Cani, gatti e immigrati (di Franco Dionesalvi)

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CANI, GATTI E IMMIGRATI

di Franco Dionesalvi

Anche negli ambienti più evoluti, più progressisti, le espressioni di intolleranza verso gli immigrati, che “dovrebbero stare a casa loro”, che “ci hanno invaso”, che “ci tolgono il lavoro”, sono all’ordine del giorno.

È bizzarro che questo accada ad esempio fra persone che hanno sofferto e soffrono la medesima emarginazione. Ancora oggi il razzismo a nord verso i meridionali è evidente; eppure questi meridionali non si fanno scrupolo di riversare la stessa assurda insofferenza verso quelli che vengono dall’Africa.

Fra questi ci sono anche molti sedicenti cattolici. Se costoro leggessero anche di sfuggita qualche pagina a caso del Vangelo scoprirebbero che la Terra è di Dio. Che è assurdo alzare muri, tracciare fili spinati. Che non abbiamo il diritto di escludere nessuno, perché siamo tutti liberi e uguali. Eppure i nostri anni, e gli anni a  venire, sono destinati ad essere caratterizzati dalla costruzione di nuovi muri.

Le frontiere dell’Europa sono ormai protette da barriere sempre più invalicabili. A Belgrado gli immigrati che cercano di varcare il confine sono trattenuti in condizioni di degrado. Per non parlare delle migliaia di persone che muoiono sotto i nostri occhi, annegate. Solo che i nostri telegiornali enfatizzano per giorni la morte di un solo italiano a Berlino, mentre la conta dei morti africani si fa a centinaia e conquista solo qualche notizia veloce in fondo al telegiornale o in quindicesima pagina nei giornali. È questo il razzismo: le vite umane non valgono alla stessa maniera, cento vite delle loro valgono meno di una delle nostre.

A sinistra parlano di “politiche dell’immigrazione”. Ma questa espressione ipocrita avrebbe senso se si trattasse di come accogliere gli immigrati, di come proteggerli, di come creare per loro politiche di occupazione. Invece si tratta di studiare come respingerli, come stringere accordi coi ras del Nordafrica per il loro sterminio.

Frattanto da noi crescono a iosa i negozi per il trattamento di cani e gatti, saloni di bellezza in cui curare il loro pelo e le loro unghie; spendiamo tanti soldi per il loro mantenimento, e poi lasciamo che le strade vengano imbrattate dalla cacca dei nostri cani, perché ci scoccia raccoglierla.

Curiamo la nostra drammatica solitudine riempiendo le nostre case di animali domestici idolatrati e trattati come damigelle. E intanto i nostri villaggi, i nostri centri storici si svuotano.

Sarebbe possibile risolvere il problema facendo ripopolare i nostri villaggi abbandonati dagli immigrati; e si può fare, come ci ha insegnato qualche sindaco coraggioso come quello di Riace. Ma non ci fidiamo. E invece che un cane o un gatto potremmo adottare un immigrato: ci farebbe ben maggiore compagnia, affronterebbe assai meglio il problema della nostra solitudine.

Ma è pericoloso, vero? Perché, visto che molti di loro sono disposti a fare qualsiasi lavoro mentre noi vogliamo vivere soltanto facendoci mantenere dallo Stato, a ben vedere sarebbero loro, gli immigrati, in una società giusta, a dover adottare noi. E non è detto che, a quel punto, non scelgano invece di adottare un cane vero.