Omicidio Cucchi, la verità viene sempre a galla: finalmente la confessione di Tedesco

Francesco Tedesco

Domenica, 3 gennaio 2017. Sono da poco passate le 16:30 quando Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, il ragazzo morto nel 2009 dopo una settimana dal suo arresto per droga, decide di pubblicare su Facebook la foto di Francesco Tedesco, uno dei carabinieri indagati per la morte del fratello, proprio quello che oggi – con un clamoroso colpo di scena – ha finalmente ammesso che il pestaggio c’è stato accusando però i suoi due colleghi. Ilaria non aveva pubblicato una foto qualunque, ma quella di un ragazzo sorridente in posa da fotomodello tra gli scogli.

“Volevo farmi del male – aveva scritto Ilaria -, volevo vedere le facce di coloro che si sono vantati di aver pestato mio fratello, coloro che si sono divertiti a farlo. Le facce di coloro che lo hanno ucciso. Ora questa foto è stata tolta dalla pagina. Si vergogna? Fa bene”.

Questa è la foto (quella che vedete in copertina) e questo è il commento di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, assassinato dallo stato vestito da un gruppo di carabinieri, che ha scatenato il finimondo sul web, appunto a gennaio del 2017.

Ilaria Cucchi è una donna coraggiosa, una persona perbene. Il suo gesto di mostrare la foto di uno dei carabinieri imputati dell’omicidio di Stefano è stato estremo ed ha aperto scenari inediti. Gli attacchi violentissimi che ha ricevuto dalla stampa mainstream sono indice del fatto che ha scoperchiato una pentola bollentissima.

Hanno oltraggiato per anni le vittime e i loro familiari. E ora sono tutti lì con il dito alzato. La voglia di mandarli al diavolo è stata irresistibile.

Abbiamo pubblicato anche noi la foto di questo signore, che è un carabiniere, si chiama Francesco Tedesco ed è certamente uno che era presente quando Stefano Cucchi è stato pestato fino alla morte. A gennaio dello scorso anno abbiamo addirittura appreso che ha denunciato Iacchite’. Ci è arrivato un atto firmato nientepopodimenoche dal procuratore aggiunto Marisa Manzini, quella che di mestiere pettina le bambole.

Il carabiniere Tedesco si lamentava perché in quella didascalia c’era scritto che è uno degli assassini di Stefano Cucchi. Così come ha scritto Ilaria, che è stata denunciata anche lei. Noi siamo orgogliosi di poter condividere con Ilaria la denuncia di questo signore (speriamo che adesso si renda conto di quanto sia stato ridicolo nel denunciare anche delle persone), che finalmente – dopo anni – si è ricordato che è suo dovere dire la verità e finalmente l’ha detta. Ammettendo il pestaggio e accusando apertamente i colleghi Di Bernardo e D’Alessandro per come pare avesse già fatto nell’immediatezza dei fatti salvo poi vedere sparita l’annotazione di servizio e affermare di essere stato “costretto” al silenzio per tutti gli anni successivi. Un modo come un altro per “liberarsi” di quel peso e provare a scamparsela con una condanna simbolica, quasi da “pentito”.

Nella richiesta di incidente probatorio, il pm Musarò scriveva che Tedesco, Di Bernardo e D’Alessandro (tutti e tre carabinieri), “dopo aver proceduto all’arresto di Stefano Cucchi nella flagranza del delitto di illecita detenzione e cessione di sostanza stupefacente, e dopo aver eseguito la perquisizione domiciliare presso l’abitazione in cui l’arrestato risultava formalmente residente, spingendo e colpendo con schiaffi e calci il Cucchi e facendolo violentemente cadere in terra, gli cagionavano lesioni personali”. Tra le altre cose, gli avrebbero provocato anche la “frattura della quarta vertebra sacrale e della terza vertebra lombare”.

Il tutto, spiega il pm, “con l’aggravante di aver commesso il fatto abusando dei poteri inerenti alla qualità di appartenenti all’Arma dei carabinieri, e di aver approfittato di circostanze di tempo e luogo tali da ostacolare la privata difesa”. I carabinieri D’Alessandro, Tedesco e Di Bernardo sono tutti appartenenti al comando stazione carabinieri di Roma Appia.

ilaCapito? La procura di Roma ha chiuso l’inchiesta bis e ha incriminato questo signore e i suoi colleghi per omicidio. Ma è servito ancora un altro anno e mezzo prima che Tedesco si ricordasse anzitutto che il pestaggio c’era stato e poi che lo avevano fatto i due colleghi. La giustizia è lenta ma alla fine arriva.

Per rimetterci in pace con noi stessi, vi riproponiamo un pezzo di Luigi Manconi, che è un uomo di legge ma è anche uno che ha fatto politica dalla parte giusta e si è sempre battuto per i diritti dei più deboli. Alla fine degli anni Novanta fu uno dei pochi che fece qualcosa di concreto per Massimino Esposito, detto Nanà, un ultrà cosentino ucciso in carcere a Lecce.

A gennaio 2017 su Il Manifesto aveva sviluppato una riflessione che va letta e condivisa perché è quello che pensiamo un po’ tutti sulle vittime di stato come Stefano Cucchi, Denis Bergamini e purtroppo tanti altri.

Ilaria Cucchi e Donata Bergamini
Ilaria Cucchi e Donata Bergamini

Non è accaduto a me che uno stretto familiare trovasse la morte in un carcere o in una caserma o in un reparto psichiatrico. Dunque, non ho mai conosciuto l’incancellabile dolore provato da Ilaria Cucchi: e da Patrizia Moretti Aldrovandi, Claudia Budroni, Lucia Uva, Caterina Mastrogiovanni, Domenica Ferrulli, Natascia Casu, Donata Bergamini, dalla moglie di Riccardo Magherini, e dalla madre e dalla sorella di Riccardo Rasman e da altre ancora…

E da parte di queste donne, nel corso di tanti anni, non una parola di vendetta, né una domanda di condanna esemplare, non una richiesta di rivalsa, né un’espressione d’odio. Tra quei familiari, paradossalmente, si ritrova una inesausta fiducia nella giustizia come in nessun’altra circostanza a me nota, nonostante tutto e tutti, e malgrado umiliazioni e frustrazioni senza fine.

Dunque, non posso e non devo — e non voglio — valutare queste ultime affermazioni della sorella di Stefano Cucchi. Non ho alcun titolo morale per giudicare, pur precisando che personalmente non avrei scritto quelle parole, ma per un motivo: quello di non aver vissuto in prima persona un tale strazio.

Se invece così fosse stato, la mia incrollabile fedeltà al garantismo e alle sue dure leggi probabilmente non mi avrebbe trattenuto dallo scrivere le parole di Ilaria Cucchi, dopo che la Procura di Roma ha definito un «violentissimo pestaggio» quello subito da Stefano.

E la si potrebbe finire qui. Ma altre due considerazioni vanno aggiunte.

Viviamo in un paese dove alcuni sindacalisti felloni e pavidi, che dicono di rappresentare le forze di polizia perché ne difendono gli esponenti più criminali, da anni oltraggiano i familiari delle vittime. E in un paese dove politici senza vergogna e senza Dio così hanno definito Stefano Cucchi: «tossicodipendente anoressico epilettico larva zombie»; e un pubblico ministero, responsabile della prima e sgangherata inchiesta sulla morte del giovane geometra, invece di perseguire i responsabili così parlava della vittima: «tossicodipendente da quando aveva 12 anni». E ora tutti questi sono lì, col ditino alzato e l’aria severa, che impartiscono lezioni di galateo a Ilaria Cucchi. E’ davvero irresistibile la voglia di mandarli, come minimo, al diavolo.

Infine, qualche settimana fa, sul Post.it, mi sono rivolto alla senatrice Roberta Pinotti, responsabile politico — per il suo ruolo di ministro della Difesa — dell’attività dell’Arma dei Carabinieri. Le ho ricordato che in una manciata di giorni si erano verificati tre episodi che vedevano coinvolti appartenenti all’Arma. Avevo precisato prudentemente che le tre vicende non erano direttamente collegate né rispondevano a una regia unitaria. Rientravano, bensì, insieme ad altri fatti non troppo dissimili, in un clima in una cultura, in una mentalità.

Questi i tre fatti: le rivelazioni a proposito della fine di Stefano Cucchi; le testimonianze contro i carabinieri per il fermo e la morte di Magherini, a Firenze; la prescrizione di quasi tutti i reati a carico dei militari che avevano trattenuto illegalmente Uva, in una caserma di Varese.

Ripeto: tre storie diverse, ma in ognuna di esse si manifestano la disponibilità all’abuso e alla violenza e una catastrofica imperizia, una rete di complicità e di vera e propria omertà all’interno di larghi settori dell’Arma, e una certa tendenza alla sudditanza psicologica da parte di ambienti della magistratura. Su tutto ciò — sul proliferare di episodi simili e sulla drammatica carenza di formazione civile e tecnica che rivelano — un intervento del ministro della Difesa sarebbe stato davvero opportuno: a tutela dei diritti dei cittadini e dei diritti della gran parte dei carabinieri perbene.

Ma, a distanza di tanti giorni, non ho avuto, come si dice, un cenno di risposta. Il che ferisce il mio amor proprio, e poco male, ma soprattutto rivela una sensibilità non particolarmente affinata per questioni non certamente marginali.

E noi siamo qui, pensosi, a discettare dello stile di Ilaria Cucchi.

Luigi Manconi

Il Manifesto