Caporalato ad Amantea: le responsabilità dei sindacati venduti al potere

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Una nota canzone della Banda Bassotti, una delle band più politicamente impegnate nel panorama politico nazionale, recitava: “sulla pelle il sudore allo stesso colore”. Poche parole che riassumono con una rima quella che è l’essenza drammatica del capitalismo: un sistema che sfrutta l’uomo, che subordina la forza lavoro agli interessi del profitto, che induce i lavoratori di etnie differenti a vendersi al padrone al miglior prezzo, che determina uno sviluppo diseguale nella filiera internazionale della produzione, con tutte le ripercussioni che ne conseguono (disoccupazione, precarietà, crisi, migrazioni, guerre).

È solo di poche ore fa la notizia, che ha suscitato scalpore a livello mass-mediatico (ma che svanirà dalle cronache altrettanto velocemente perché non fa lo stesso share del più accattivante grande fratello vip) dei titolari di un’azienda agricola di Amantea (CS) posti agli arresti domiciliari per sfruttamento della manodopera con l’aggravante della discriminazione razziale.

Cosa succedeva in questa azienda di tanto strano rispetto all’ordinario livello di sfruttamento che si registra quotidianamente nei campi per le raccolte stagionali dove gli operai sono costretti a lavorare 10/12 ore al giorno senza alcun dispositivo di sicurezza e tutela sindacale?

Il reato accertato dalle forze dell’ordine era la differenziazione salariale determinata da una variabile cromatica: il colore della pelle. 35€ al giorno ai bianchi (rumeni o bianchi dell’est europa), 30 agli indiani, 25 ai neri. I migranti, per lo più richiedenti asilo provenienti dal vicino centro di accoglienza “Ninfa Marina” venivano prelevati dalle stradine adiacenti l’azienda e portati a lavorare nei campi in condizioni che rimandano più ad un immaginario coloniale che al luccicante e sfavillante mondo post industriale raccontato dagli apologeti del capitalismo.

Gli inquirenti sembrano essersi svegliati da un lungo sonno e riscoperto una delle drammatiche verità che caratterizza il mondo del lavoro in Italia e al sud in particolare: lo sfruttamento nei rapporti di lavoro e la presenza del caporalato.
L’indignazione in questo caso è il sentimento minimo che dovrebbe scatenarsi in ogni uomo.

Ma sarebbe alquanto ipocrita e bipolare, indignarsi e poi tollerare, avallare e sostenere, ad esempio, quei sindacati che hanno svenduto e sostenuto le politiche di austerità e lacrime e sangue a danno dei lavoratori, o quanti seduti in Parlamento o sugli scranni più alti al governo sfornano leggi che deregolamentano il mondo del lavoro, che smantellano pezzo per pezzo le conquiste sindacali, che legittimano il lavoro gratuito, lo sfruttamento del lavoro minorile (alternanza scuola lavoro), che fomentano guerre tra poveri, che additano ai neri la responsabilità di disoccupazione e crisi, che per scavalcare a destra i fascio leghisti propongono il lavoro volontario per i profughi.

L’indignazione e la rabbia dovrebbero essere scatenate contro i veri responsabili di questo stato di cose e non contro i nuovi schiavi che fuggono dalla propria terra a causa di guerra e miseria andando incontro ad un presente di nuova miseria e schiavitù. Allora oggi come non mai diventa centrale la parola d’ordine propria al movimento operaio che in tempi non sospetti trovava già la soluzione allo stato di crisi e miseria determinata dai rapporti capitalistici di produzione: se ci sono tanti poveri, sfruttati e disoccupati la colpa è dei padroni e non degli immigrati.

USB confederazione di Cosenza