Brunori Sas e i suoi predecessi colleghi

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Se pensava di essere immune alla maledizione che colpisce tutti  i cantautori impegnati di sinistra, Dario Brunori pensava male. Altri suoi illustri predecessi (Zalone docet) colleghi, prima di lui, in questa maledizione, c’erano già ‘ncappati.

Non si sfugge alla maledizione del cantautore intellettuale impegnato e di sinistra. E Dario si può dire, è a tutti gli effetti un cantautore impegnato di sinistra che canta la sua intimità e il suo vissuto come se fosse il centro dell’universo con un certo intellettualismo.

Più che la politica predilige cantare le storie seducenti della sua infanzia. Puntando più che sul “Sol dell’Avvenire” su di un “Supersantos”, come simbolo di una adolescenza perduta, nella speranza di catturare in  quell’immaginario tutti noi. Cosa che gli riesce benissimo.

Un cantautore impegnato di sinistra che preferisce omaggiare icone pop e attrici piuttosto che militanti comunisti caduti in battaglia.  E questo, diciamolo, non è stato gradito da chi si aspettava anche un minimo di politicizzazione nei suoi testi. Chiara e limpida, e non ammantata sempre dal “plagio”. O dai suoi sentimentalismi. Un po’ di rivoluzione ogni tanto non guasta. Ma nei suoi testi di ribellismo sociale, rivolte e barricate neanche l’ombra. Una delusione per molti duri e puri.

Del resto se molti compagni, o meglio “certi” compagni, si aspettavano questo, la colpa è anche sua. Basta guardarlo, al netto dell’ascolto dei suoi testi, per ritrovarsi di fronte ad una ostentata rappresentazione estetica, nonché artistica, che mira a rievocare le atmosfere tipiche del cantautorato impegnato che fu.

La narrazione del proprio ego come strumento di crescita culturale e di emancipazione politica per la comunità. Tipico degli intellettuali. Categoria nella quale Dario rientra a pieno. Che si aggiunge “al cantautore, impegnato e di sinistra”. Una scelta chiara e netta quella di Dario, su come restituire la propria immagine al pubblico. Una scelta che come stiamo vedendo comporta  i suoi rischi. Ha scelto lui di “imitare” i predecessi colleghi.

E poi, che è un cantautore intellettuale di sinistra impegnato, lo si capisce anche dal pubblico che lo segue. Tutta gente di sinistra impegnata. Dario ha tutto quello che gli serve per entrare di diritto in quella che le Major definiscono una categoria musicale di nicchia. Ben frequentata, sempre in voga, e con le sue buone entrate, ma sempre una nicchia. Ed in questa nicchia, Dario si è fatto largo, tra rievocazioni degregoriane, reminiscenze deandreane, influenze rinogaetane e suggestioni dallesche, indossando, forse impropriamente, un vestito che per impegno politico e autorevolezza poetica non può dirsi pari ai suoi “ispiratori”. E questo tuo non essere all’altezza nella poetica politica dei tuoi predecessi colleghi, nonostante il tuo pavoneggiarti al loro pari, ha creato malumore nei duri e puri.

Come a dire: se ti atteggi in continuazione ad intellettuale di sinistra e nel tuo canto analizzi la società con un occhio di riguardo ai diseredati, se nei tuoi versi elogi l’uguaglianza, la solidarietà e la fratellanza, se citi nei tuoi testi poeti, sociologi, economisti, filosofi  comunisti, se ci fai vivere suggestioni che ben si sposano con il nostro immaginario di comunisti militanti, e se a tutto questo ci aggiungi il tuo look da intellettuale di sinistra 3.0, il minimo che può succederti è che poi la gente si aspetta da te un po’di coerenza politica.

Da te ci si aspetta qualcosa di rivoluzionario, e non che vai a sventolare una sciarpa del Cosenza, ad una trasmissione televisiva, come un qualsiasi Padre Fedele che spera con questo di accaparrarsi la simpatia dei tifosi del Cosenza. Per chi come te ha intrapreso la strada dell’impegno intellettuale di sinistra, un gesto così populista non è accettabile. Squalifichi la tua categoria. Anche se a te gridare Forza Lupi, non pare niente, ci devi mettere in conto le critiche.

Come quella fatte, a suo tempo, agli illustri predecessi tuoi colleghi, vedi Guccini: “Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa, però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia”; oppure De Gregori, accusato dai compagni di aver intrapreso una deriva revisionista; Lucio Dalla diventato commerciale e funzionale alla produzione del padrone; ci furono compagni che contestarono pure De Andrè, figuriamoci come ti vedono a te. Non si scappa da questa maledizione.

Se ti volevi evitare tutto questo, non ti vestivi così come ti vesti, non cantavi ciò che canti, e soprattutto non ti circondavi di un pubblico impegnato intellettuale e di sinistra.

Hai voluto il cammello? E mo’ pedala.

Che non è il cammello del divano del tuo “mambo reazionario”, dove hai collocato uno stanco, frustrato e pentito comunista.

GdD