte e Perna-Pranno dall’altra, che si è protratta, a ritmi più o meno intensi di omicidi e attentati, per circa dieci anni. Dal 1977, quando fu ucciso il boss Gigino u Zorru al 1985, quando fu ucciso il direttore del carcere Sergio Cosmai. U Zorru, al secolo Luigi Palermo, venne ucciso perché non voleva aprire Cosenza al mercato della droga.

Dopo la sua morte, i clan gestiscono a loro piacimento l’arrivo di quantità ingenti di eroina per le classi meno abbienti e di cocaina per i giovani rampolli della Cosenza “bene”. E’ anche per questo che si sono fatti la guerra.

Dal 1985 in poi però i clan hanno siglato una proficua “pax”, come scrive persino la questura, testimone oculare di partite di calcio nel campetto del carcere che sancivano la nuova fase e pronta a “benedire” la riconciliazione con risultati tangibili per… le tasche dei dirigenti più in vista.

E se non fosse arrivata la Dda di Catanzaro, che nel 1994 diede il via all’Operazione Garden (dal nome del cinema davanti al quale è stato ucciso u Zorru e, ironia della sorte, da dov’è partito il piano per uccidere Bergamini), tutti gli “uomini d’onore” di Cosenza sarebbero rimasti tranquilli e liberi di fare ciò che volevano grazie alla compiacenza della politica (alla quale servivano i loro voti), delle forze dell’ordine e della magistratura cosentina. Il Tribunale di Cosenza non a caso viene definito tuttora il “porto delle nebbie”…

Un dossier redatto nel 2005 dagli ispettori del ministero della Giustizia rappresenta un eccezionale documento sulla malagiustizia, che è la gemella di quella malapolitica che ancora dilaga a Cosenza e in tutta la Calabria. Il dossier mette in evidenza intrighi, rivalità, omissioni, complicità che hanno avuto come protagonisti magistrati importanti sia della Procura cosentina che della Dda, avvocati e faccendieri.

Facciolla

Ci sono i furbi e i meno furbi, gli arrivisti, i “doppia faccia”, i delinquenti, i pentiti. L’inchiesta era nata da una nota informativa del Procuratore generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Catanzaro relativa alle segnalazioni del sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Eugenio Facciolla (oggi procuratore di Castrovillari e protagonista della riapertura del caso Bergamini), che lamentava l’assenza di misure di sicurezza per le sue indagini in corso e una serie infinita di segnalazioni disciplinari. Obiettivo: smontare pezzo per pezzo il processo nato dall’Operazione Garden.

Silvio Sesti

“… La gestione degli affari giudiziari di Cosenza era problematica già da prima che si costituisse la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Il momento di emersione dei disagi può farsi coincidere con la guerra di mafia scatenatasi nel 1977 e proseguita fino al 1985. Tale problematica di rapporti si aggravò ulteriormente a seguito dell’omicidio dell’avvocato Silvio Sesti, che determinò l’occupazione del proscenio da parte di una ristretta cerchia di avvocati, che si appropriarono dello spazio lasciato libero dal collega assassinato. Mentre l’avvocato Sesti era un penalista vecchio stampo anche con un certo nome e proiettato sulla piazza romana, coloro che trovavano nella sua morte ragione di crescita e di affermazione sono di fatto avvocati i quali operavano esclusivamente sul territorio di Cosenza e che si segnalarono nel 1991 per avere inscenato il primo lungo sciopero della categoria solo per sbarazzarsi di un collegio di magistrati che voleva condannare alcuni pregiudicati evidentemente graditi alla loro categoria…”.

Gli arresti del 1994 scoperchiano tutto il pentolone degli anni Ottanta. “… Sono state portate alla luce le connessioni del mondo della criminalità con le strutture della società civile. Dalle emergenze processuali sono sorte più inchieste che consentiranno di capire perché per decenni la criminalità organizzata di Cosenza ha esteso il suo controllo a tutti i settori raggiungendo un livello di impunità difficilmente riscontrabile in altre province…”.

Il procuratore della Repubblica di Cosenza, Mario Spagnuolo

Ma, ahinoi, queste inchieste non portano mai a niente e così, anche dopo il 1994, quando scattano le manette per decine e decine di malavitosi, basta il pentimento del boss Franco Pino, abilmente manovrato dalla Procura di Cosenza, per mandare all’aria il processo. E il giudice che era sostituto anziano a Cosenza, Mario Spagnuolo, come per incanto, si ritrova coordinatore della Dda di Catanzaro e dieci anni più tardi procuratore capo a Cosenza…

Ecco quanto scrive l’ispettore del ministero della Giustizia Otello Lupacchini, che proprio in queste ore si insedia come procuratore della Corte d’Appello a Catanzaro, riportando stralci dell’audizione dello stesso Facciolla e dell’ex procuratore di Catanzaro (ormai defunto) Mariano Lombardi, prima che venisse inghiottito dalla cupola masso-mafiosa cosentina, affidando al corrotto Spagnuolo il ruolo di coordinatore (!!!) della DDA di Catanzaro.

“… Attribuire tutto quanto è avvenuto prima del processo Garden e quanto è emerso successivamente durante la lunga istruttoria dibattimentale ad accordi perversi tra delinquenti è operazione del tutto riduttiva. Qualunque sia la conclusione della vicenda processuale, appare chiaro che dietro le decisioni adottate dal crimine organizzato e che hanno trovato una cassa di risonanza soltanto quando sono stati toccati gli interessi corporativi degli avvocati e sono stati portati alla luce gli interessi incrociati della delinquenza e della politica attraverso la pratica perversa del voto di scambio, VI SONO STATI REGISTI OCCULTI… Che fin dall’inizio hanno strumentalizzato anche la delinquenza mafiosa. E l’obiettivo strategico di questo disegno era quello di bloccare a tutti i costi il processo, facendo ricorso sia all’intimidazione e all’aggressione fisica sia alla delegittimazione dei magistrati…”.

Lombardi dichiarava di non voler demonizzare l’intera classe forense ma indicava “negli avvocati Tommaso Sorrentino, Antonio Cersosimo, Luigi Cribari, Marcello Manna e Paolo Pittelli personaggi protagonisti di fatti censurabili penalmente mentre coloro che sono stati strumenti più o meno consapevoli delle manovre in atto rispondevano ai nomi del procuratore Serafini e del sostituto anziano Spagnuolo“.

Decisamente tanti gli episodi di pentiti manovrati a uso e consumo di Serafini, Spagnuolo e degli avvocati cosentini. Con l’aggiunta di imbarazzanti fughe di notizie…

Successivamente la Procura cosentina si è ricostruita una “verginità” arrestando i no global e Padre Fedele Biscegla ovvero menando in testa alla sinistra antagonista e lasciando impuniti i veri delinquenti. Questo è il contesto in cui matura l’omicidio di Denis Bergamini e nel quale è stato possibile coprire gli assassini per tutto questo maledetto tempo che è passato.