Bergamini, 20 anni di omertà

Da molti anni ormai ho intenzione di scrivere un libro su Denis Bergamini. Ma non è stato per niente semplice, tra pezzi deviati dello stato che hanno tramato e tramano ancora per nascondere la verità, tra editori che non hanno il coraggio di pubblicare una vicenda che è la fotografia dei poteri forti di Cosenza e, dulcis in fundo, carabinieri e procura di Cosenza che mi sequestrano l’hard disk per trovare… spinelli. 

E allora, dopo l’ultimo sequestro, ho fatto una scommessa con me stesso: ero ormai rassegnato a non trovare più tutto il materiale sul quale ho lavorato per anni e mi sono detto che se mai lo avessi ritrovato integro, avrei pubblicato il mio libro su Denis su Iacchite’. Qualche giorno fa ho controllato l’hard disk ed era completamente bruciato ma un tecnico, che si chiama Roberto ed al quale non finirò mai di dire grazie, me l’ha recuperato ed è ora che venga fuori.

INTRODUZIONE

SCUSATE IL RITARDO

L’omicidio volontario di Denis Bergamini è una delle pagine più nere della città di Cosenza. L’hanno scritta in tanti, non solo quelli che l’hanno ucciso. L’hanno scritta tutti quelli che hanno contribuito a nascondere la verità per vent’anni: magistrati, poliziotti, carabinieri, dirigenti e calciatori del Cosenza Calcio, giornalisti (me compreso ovviamente), uomini d’onore…

Tutti sapevano o erano in condizione di sapere ma nessuno ha fatto niente di concreto per aiutare chi quella verità la cercava e la pretendeva. La parola d’ordine era: prudenza. Una prudenza a dir poco sospetta in una città nella quale invece custodire un segreto è operazione impossibile.

All’alba del ventennale della morte di Denis, ho deciso di rompere la consegna del silenzio, pungolato da Luigi Celebre, un amico che, bontà sua, non riteneva possibile che non sapessi com’era andata. Più che non saperlo, io, come tanti altri, ci eravamo imposti di non volerlo sapere: avevamo messo la testa sotto la sabbia come gli struzzi.

Non è servito molto tempo per arrivare alla verità ma ne è servito ancora tanto altro per fare in modo che uscisse fuori. E così, con vent’anni di ritardo, ha preso corpo il lavoro che oggi tutti potete leggere.

Ho scelto la tecnica dell’intreccio: il calcio, i successi del Cosenza, la doppia faccia della nostra città, i personaggi, i protagonisti. E soprattutto la dinamica dell’imboscata tesa a Denis Bergamini con tutte le connivenze e le complicità rese possibili da pezzi deviati dello stato per oltre vent’anni.

L’omicidio di Denis Bergamini è anche un modo per riscrivere la storia recente di questa città, che non può essere quella che ci hanno propinato i pentiti e la Procura della Repubblica di Cosenza attraverso le loro “voci ufficiali”. Questo, purtroppo, è solo un piccolo assaggio di quello che poteva accadere a Cosenza e rimanere impunito quasi con leggerezza. Ma, tra tutti i “segreti” di questa città, quello relativo alla morte di Denis Bergamini era uno dei più miserabili e vergognosi.

Non a caso il titolo che ho scelto è “Vent’anni di omertà”.

Di solito, l’omertà viene abbinata alla mafia o, più in generale, alla malavita. Qui invece l’omertà (rappresentata con i caratteri della polizia ed è davvero il minimo che si potesse fare!) va doverosamente accoppiata a quei pezzi deviati dello stato (magistrati e forze dell’ordine soprattutto) che hanno concepito e insabbiato consapevolmente l’omicidio volontario di un ragazzo al quale tutti volevano bene, uno degli idoli della città di Cosenza.

La malavita sapeva, ha assicurato la copertura logistica ma non ha potuto far niente per rivelare quanto era accaduto. Avete mai sentito parlare, prima che qualcuno (bontà sua) si accorgesse della trattativa tra stato e mafia, di un pentito di malavita che accusa un poliziotto, un carabiniere o un magistrato? O di giornalisti che provano a sputtanare tutto il marcio che c’è dentro la borghesia di una città?

Nella nostra democrazia malata, dunque, è potuto accadere che per vent’anni un omicidio efferato come quello di Denis Bergamini sia stato oggetto di assurdi depistaggi e di indagini semplicemente ridicole. Perché è vero che lo stato non può condannare se stesso senza nessuno che provi a dire la verità ma a tutto c’è un limite. Un limite che, nel caso Bergamini, è stato oltrepassato troppe volte e ha goduto della vergognosa complicità di giornalisti asserviti alle logiche perverse di uomini senza dignità.

Oggi che finalmente sta per essere dato il via libera a un processo per l’omicidio volontario di Denis Bergamini, quest’opera vuole rappresentare il riscatto di quella parte di Cosenza che ha avuto il coraggio di dire basta e di puntare il dito contro chi ancora oggi crede di poter fare il bello e il cattivo tempo sulla pelle degli altri.

L’altra Cosenza, quella che insabbia e protegge i potenti, ne esce a pezzi. E siamo ancora all’inizio!

Gabriele Carchidi