Capitan Peppe Gervasi e la Rivoluzione cosentina

Palazzo Gervasi nel centro storico
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“… Questo secolo presenterà anche momenti dolorosi come la feroce persecuzione dei Valdesi, le manifestazioni antispagnole capeggiate da Marco Berardi e la peste del 1576 che la tradizione vuole cancellata dalla Madonna del Pilerio, patrona della Città…

.. A metà del ‘600 le conseguenze della rivoluzione di Masaniello si fanno sentire anche da queste parti alimentando odi antichi e dissidi di classe. Giuseppe Gervasi, alias Capitan Peppe, appartenente al ceto degli onorati, giudicato non sufficiente per accedere al “primo Sedile”, ha modo di vendicarsi dei nobili; ne susseguono tumulti che provocano tensioni e momenti drammatici…”. (Luigi Bilotto)

“… Capitan Peppe Gervasi prese a denunciare la “malignità, rapacità e superbia” dei nobili, divenuti “nemici giurati del proprio sangue” tanto da tenere “ancora oppresse le famiglie popolari”. Si trattava ora “di pigliar l’armi contro i tiranni ed esosi della patria”. Il popolo cosentino reagì con un immediato assedio al palazzo del potere, la Regia Udienza, dove una delegazione fu ricevuta dall’autorità rappresentante del re in città, il Preside, al quale furono presentate le richieste dei rivoltosi: la costituzione di un Seggio dei Viventi, l’abolizione delle tasse introdotte negli ultimi trent’anni, l’osservanza piena delle esenzioni concesse alla città da Carlo V, la restituzione dei Casali alla città.

I nobili, nella figura del sindaco, cercarono di resistere ma furono ridotti a più miti consigli dalle armi spianate. Sembrava che la rivolta avesse conseguito i suoi obiettivi nel giro di poche ore, in realtà l’obiettivo vero – la riforma degli Statuti, cioè le forme di partecipazione al governo cittadino – trovava l’opposizione più forte. I nobili le provarono tutte: dal tentativo di cooptazione di Gervasi e dei suoi più stretti collaboratori, al reclutamento di mercenari. Era il momento di ricorrere alle maniere forti: all’alba del 17 luglio 1647 i “malcontenti” si riunirono davanti la cattedrale. Capitan Gervasi “seguito et assistito da grandissimo numero di genti, così civili come plebei, per insino vignaioli delli contorni et zingari, con tutti li poveri” diede ordine di attacco: “il popolo è patrone e fa ogni cosa”.

Furono saccheggiati i monasteri e date alle fiamme le case dei nobili, un appartenente alla famiglia dei Sambiase fu ucciso e decapitato. Giuseppe Gervasi assunse il governo della città, i nobili e molti borghesi che non avevano partecipato alla rivolta furono processati e condannati a pagare ingenti somme.

Il popolo era arbitro del proprio destino. Era stato spezzato il monopolio della rappresentanza, anzi borghesia e popolo per la prima volta estromettevano dal governo cittadino i ceti nobiliari.  La storia poi ci dice come andò a finire: diciotto mesi dopo capitan Gervasi, sindaco dei cosentini in un periodo cruciale, fu ucciso e decapitato e il suo corpo nascosto. L’esperienza cosentina finì, ma il vento delle rivolte, il vento del sud, soffiava forte…”.

(Massimo Ciglio, “Per vedere occorre prima chiudere gli occhi”, pubblicato nel libro “Vento del meriggio”, a cura di Franco Piperno)

Dopo duecento anni di dominio spagnolo segue nel 1707 quello degli austriaci: il regno di Napoli è assegnato a Carlo III di Borbone che governa fino all’Unità d’Italia. Nel 1707 Cosenza è sede del Sinodo Diocesano, mentre nel 1735 la città è visitata dallo stesso re Carlo III. Le molteplici visite dei sovrani succedutesi nei vari secoli stanno a confermare la centralità che a quell’epoca Cosenza aveva.

Questo periodo comunque è caratterizzato da contrasti e dalla formazione di sette massoniche e giacobine. Poi irrompe la Rivoluzione Francese.

Nel 1799 il Cardinale Ruffo a capo di un esercito, risalendo la penisola, punta decisamente su Cosenza, in quanto cuore del movimento repubblicano meridionale dei Salfi e Bisceglia, nonchè centro massonico. La lotta è impari e Cosenza termina la sua breve storia repubblicana.

“… Nel 1799 a Cosenza si piantano gli alberi della libertà e si vivono con la stessa intensità di Napoli le vicende della cosiddetta “Rivoluzione napoletana”. La cruenta azione dei Sanfedisti non risparmia la nostra città che paga con le efferatezze degli uomini del cardinale Ruffo la sua vocazione repubblicana. Molti cosentini partecipano agli eventi turbinosi della Repubblica Partenopea, dando il loro contributo di azione e di idee sia nelle file dei sanfedisti che in quelle dei patrioti giacobini e filo-francesi… (Luigi Bilotto)