Bergamini, 20 anni di omertà: lo stato e i media contro la verità. Come nasce la nostra inchiesta

LO STATO E I MEDIA CONTRO LA VERITA’

Non è facile cercare di svolgere giornalismo d’inchiesta in una città come Cosenza che, come abbiamo visto, è completamente dominata dai “poteri forti”.

Qui è praticamente impossibile esprimere le proprie opinioni se si vanno a toccare determinate “corde” del potere e, se si esclude qualche piccola voce libera, non si trova accoglienza da nessuna parte. Né nella carta stampata, né tantomeno nelle radio e nelle televisioni. Per il sottoscritto, poi, c’è una sorta di “embargo” che sotto certi aspetti mi inorgoglisce (pensate che bello poter essere il nemico pubblico numero uno di media asserviti come La C – porcaria – o Ten!), visto il livello dell’informazione a Cosenza e in Calabria, ma che sotto altri aspetti è preoccupante.

Per rapportarmi all’omicidio Bergamini mi sono ispirato a due personaggi che sono stati gli unici a dire le cose come stanno e ad inquadrare la vicenda dalle giuste angolazioni.

Il primo è Francesco Ruvinetti, che è stato presidente della provincia di Ferrara ed è stato un amico d’infanzia di Denis Bergamini.

Ruvinetti, in un articolo sul “Resto del Carlino”, parte dalla incredibile assenza di indagini “vere” per portare avanti un discorso molto duro nei confronti dello stato.

“… Nessuna vera indagine fu mai aperta, nessuno cercò mai di approfondire le cause e le modalità della morte stessa e nessuno aprì un qualche procedimento giudiziario, nessun avviso di garanzia è stato mai spedito, nessuno si è preoccupato di verificare se le testimonianze rese erano credibili, nessuno si è preso la briga di accertare non solo le cause della morte (l’autopsia al momento fu ritenuta superflua data la “di per se evidente” sequenza dei fatti e, quindi, nemmeno l’ora della morte è stata accertata) ma anche come essa era avvenuta. Nulla di strano. Da allora in poi è prevalsa una teoria ancora più terribile: se lo hanno ucciso qualcosa avrà pure fatto! Alla tragedia si è aggiunta la beffa di un ragazzo inserito nel giro della mafia o magari della droga! Il fatto è che i cittadini italiani hanno una Costituzione che ne tutela i diritti e che tra questi diritti c’è anche quello alla vita, che la Costituzione affida ad una magistratura indipendente e agli organi di polizia (che tuttavia agiscono sotto la guida di un magistrato che cura e dispone le indagini) il rispetto delle leggi dello stato…”.

“… Qui non siamo di fronte ad un mistero ma ad un caso di “ordinaria follia”. Uno stato inefficiente, inefficace, connivente che protegge non si sa bene chi e non si sa bene cosa. Eppure in Italia esiste l’obbligatorietà dell’azione penale. Quella obbligatorietà che ha fatto sì che in questi ultimi vent’anni si sia indagato su tutto e di tutto. Non c’è settore della società italiana che non sia stato sottoposto ad indagini giudiziarie. E’ sufficiente una qualsiasi “notizia di reato” per aprire un procedimento. Non sono sufficienti quelle emerse? E’ troppo chiedere che anche per Denis si trovi, come si diceva un tempo, un giudice a Berlino?”.

Molte responsabilità sono degli organi di informazione.

Oliviero Beha alla presentazione della nuova edizione del programma da lui condotto, ”Brontolo. Sul filo della memoria e dell’identità”, in una foto d’archivio del 23 settembre 2011. ANSA/ Mario De Renzis

Il giornalista Oliviero Beha, scomparso recentemente, è stato il primo a lavorare concretamente per dimostrare a tutti che non ci trovavamo certo davanti ad un suicidio. Ed è stato l’unico a mettere in discussione un certo modo di fare informazione.

“… Per oltre vent’anni c’è stato un concorso di insensibilità da parte del sistema mediatico… Un sistema che sembrava e per certi versi sembra ancora una macchina ermetica, programmata per non sostenere la ricerca della verità. Eppure il caso Bergamini poteva rappresentare una “calamita” per cercare di fare giornalismo… Abbiamo seppelito Denis ma non è possibile seppellire la verità!”.

COME NASCE LA NOSTRA INCHIESTA: GIGINO E CARLO PETRINI

Luigi “Gigino” Celebre è un ultrà della terza generazione. Dopo i Nuclei Sconvolti e la Nuova Guardia, sono i ragazzi dei Cosenza Supporters a svolgere il ruolo di gruppo portante del movimento, in un periodo particolarmente delicato, alla fine degli anni Novanta, quando è in atto un ricambio generazionale che purtroppo fa compiere una serie di passi indietro al movimento ultrà cosentino. Celebre, insieme a tanti ragazzi della sua età come Luca Scarpelli, Ciccio Piazza, Pino Trifone è uno dei personaggi più conosciuti del gruppo.

Luigi Celebre, 40 anni, nato e cresciuto nel quartiere popolare di Torre Alta, è un ragazzo che ha nel sangue la passione per i video e per la telecamera. È un creativo istintivo e con lui c’è stato subito feeling sui treni delle trasferte e per le strade della città. Affascinato dal mondo degli ultrà, ne era entrato a far parte in maniera entusiasta, partecipando attivamente a ogni iniziativa, da quando era solo un ragazzino (aveva appena 12 anni quando il Cosenza era tornato in Serie B ma lui stava già con i più grandi in Curva Sud) a quando era diventato più maturo e accendeva fumogeni e torce al San Vito e negli stadi di tutta Italia.

Dopo il disastro della radiazione del Cosenza, ci siamo un po’ persi di vista ma quando i Lupi sono ritornati nel calcio che conta, nella primavera del 2008, “Gigino” è tornato allo stadio e insieme abbiamo lavorato a un Dvd, “La Città dei Lupi”, con il quale abbiamo dato sfogo alla nostra passione, mettendolo in vendita con Cosenza Sport un anno dopo.

Cosenza Sport è il settimanale che ho fondato a ottobre 2008 e che inizialmente doveva occuparsi soltanto delle vicende del Cosenza Calcio e delle società sportive cittadine.

Quando ci siamo rivisti, prima ancora che chiedermi di lavorare al Dvd, “Gigino” mi aveva chiesto che cosa sapessi dell’omicidio di Denis Bergamini e se me la fossi sentita di andare con lui a Lucca per intervistare Carlo Petrini.Carlo Petrini era un ex calciatore di Serie A e B (ha giocato nel Milan, nel Torino, nel Catanzaro, nella Roma e nel Bologna) devastato da un glaucoma, che gli era costato la quasi cecità all’occhio sinistro e seri problemi al destro.

Probabilmente, il prezzo dei tanti farmaci dopanti che il giocatore aveva assunto durante la sua carriera. Quei medicinali, e quelle pratiche, Petrini le aveva raccontate in un libro, “Nel fango del dio pallone” (Kaos Edizioni, 2000), ritratto scioccante del calcio italiano tra gli anni ’60 e ’80. Un mondo in cui Petrini aveva vissuto da protagonista. Cresciuto nelle giovanili del Genoa, nel 1968 approdò al Milan di Rocco, con cui (da riserva) vinse la Coppa dei Campioni. Poi diverse squadre, tra cui Torino, Roma e Bologna. Nel 1980, inciampò nello scandalo del calcio scommesse. Si prese tre anni e mezzo di squalifica, poi ridotti a due grazie all’amnistia dell’82. Ma la sua carriera era ormai compromessa.

Chiuso con il calcio, aprì una società finanziaria. Andò malissimo, e scappò in Francia. Sarebbe dovuto tornare in Italia per rivedere il figlio, morente per un tumore, ma non fece in tempo. Povero e malato, decise di raccontare la melma dietro i lustrini del campionato. “Iniezioni e flebo, vent’anni fa prendevamo di tutto: al confronto ormoni e creatina sono caramelle”: questa la sintesi cruda delle sue denunce. Non solo sul doping. Petrini ha parlato spesso e molto di calcioscommesse. L’ultima accusa l’aveva lanciata nel programma Le Iene: “Bologna-Juventus del 13 gennaio 1980 fu truccata, le due società si misero d’accordo e chi quel giorno non avesse accettato quell’accordo non avrebbe giocato”.

Erano subito arrivate diverse smentite. Ma spesso le sue bordate venivano accolte da un imbarazzato silenzio.

Niente metafore, nei suoi libri. L’ultimo, “Piedi nudi“, era uscito nel 2010. Qualche volta interveniva nelle radio, dalla sua Monticiano (Siena), dove si era ritirato da anni. Lo stesso paese di Luciano Moggi, da cui era tanto diverso. Petrini viveva in povertà, stremato da cinque interventi agli occhi e dal tumore.

Nel 2001 pubblicò “Il calciatore suicidato“, libro-inchiesta sul caso Bergamini, che era ormai finito nel dimenticatoio. Petrini nel suo scritto fu chiaro: “Bergamini venne ucciso dalla criminalità organizzata”. E indicava due possibili moventi: in primis la droga, in seconda battuta, appunto, il calcioscommesse.

Petrini è stato anche a Cosenza per svolgere un’indagine sull’omicidio ma ci riferirà (come vedremo nei prossimi giorni) di aver trovato un muro di gomma. E così si convince che Denis possa essere stato eliminato dalla criminalità organizzata, anche perché l’ipotesi può ridare slancio al “giallo” e fargli vendere qualche migliaio di copie in più. Per gli assassini è un “assist” insperato ma per la famiglia Bergamini, nonostante le evidenti forzature, il libro di Petrini è ugualmente molto importante perché contribuirà a far parlare di nuovo di quell’omicidio praticamente finito nel dimenticatoio.