Calabria, sanità tradita: l’inchiesta di Skytg24

Le eccellenze sanitarie in Calabria ci sono. Poche, certo, ma sono funzionanti e in grado di gestire anche casi clinici più gravi. Succede poi però che a mancare sia la fiducia dei calabresi: tempi di attesa troppo lunghi o strutture inefficienti e difficili da raggiungere. Quindi decidono di andare fuori regione per curarsi. Anzi, spesso si decide di “emigrare” anche solo per una semplice diagnosi.

Skytg24, nell’approfondimento andato in onda ieri sera dal titolo “Sanità tradita”, ripercorre il record negativo della Calabria. La “mobilità sanitaria”, come è stata definita, riguarda i casi oncologici. «Si tratta di circa il 60% dei pazienti con tumori ai polmoni che decidono di andare in un’altra regione», spiega davanti alle telecamere Vito Barbieri, responsabile Aiom Calabria. Che racconta anche come spesso «i pazienti preferiscono trasferirsi in altre regioni anche per quelle prestazioni che noi riusciamo a garantire».

La riprova di questa “sfiducia” viene suggerita dallo stesso Barbieri che propone alla giornalista di prenotare una broncospocopia Ebus, un esame per diagnosticare anche le più piccole avvisaglie del tumore al polmone. Tante telefonate, decine di minuti di attesa, operatori che non conoscono l’esame e alla fine si scopre che in nessun ospedale calabrese viene fatto.

Una pagina buia della sanità calabrese, accompagnata anche dalle testimonianza di chi si sposta regolarmente per farsi curare, che si affianca anche al danno economico che viene apportato alle casse regionali: 300 milioni che la Calabria paga alle altre regioni. «Soldi che – come spiega la giornalista – escono senza più fare ritorno». Quindi poco importa se, secondo i dati, il Mater Domini di Catanzaro è uno dei centri dove si sopravvive al cancro 16 mesi in più rispetto agli altri.

IL CASO DELL’OSPEDALE DI PRAIA A MAREUn ospedale che prima c’era e adesso è chiuso. Un bacino di utenza di circa 60mila persone. E un pronto soccorso, almeno quello più vicino da raggiungere, che dista 50 km. È lo scenario dell’ospedale di Praia a Mare. Chiuso sei anni fa in seguito ai tagli del Piano di rientro, nonostante 3 sentenze del Consiglio di Stato, nessuno riesce (o non vuole) a farlo aprire. Poco importa se negli anni era diventato un punto di riferimento per le regioni vicine. «C’è la volontà a non farlo aprire», dice una donna. «Qui neanche le sentenze si riescono applicare», chiosa un altro. In tutti questi anni, i pazienti sono costretti a spostarsi. Cetraro è la struttura più vicina. Sono 50 i km che la separano da Praia. Chilometri da percorrere sulla statale 18 che, unica arteria di collegamento sulla costa tirrenica, non solo attraverso tutti i centri abitati ma d’estate diventa anche difficile da percorrere causa l’aumento delle presenze turistiche.

Cetraro, certo. Ma se la struttura, come viene spiegato dalla giornalista, non riesce ad accogliere il malato, bisogna spostarsi ancora più a sud, a Paola. Quindi altri chilometri ancora da percorrere prima di poter ricevere assistenza. Nel frattempo, l’ospedale di Praia a Mare, fa parlare di sé, prima ancora che venga aperto, per la sua gestione. Infatti, come abbiamo riportato in anteprima e come ha scritto anche Il Fatto Quotidiano, non c’è ancora un reparto di Medicina interna, ma in compenso è già stato nominato il primario. A Luciano Tramontano, detto non a caso “Slurp”, è stato affidato dal dg dell’Asp di Cosenza, Raffaele Mauro, un reparto che è al momento ancora chiuso e non è in grado di ospitare i pazienti. E facendo un giro tra le stanze di quello che dovrà essere il reparto di Medicina interna, non c’è ancora traccia di un’imminente apertura. C’è solo, sulla carta, un nuovo primario…