sabato 18 novembre 2017
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Bergamini, 20 anni di omertà. Donata a “Il Romanista”: “Denis, non sarai più solo”

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Tratto da “IL ROMANISTA” 

«Ti va di parlare?». Le agenzie stampa hanno battuto da poco la notizia che aspettava da circa trent’anni. Donata Bergamini risponde subito: «Certo!». Suo fratello, Donato Bergamini, ha finalmente avuto (una prima) giustizia. La verità racconta una storia diversa sulla fine del calciatore del Cosenza, morto per soffocamento. «Il corpo di mio fratello parla da quasi trent’anni, ma nessuno ha voluto dargli ascolto. Ora, finalmente, c’è qualcuno che ha voluto sentire cosa aveva da dire».

Se le anticipazioni troveranno conferma, la storia del «calciatore suicidato» – come scrisse Carlo Petrini in un suo fortunato libro – andrà totalmente riscritta. Donata Bergamini da 28 anni si batte perché venga scoperto il reale motivo della morte del fratello, trovato senza vita la sera del 18 novembre 1989 sull’asfalto della statale 106 nei pressi di Roseto Capo Spulico in provincia di Cosenza. Una tenacia che, ora, sembra aver portato dei frutti anche se, ci tiene a precisare «io di ufficiale non so nulla. Posso solo dire che per la prima volta ho visto i miei consulenti soddisfatti. Non c’è stato mai, dico mai, nemmeno un secondo in cui ho creduto che Denis si fosse suicidato. Prima di tutto perché lo conoscevo come nessun altro e in pochi amavano la vita come lui. Poi, perché stava per coronare il suo sogno, andare a giocare in Serie A. Terzo, perché il week end prima della sua morte era qui nelle nostre zone, vicino la nostra casa di famiglia, per comprare un terreno. Voleva costruirci la casa dove sarebbe andato a vivere con la sua ragazza. Denis – rivela Donata – aveva anche deciso di sposarsi con una ragazza del Nord con la quale si era fidanzato dopo la fine della sua storia con la Internò. Stavamo bene, altro che suicidio! Tutto andava per il meglio, era arrivata anche la Serie A!».L’estate del 1989, infatti, Bergamini aveva ricevuto due offerte: una dalla Fiorentina e una dal Parma di Nevio Scala. La scelta cadde sulla società di Tanzi, sia per valutazioni di carattere calcistico sia perché tornava a giocare a due passi da casa. «Voleva sempre stare qui e appena poteva tornava – riprende ancora Donata -. Non che si trovasse male a Cosenza, anzi, ma amava proprio stare a casa sua. Mi ricordo che una volta, avrà avuto 16 anni, il presidente di una squadra di un paesino delle nostre parti, in provincia di Ferrara, lo voleva portare a giocare un torneo in Svizzera con la squadra dei più grandi. Passammo due giorni a convincerlo. Lui amava la sua terra e la sua casa e più ci stava e meglio si sentiva». Con il Parma, Denis raggiunse un accordo: un’altra stagione a Cosenza e poi il salto definitivo. Voleva guarire per bene da un infortunio e arrivare pronto alla Serie A. Un salto mai spiccato. Non per colpa sua. Bergamini giocò la sua ultima partita il 12 novembre 1989: Monza-Cosenza 1-1, con rete rossoblù di Michele Padovano.

«Il mondo del calcio non ci ha mai abbandonato e io non ho mai smesso di seguire il Cosenza – riprende Donata – ma se c’è una cosa che mi ha fatto stare male è stata la mancanza di sensibilità nel far disputare la partita tra il Cosenza e il Messina il giorno dopo la morte di mio fratello». La partita finì 2 a 0 per i calabresi e proprio Padovano segnò uno dei due gol. Quel giorno, l’attaccante aveva chiesto – e ottenuto – di giocare con la maglia numero 8 dell’amico che non c’era più. Padovano, Simoni e Bergamini erano inseparabili. L’esperienza calabrese aveva fatto nascere tra i tre un’amicizia rara nel mondo del calcio. «Fu incredibile – ricorda Donata -, passammo tutta la notte svegli. Tutta la squadra era lì con la nostra famiglia. Non dimenticherò mai i loro volti spaesati, increduli per una situazione inimmaginabile. Però, l’immagine che più mi è rimasta impressa fu quella di Gianni Di Marzio. Era stato allenatore di Denis sempre a Cosenza. Appena saputo della notizia, raggiunse la squadra in albergo e spalancando la porta cominciò ad urlare che non voleva sentire storie e che non credeva alla storia del suicidio. Anche Gigi Simoni, l’allenatore di quella stagione, era d’accordo con lui».Il ricordo di Donata si ferma su Cosenza, la città e la squadra. Ma soprattutto sul gruppo di giovani calciatori che, piano piano, avevano stretto amicizia, coinvolgendo anche le famiglie. E’ un racconto di un calcio andato, difficile da rivivere oggi:«Seguivo tutte le partite di Denis, fin da quando era un bambino prodigio. La domenica non andavo a ballare, ma allo stadio a vedere mio fratello. Partivo con i miei genitori e mia figlia, soprattutto se le trasferte erano al Centro-Nord dell’Italia. Spesso, però, siamo andati anche a Cosenza. Ci organizzavamo anche con le altre famiglie dei compagni di squadra di Denis. Spesso davamo un passaggio anche alle loro fidanzate. Di solito eravamo tre macchine alle quali si univa quella dei genitori di Padovano, che venivano da Torino. I ragazzi erano molto uniti e spesso, nei lunedì dopo la partita, venivano a mangiare qui da noi. E se non mangiavamo da noi, ci vedevamo tutti a casa di Gigi Simoni, il portiere omonimo dell’allenatore, che viveva a 40 chilometri da casa nostra. Anche il Natale lo passavamo tutti assieme. Ricordo ancora il risotto all’anguilla dei Simoni e i tortellini che preparava mia madre. Gli anni più belli della vita di Denis si sono svolti quando lui era al Cosenza. Non seguirla più sarebbe stato come non seguire più mio fratello». Il calcio era la vita per Bergamini: «Non c’è un momento in cui non lo ricordi con un pallone tra i piedi. Tra me e Denis c’erano 18 mesi di differenza. Lui è sempre stato un tipo molto magro. Ed era il piccolino di casa. Quindi, per non dirgli di no, mi ritrovavo sempre in un campo di calcio con lui, però in porta!».Dalla relazione tra i due fratelli prende piede un vero e proprio movimento, tanto che verso la fine degli anni Sessanta ad Argenta, un piccolo comune del ferrarese, si era formata una squadra di calcio di sole donne che appena poteva sfidava i maschi. Ci veniva a vedere la gente del paese!». Ricordi belli, di tanti anni fa e che non l’hanno mai abbandonata. Accompagnandola nel momento più difficile».

La riesumazione me la sono seguita tutta,dall’inizio alla fine», ricorda Donata, che racconta dei tentativi fatti dal suo avvocato e da chi le era vicina di distoglierla dal suo proposito. «È stato un avvicinamento lungo, durato due anni – ricorda Donata – L’avvocato (Fabio Anselmo, il legale noto anche per aver seguito la famiglia Cucchi, ndr) me lo aveva detto e ha cominciato a parlarmene due estati fa. Mi diceva che se volevamo arrivare alla verità la riesumazione era necessaria. Mi diceva anche che sarebbe stata un’esperienza da evitare, ma io avevo deciso di non lasciare più solo mio fratello. Su una cosa non transigo più: dove c’è mio fratello, ci voglio essere anche io. Sono rimasta fregata una volta e ora non permetto più che nessuno tocchi mio fratello senza di me». E la preparazione è servita. Lo scorso luglio, durante le operazioni di riesumazione, «ero lì, con gli occhi di tutti addosso. Mentre aprivano la bara, percepivo il loro stato d’animo preoccupato nei miei confronti. Dentro di me dicevo: state tranquilli per me e fate bene il vostro lavoro. Il mio sguardo era vigile su quello che accadeva ma ero serena perché ero pressoché sicura che il corpo di Denis sarebbe stato in condizione di aiutarci. Poter partecipare a quei momenti lo considero un regalo bellissimo, che mi ripaga anche del passato».

Cioè di quella maledetta notte del 1989, quando Donata fu la prima a vedere il corpo del fratello: «La prima versione che ci fornirono fu che Denis era stato trascinato per 64 metri da un camion carico di mandarini. Appena lo vidi, mi sentii male. Mi aspettavo di vedere un corpo straziato, invece lo trovai quasi intatto. Il volto era scoperto e aveva un lenzuolo bianco fino ai piedi. Ricordo che aveva un piccolo livido sulla tempia sinistra. Aveva la forma perfettamente circolare, come una moneta da due centesimi». A questo punto accade un episodio che nel corso degli anni ha dato adito a mille interpretazioni: «Faccio entrare i miei genitori per l’ultimo saluto. Mia mamma vuole baciare mio fratello ma un infermiere la blocca dicendole di non farlo perché l’unica parte rimasta intatta era la testa. Appena l’uomo lascia la stanza, solleviamo il lenzuolo dai piedi e riusciamo a vedere fino all’inguine. Il corpo era intatto. Ricordo che riusciamo anche a vedere il colore dei calzettoni che portava». Fu il primo di tanti tasselli che in questa storia non hanno mai trovato il loro esatto posto. Fino a quando qualcuno non ha ha deciso di (ri)ascoltare il corpo di un ragazzo assassinato e strappato alla vita nel suo momento migliore.

Vincenzo Mulè