Cenone della vigilia: tradizione o innovazione?

E’ talmente sentito il Natale da noi che persino l’antivigilia della vigilia diventa “festa”. Ma anche l’antivigilia dell’antivigilia, della vigilia, è da considerarsi sempre festa. A noi il Natale ci piace “spilarlu” così come si fa con le carte a zichinetta. Piano piano, senza fretta, ma con l’ansia di chi ancora non sa cosa gli riserva il futuro. E’ come se non vedessimo l’ora di festeggiare il Natale, ma allo stesso tempo vorremmo non arrivasse mai per non farlo passare: una volta “scartato il regalo”, non c’è nessuna altra gioiosa sorpresa ad attenderci. Perciò allastichiamo il momento che precede la gioia il più possibile. Amiamo tutto ciò che precede la festa: i preparativi, lo shopping, i vari “allestimenti”, perché quello che tutti vogliono a Natale è rendere felici le persone a noi care. E far questo c’è bisogno di rendere quel giorno speciale, diverso da tutti gli altri giorni del resto dell’anno. Ed ognuno aspira al meglio.

Ed è la Tavola di Natale del cosentino a rappresentare il culmine di questo “percorso” che, per l’occasione, si abbiglia come non mai. Tovaglia e posateria d’eccezione. Il servizio buono, i tovaglioli di lino della nonna. E poi c’è l’aspetto più bello, quello vero, dove respiri l’amore e la felicità dei tuoi cari: la preparazione dei piatti. E’ la cucina il cuore pulsante del nostro Natale. Tutto dipende da frissuri, cassaroli, e teglie. E qui che ci giochiamo tutto: il menù di Natale.

Da questo punto di vista la tradizione culinaria cosentina parla chiaro: 13 portate. Che non vuol dire 4 primi, 7 secondi, dolce e frutta, “contorni esclusi”. Ma 13 preparazioni dove la materia prima principale, è il pesce, e dove le preparazioni con le verdure di stagione sono da considerarsi dei veri e propri “piatti”, e non dei semplici contorni: broccoli, cavoli, zucca, finocchi, rape, cicoria, bieta, carciofo, patata ecc.

Per pesce la tradizione cosentina intende quello che una volta si riusciva a conservare: alici, sarde, baccalà, stocco, e come fresco capitone, o anguilla, e qualche altro pesce di acqua dolce. Che così si componeva:

Antipasto: pittuliddri come ti pare.

Primo: pasta alici e muddrica

Secondo: baccalà fritto, e in umido.

Capitone in umido, o anguilla arrustuta.

A seguire: Broccoli saltati ccù muddrica, rape ad insalata, cicoria saltata, patate ‘mbacchiuse, zucca fritta, carciofi aru furnu, cavolo ripieno, finocchio a ‘nzalata, turdizzi, scaliddri, e chiunuliddri. Vino locale e mandarini.

Un pranzo che da sempre porta gioia sulle tavole dei cosentini.  Oltre a non incidere più di tanto alle nostre già squattrinate tasche.

Non so in quanti oggi a Cosenza rispettano ancora pedissequamente la tradizione, presi come siamo dal bisogno di apparire più che da quello di “essere”. In tanti di sicuro sceglieranno di apparire spendendo patrimoni in gamberoni di dubbia provenienza, ostriche, cernie, e “icone” simili, convinti forse che è dentro un’ostrica che sta il segreto della felicità. Del resto ognuno è libero di cercarla dove gli pare. Ma una regola resta ferma per tutti, tradizionalisti e non, la cosa più importante del cenone di Natale è stare insieme alle persone che ami. E’ questo l’ingrediente segreto a cui nessuno rinuncia.

Buon Natale a Tutti