Bergamini, 20 anni di omertà: Denis, l’uomo in più di Gianni Di Marzio

IL CAMPIONATO DELLA CONSACRAZIONE

Gianni Di Marzio sa già di avere a disposizione una buona rosa per provare l’impresa attesa da quasi un quarto di secolo ma chiede ancora uno sforzo alla società. Urban decide di restare, Rocca viene sostituito da un’altra vecchia lenza come Renzo Castagnini, reduce dalla promozione in Serie B con il Barletta, che Di Marzio aveva già avuto con se a Catania mentre il posto di Messina viene preso da Maurizio Lucchetti, un talentuoso centravanti di manovra garantito da Ranzani. Serve anche un libero e in questo caso Di Marzio va sul sicuro convincendo Maurizio Giovanelli, un’altra sua vecchia conoscenza dai tempi di Catania. E per non lasciare nulla al caso, arriva anche un altro rinforzo per il centrocampo: Gigi De Rosa, proveniente dal Pescara.

Il Cosenza è tra le superfavorite del torneo. I nuovi arrivi vanno a completare un’ossatura già collaudata con i ragazzi portati in rossoblu da Ranzani: Simoni, Lombardo, Bergamini, Galeazzi e Padovano. Ai quali si aggiungono l’ormai inamovibile Ciccio Marino, Giansanti e Schio.

Quella squadra riuscirà a compiere l’impresa ma non senza patemi d’animo.

Le sconfitte iniziali di Foggia e Reggio Calabria provocano parecchi malumori ma Di Marzio tiene duro, motiva la squadra e ne esalta le sue capacità. E’ un gruppo che prende pochissimi gol ma che non segna molto. Tante le partite, dentro e fuori, che finiranno zero a zero.

Il vulcanico tecnico napoletano è restio a schierare sempre il “tridente” formato da Lucchetti, Urban e Padovano perché teme per la tenuta del centrocampo e della difesa e allora spesso e volentieri Padovano finisce in panchina e in mezzo al campo giocano sia Bergamini che De Rosa (come si vede nella foto in alto). In realtà, Di Marzio utilizza Denis anche come ala tattica (maglia numero sette) in alternativa a Galeazzi, che nelle prime giornate non trova molto spazio tra i titolari. Per tutto il girone d’andata “Berga” gioca per lo più con la maglia numero undici e qualche volta anche con la dieci.

Il 6 marzo, in un Cosenza-Reggina finito a reti inviolate ma pesantemente condizionato da un rigore non concesso ai Lupi per un plateale atterramento di Urban, Bergamini inizia a indossare la sua maglia numero otto, che non mollerà più dalla leggendaria vittoria di Salerno.

Sì, perché il campionato dei Lupi si sblocca proprio al “Vestuti” di Salerno dove un gol in contropiede di Padovano sancisce la svolta di tutto. La tifoseria fa il resto, colorando di rossoblu ogni quartiere della città e trascinando la squadra agli ultimi indispensabili successi. Da allora Bergamini non mollerà più quella maglia che diventerà il suo biglietto da visita.

Denis Bergamini è uno degli eroi della promozione. Le ragazze lo corteggiano, i ragazzi lo eleggono tra i loro idoli preferiti. “Berga” perde anche un po’ della sua timidezza e si convince sempre di più delle sue grandi qualità. E’ uno dei giocatori più presenti in quella squadra. Disputa 32 partite su 34. Di Marzio lo ritiene indispensabile per l’equilibrio tattico della squadra. Denis, come al solito, corre per chi fa il playmaker davanti alla difesa (in questo caso Castagnini, il capitano) e per consentire a Urban di fare il “fenomeno” lì davanti. Spende un sacco di energie ma non perde un contrasto e una sola occasione per ripartire.

IL RICORDO DI GIANNI DI MARZIO

(da www.denisbergamini.com)

Potrei raccontare tante cose di Denis, così come di tutti i ragazzi che allenai, ed a cui rimango ancora oggi profondamente affezionato.

Sono due gli episodi che mi colpirono di più. Uno, il primo, è un rammarico: senza colpevolizzare nessuno, ma per il mio modo di fare, di vedere il calcio, io ero uno di quelli che seguiva i suoi ragazzi metro per metro, giorno per giorno. Ed avevo un allenatore in seconda, Tonino Ferroni – peraltro, come Simoni, molto amico di Denis – che mi aiutava nel controllarli.

Non sono mai stato particolarmente ‘democratico’, in tal senso, nella gestione dei calciatori: anzi, ero abbastanza assolutista. Se entravamo in 20 al cinema, in 20 dovevamo uscire, e per questo sguinzagliavo Ferroni che mi sostituiva nel fare da ‘fratello maggiore’ ai ragazzi. Ecco perché, all’epoca, mi meravigliai moltissimo di come, Denis, quel giorno, abbandonò il cinema: lui non l’avrebbe mai fatto. Una cosa del genere non stava né in cielo né in terra.
L’altro momento che ricordo è legato ai funerali di Donato. A casa di Denis parlai con suo papà, Domizio: quando mi spiegò che l’orologio, anche a seguito dell’incidente, rimase intatto, oltre a tutto il resto, la prima cosa che gli proposi fu di chiedere un’autopsia. Andava fatta.

Denis, in ritiro, con Simoni, Ferroni e Padovano componeva il gruppo – anzi, il quartetto – degli inseparabili. Certo, con lui non avevo un rapporto vero e proprio di complicità, come poteva essere per mio figlio Gianluca, che, essendo più giovane, con lui faceva lunghe passeggiate.

Questo era Denis, un ragazzo semplice, sereno e gioviale. Certo, come calciatore mi faceva anche arrabbiare. Era discontinuo e talvolta mancava di intensità: e per questo io, per educarlo, lo spronavo di frequente. Lo incattivivo. Volevo che desse sempre il massimo in campo, e lui lo faceva. Infine volevo che migliorasse ancora, e ancora: ecco perché, alla fine, con me ha sempre giocato. Perché aveva splendide potenzialità. Ottime potenzialità.

Tanto che Denis potrebbe essere tranquillamente collocabile, oggi, nel calcio moderno. Personalmente, in lui rivedo una sorta di antesignano di Pavel Nedved. Ecco, Denis era il mio Nedved, anche perché io mi circondavo, soprattutto a centrocampo, di giocatori rapidi, scattanti, proprio come Bergamini. La sua rapidità, accoppiata a quella di Urban, alla capacità agonistica e temperamentale di Giovanelli e Castagnini, dava alla mediana una quantità ed una qualità inaudita. Oggi in tanti usano il 4-3-3: bene, nel ruolo di ala largo, a sinistra, in attacco, Denis si sarebbe perso, ma i ruoli di mezzala mancina nei 3, oppure esterno nel 4-2-3-1, sarebbero stati una vera e propria manna per lui, per le sue capacità, e per chi avrebbe potuto schierarlo.
Un pò Mertens, un pò Hamsik, per riferirsi al Napoli, ad esempio. Esplosività, rapidità, dedito agli inserimenti: Denis, in qualche modo, anticipò il calcio di oggi, in cui i giocatori come lui sono richiestissimi. E nel quale lui, Denis, sarebbe stato benissimo.

Gianni Di Marzio – Allenatore, opinionista e dirigente sportivo