Calabresi, non fidatevi della Coop: è una banca ma non lo dice

La Coop sbarca in Calabria, grazie all’accordo di Master Franchising sottoscritto tra Coop Alleanza 3.0 (la più grande cooperativa di consumo italiana) ed il gruppo AZ (la catena della grande distribuzione più consolidata nel tessuto economico della Calabria, con un fatturato annuo di circa 300 milioni di euro). E’ da mesi che siamo invasi di pubblicità e di megamanifesti. Proprio oggi in Calabria sono stati aperti 10 punti vendita che rappresentano il marchio Coop.

Coop Alleanza 3.0 è la più grande fra le cooperative di consumatori del sistema Coop, e come tale aderisce all’ANCC della Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue e al consorzio cooperativo Coop Italia.
Nasce il 1º gennaio 2016 dalla fusione di tre società cooperative della grande distribuzione organizzata (Coop Adriatica, Coop Estense e Coop Consumatori Nordest) del sistema Coop Italia. Insieme a cooperative di medie dimensioni come Coop Casarsa, Coop Eridana, Coop Reno (nonché ad alcune piccole Coop in Emilia-Romagna, Triveneto, Marche ed Abruzzo) aderisce al Distretto Adriatico e ora scende anche al Sud.

Ma cosa si nasconde dietro questo marchio Coop?
Coop è uno dei più grandi operatori nella grande distribuzione italiana.
Secondo le analisi realizzate da Mediobanca, da anni Coop realizza la maggior parte dei suoi utili da operazioni finanziarie, mentre i guadagni che derivano dall’attività industriale, cioè dalla gestione dei supermercati, rappresentano una frazione minoritaria. Nel periodo 2009-2013, ad esempio, la gestione finanziaria ha prodotto 889 milioni di euro di utile, contro 249 milioni provenienti dalla parte industriale.

Coop può permettersi un rendimento così alto dalla gestione finanziaria grazie alla sua particolare struttura, che è in aperta contraddizione con questo tipo di gestione. Il marchio Coop e i relativi supermercati non sono di proprietà di una normale società per azioni, ma una di rete di società cooperative. La struttura in cooperative garantisce benefici fiscali, ma anche la possibilità di raccogliere prestiti tra i soci della cooperativa.

In tutto, Coop conta su più di 8 milioni di soci e raccoglie ogni anno circa 10 miliardi di prestiti sociali che garantiscono grande liquidità e la possibilità di fare numerosi investimenti finanziari. In parte, quindi, Coop opera come una banca, pur non essendo tale per statuto.

A questo tema sono state dedicate numerose inchieste e libri nel corso degli anni, l’ultimo dei quali “COOP Connection“, del giornalista Antonio Amorosi, è stato pubblicato un anno fa dall’editore Chiarelettere.
Il caso Coop è, dal punto di vista delle regole, più grave di quello delle obbligazioni bancarie.

Nei 1.189 supermercati affiliati a Legacoop funziona una vera e propria banca, che raccoglie i risparmi di 1,2 milioni di soci. Siccome però questa banca non si chiama banca, Bankitalia non la vigila. Qui ci addentriamo nella suprema arte della supercazzola bancaria.

Chi fa una banca senza l’autorizzazione della Banca d’Italia commette un reato di cui Bankitalia non si interessa.

Qualche anno fa, a specifico quesito del Fatto Quotidiano, gli spin doctor del governatore Ignazio Visco offrirono questa risposta: “L’esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio tra il pubblico è un reato penale il cui accertamento e la cui repressione sono affidati alla magistratura e alle forze di polizia”.

Al presidente dell’Adusbef Elio Lannutti, che il 28 ottobre 2013 ha presentato un esposto, la Vigilanza ha fatto sapere di aver “assunto le iniziative reputate doverose”. In seguito Bankitalia ha rivendicato di aver interessato “l’Autorità inquirente” per due segnalazioni ricevute nel 2014. Prendete nota: Visco ha segnalato alla magistratura (senza effetto noto) due casi di banche abusive, presumibilmente Coop, ma non dice quali sono, anche se ci sono 1,2 milioni di soci Coop che, tenendoci i loro risparmi, gradirebbero saperlo e forse, Dio li perdoni, ne avrebbero diritto.

Anche Legacoop fa finta di niente. Il governo Renzi aveva imposto per legge l’obbligo per le Coop di pubblicare il bilancio sul sito web ma Unicoop Firenze, la più grossa di tutte, ha deciso di fregarsene.

La linea ufficiale è di non vedere che nei punti Coop una banca di fatto gestisce 12 miliardi di risparmi, alla luce del sole. Bastano due argomenti: ufficialmente il prestito sociale è raccolto per finanziare l’attività, eppure viene investito quasi tutto in titoli finanziari; in più è depositato in libretti sui quali il socio Coop, giunto alla cassa, può addebitare il conto della spesa. Più “a vista” di così…

Il 27 novembre scorso, proprio mentre esplodeva la polemica sulle subordinate, la Banca d’Italia ha pubblicato un documento di consultazione in vista di una modifica delle norme. Vi si legge che “in considerazione delle problematiche emerse in occasione di alcuni episodi di crisi d’impresa (crac Coop Operaie Trieste e CoopCa, ndr), sono sviluppati interventi sulla raccolta presso i soci effettuata dalle cooperative con basi sociali ampie”.

Spiega la Banca d’Italia: “Alle cooperative, come a tutti i soggetti diversi dalle banche, è fatto divieto di effettuare raccolta ‘rimborsabile a vista’”, però “di fatto (…) le modalità commerciali con cui tale strumento viene presentato possono ingenerare nel pubblico l’idea di una sostanziale equiparazione di questa forma di raccolta rispetto a quella effettuata dalle banche”.

Uno legge e pensa: “Ecco, adesso chiamano la polizia”. Macché. Arriverà una nuova norma per definire meglio che cos’è la “raccolta a vista”, e cioè si dirà che “la raccolta è comunque a vista se il prenditore dei fondi si riserva la facoltà di rimborsare il depositante immediatamente all’atto della richiesta o comunque prima di 24 ore dal preavviso”.

Le Coop cambieranno qualche parola nei regolamenti, e tutti penseranno di essersi ancora una volta “parati il culo” (in Italia questo linguaggio ha, purtroppo, valore giuridico). E se dovesse fallire un’altra coop Bankitalia dirà di aver segnalato il problema “in tempi non sospetti”. La solita farsa.