Cara Dda, ma quando toccherà a politici e malandrini?

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Già il fatto che sia scesa in campo la procura antimafia per una operazione che tutto sommato qualsiasi procura ordinaria attiva sul territorio avrebbe potuto tranquillamente compiere da sola, la dice lunga sull’efficienza investigativa del Tribunale di Cosenza.

Per non parlare poi del nome di questa operazione: Apocalisse. Un “titolo” che fa tremare. Il primo rimando è all’Apocalisse di Giovanni. Poi mi viene in mente “Apocalypse now”, e la scena degli elicotteri pronti a scatenare l’inferno.

Si sa, la prima “ impressione” è quella che conta. E se il titolo è altisonante e suscita suggestione, si è già oltre metà dell’opera. Se la logica è impressionare. A dire il vero, per fare una similitudine, mi sembra la stessa logica usata dai titolisti che lavorano nelle redazioni dei giornali: badano più al sensazionalismo, nel titolare un articolo, che non ai contenuti dello stesso.

Alcune volte, anzi spesso, il titolo non riflette per niente l’articolo. All’inizio mi chiedevo il perchè di questa “differenza”. Poi ho capito che i titolisti sono micidiali nel loro mestiere e bene sanno che la maggior parte dei lettori si ferma al titolo. Lo usano come specchietto per le allodole. Nel senso che aumenta la probabilità che il lettore focalizzi la sua attenzione sull’articolo e decida di andare fino in fondo. Lettura che si conclude sempre con la delusione, in questi casi, per non aver riscontrato quello che il titolo annuncia, nell’articolo. E ovviamente partono le critiche.

Ecco, se restiamo al titolo di questa operazione, alla fine, dopo aver letto le carte, si rimane delusi. E partono le critiche. E’ chiaro a tutti coloro che conoscono la città e le sue “sfumature sociali” che gli arrestati nulla hanno a che vedere con organizzazioni mafiose.

Certo, il peso del cognome di quello che è definito il capo del clan è altisonante in termini criminali: Marco Perna. E già questo, secondo alcuni dovrebbe bastare, per determinare che la rete di “spacciatori” smantellata in questa operazione sia di stampo mafioso. Ma che da qui, mi permetto di dire, si possa affermare che esista tra gli arrestati un sodalizio di tipo ‘ndranghetistico, ne corre.

Primo perché non sono “battezzati”, e poi perché oltre a vendere fumo, null’altro è contestato agli indagati. Fumo a dire basta, secondo la DDA, che si è dovuta scomodare per una operazione che francamente non libera di certo la città e la sua economia dai veri mafiosi: politici e malandrini. E’ ovvio che avendo condotta l’operazione, come atto dovuto penso io, si è vista costretta ad aggiungere l’aggravante mafiosa. Ma sanno bene i pm Bruni, Bombardieri, e lo stesso procuratore Lombardo, che sono di fronte a dei venditori di fumo.
Apocalisse è una inchiesta che nasce principalmente dalle dichiarazioni del pentito Silvio Gioia, pusher famoso e conosciutissimo in tutta la città. Chiunque si fa le canne ha avuto, direttamente o indirettamente, a che fare con lui. Ma vi è anche una frenetica attività investigativa, che all’indomani delle cantate di Gioia i carabinieri hanno messo in atto. Intercettazioni, pedinamenti, captazioni ambientali. Da queste risultanze l’apparato investigativo ne trae le conseguenze penali: quella del Perna è una banda dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti, di tipo leggero per lo più. E, a sostegno della tesi, mettono sul tavolo anche un bel sequestro di fumo di oltre 100 chili, rinvenuto nel quartiere di Serra Spiga, nel mese di gennaio del 2015.

Un sequestro, che a detta degli investigatori avviene per il “fiuto” delle unità cinofile impegnate nel controllo del territorio. Da allora, cioè 10 mesi fa, gli investigatori hanno sostenuto che erano in corso indagini per risalire a chi “appartenesse” quella montagna di fumo. Perché all’oggi non c’è nessun colpevole di quel reato.

Ora, non ho capito se questa quintalata di piollo sequestrato, presentata alla conferenza stampa di due giorni fa, è ascrivibile a questo “clan”. Perché manca il collegamento tra quel ritrovamento e gli indagati, ai quali invece durante le perquisizioni non è stato trovato niente. A inchiodarli è per lo più la loro attività telefonica di pusher: portami una cinquanta, a quanto lo fai il grammo, com’è il piollo? Insomma quello che si dicono al telefono tutti i fumatori a Cosenza. Che rimane per carità, purtroppo, un reato. Ma che non è generato certo da una appartenenza mafiosa.

Se vendi fumo, da qualcuno lo devi comprare, e non è certo la perpetua del parroco (che magari sarà anche “bona”) a venderlo. Si ha a che fare sempre con qualche malavitoso. Perché è così che funziona il mercato illegale. Il proibizionismo arricchisce la mafia e punisce il piccolo spacciatore.

Per chiudere: tanto rumore per nulla. Questa operazione, spacciata (è il caso di dirlo) per “antimafia”, non è certo quella che la gente si aspettava. E la strada già mormora: ha vistu? Chi t’avia dittu? Ara fine paganu i pesci piccoli, e gli squali continuano a divorare la città.
GdD