Calabria Ora e i tappetini di Pierino Citrigno

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Qualcuno informi i tappetini di “Calabria Ora” e di Pietro Citrigno.

Quei grandi uomini retti, saggi, radical chic, di tendenza, intellettuali a convenienza, firme autorevoli del nulla, garantisti del potere, e forse anche complici morali di alcuni atteggiamenti che non hanno nulla a che vedere con il giornalismo.

E la prossima volta che qualcuno mi chiederà se i giornalisti calabresi sono minacciati dirò: “Sì, i giornalisti buoni sono minacciati, poco dalla ‘ndrangheta e molto dal potere politico. E spesso le due cose coincidono”.

Chi è deputato a difendere i giornalisti dall’editore se non il direttore?

A scrivere queste note è Bruno Palermo, il popolare giornalista crotonese.

Quando Bruno parla di tappetini si riferisce agli ex direttori del giornale di Citrigno, “Calabria Ora”, ma in particolare a Paride Leporace (il primo) e a Paolo Pollichieni e Piero Sansonetti ovvero i tre “direttori” con i quali lavorò Alessandro Bozzo.

Bruno ha perfettamente ragione. Questi tre “direttori” non solo non hanno tutelato Alessandro Bozzo e gli altri giornalisti che hanno lavorato per questo schifo di testata ma sono stati, come scrive Palermo, anche “complici morali di atteggiamenti che non hanno nulla a che vedere con il giornalismo”.

Poiché ormai sono passati dieci anni possiamo anche raccontare un episodio di uno squallore incredibile che ha visto grandi protagonisti il primo direttore del giornale (quello che metteva la firma), il direttore effettivo (quello che decideva nei fatti) e l’editore strozzino (che licenziava i giornalisti e li trattava come marionette).

A Reggio Calabria Pollichieni malsopportava due giornalisti chiamati da Leporace: Danilo Chirico e Alessio Magro. Leporace aveva assicurato a Chirico che sarebbe stata una seria opportunità di lavoro e lo aveva convinto a rientrare in Calabria da Roma, dove aveva un altro posto di lavoro. Ma i rapporti con Pollichieni erano pessimi. Chirico e Magro, tanto per essere chiari, criticavano la “politica” del potentissimo Marco Minniti e questo non andava giù a Pollichieni, che ne aveva subito chiesto la testa.

Io ero il caporedattore del giornale e fui mandato a Reggio per vedere se c’era un margine di trattativa con i “riottosi”. Chirico e Magro mi fecero capire che erano coscienti di quello che sarebbe potuto accadere e mi dissero di non farmene un cruccio.

Ebbene, Danilo ed Alessio vennero fatti fuori dopo tre mesi. Giustificazione ufficiale? Non avevano superato i tre mesi di prova!!! Giornalisti seri, professionisti e preparati come loro umiliati e mortificati in questo modo. Urlai a lungo contro quello spaventapasseri senza palle del “direttore” ma non servì a nulla. Licenziati erano (mandante Pollichieni esecutore Leporace) e licenziati rimasero.

A Danilo e ad Alessio si aggiunse una terza giornalista che, a dire di Leporace e Citrigno, non aveva superato il periodo di prova ed era la crotonese Francesca Travierso, compagna di Bruno Palermo e bravissima giornalista. L’editore-strozzino doveva risparmiare anche su Crotone e Leporace si vendette immediatamente la collega, senza colpo ferire.

Questa era Calabria Ora e questi erano i personaggi che ci sguazzavano. Ha ragione Bruno Palermo: chi è deputato a difendere i giornalisti dall’editore se non il direttore?

E Alessandro Bozzo a Calabria Ora direttori non ne ha mai avuti. Uno non aveva le palle, gli altri pensavano solo ai fatti (e al portafogli) loro.

Aveva ragione anche Battiato quando cantava di “… com’è misera la vita negli abusi di potere”.

Gabriele Carchidi