Caso Caridi, da Reggio suona un pericoloso campanello d’allarme (di Pietro Mancini)

Advertising

L’Aula di Palazzo Madama ha detto sì all’arresto di don Antonio Caridi, il senatore di Gal, vice-coordinatore regionale di Forza Italia, per il quale era stata emessa una richiesta di custodia cautelare, da parte della Procura di Reggio Calabria.

Le accuse a Caridi, che l’interessato respinge, sono molto pesanti.
Egli sarebbe, secondo gli inquirenti, il rappresentante di una delle cosche più temibili di Reggio Calabria nelle istituzioni, prima locali e poi in Parlamento.
Questa vicenda, sulla quale dovrà pronunciarsi la magistratura, frantuma le ormai deboli e insufficienti categorie del garantismo e del giustizialismo.
E chiama in causa i partiti che, in alcune zone del Paese, non sono più in grado di resistere alle infiltrazioni dei poteri criminali, rendendo indispensabile il controllo di legalità da parte della magistratura.

Al di là del caso-Caridi, la lunga e difficile partita contro la ‘ndrangheta non si vince né con i luoghi comuni, né con il pessimismo di maniera, né con la divisione delle opposte tifoserie sulla detenzione preventiva, una misura molto discutibile tanto per i politici quanto per tutti i cittadini.
Serietà, operosità, efficienza nella gestione, discrezione e rigore nelle indagini, non comizi, in TV, dei magistrati e trasparenza, a tutti i livelli : questi i requisiti per impegnarsi a fronteggiare, con credibilità, la agguerrita sfida dei clan.

Contro l’anti-Stato, violento e protervo, le istituzioni potranno competere e sperare di vincere la delicata partita, se lasceranno lavorare le forze dell’ordine e i magistrati capaci e finalmente liberi dalle suggestioni e dai teoremi, che hanno fatto perdere molto tempo prezioso.
Sono estremamente deboli i partiti, le strutture pubbliche, le aziende sanitarie, cioè i luoghi dove le cosche trovano le strade più semplici per infiltrarsi.

Da Reggio Calabria, suona un campanello d’allarme, a cui si deve rispondere, presto e bene, se non si intende rassegnarsi a relegare il Sud e la Calabria tra le aree del Paese non solo, come adesso, emarginate ma irrecuperabili allo sviluppo e alla normale dialettica democratica.