Cetraro e il clan Muto: una storia raccontata a metà

Ogni volta che vedo la foto di Franco Muto o sento parlare del re del pesce non posso fare a meno di pensare a Giannino Losardo.

Una grande città, come quella ideale rappresentata da Cosenza e provincia, non può non conoscere la sua storia, anche se non è stata scritta sui libri dell’antimafia a chiacchiera che abbiamo. Piazzisti più che giornalisti, addirittura magistrati come Gratteri che ne sfornano uno ogni sei mesi e che hanno anche l’arroganza e la presunzione di scrivere di “poteri forti” nonostante ne facciano parte essi stessi. Volenti o nolenti.

E’ dall’omicidio di Giannino Losardo che è diventato palese a tutti il patto tra lo stato deviato e Franco Muto.

Oggi il PD ha anche il barbaro coraggio di celebrare il premio Losardo, fa passerella ricordando il sacrificio dell’ex vicesindaco di Cetraro e segretario capo della procura di Paola ma non vede mai che al suo interno ci sono affiliati al clan come don Magorno e Madame Fifì che si fanno finanziare dagli scagnozzi del boss. E ovviamente non cerca mai di risolvere uno dei più miseri Cold Case della nostra storia.

Un uomo onesto e coraggioso eliminato dal clan in combutta con chi tremava per essere smascherato. Una storia che è finita insabbiata e con la quale il clan Muto ha consacrato il suo impero criminale.

E’ da mesi ormai che postiamo articoli che ripercorrono il mito criminale di Cetraro e del clan Muto, gli intrecci con la procura della Repubblica di Cosenza, l’epopea de “La Perla”, il night del porto dove criminali e magistrati siglavano il loro patto d’acciaio. Come potete chiederci di dimenticare?

E così dobbiamo sentir dire a magistrati di un certo spessore che il clan Muto ha governato incontrastato negli anni e sottolineare più volte che non è mai cambiato nulla. Ma se non abbiamo memoria non abbiamo futuro e se guardiamo con un solo occhio, alla fine diventiamo strabici. E non possiamo permettercelo.

Mi dispiace di aver “rovinato” la conferenza stampa di luglio 2016 al procuratore aggiunto Vincenzo Luberto, che è cosentino e conosce la storia e non può venirci a raccontare fregnacce. Nessuno gli disconosce il merito di aver lavorato a fondo sul clan Muto. Si devono a lui le sentenze del 2006, che poi non sono state clamorosamente applicate dagli amministratori giudiziari per le aziende confiscate e dalle istituzioni che avrebbero dovuto chiedere i soldi delle costituzioni di parte civile al clan.

E’ un passo avanti ma troppo piccolo per poter capire nella sua interezza il fenomeno del clan Muto. Che è tutto quello che sappiamo: il pescato, la droga, le lavanderie, i locali notturni, riciclaggio a livelli assoluti di denaro sporco con banche compiacenti. Ma che è fatto anche di altri livelli ben più importanti di connivenza. Come ora stanno cercando di dirci arrestando l’imprenditore Barbieri e dicendoci che Muto comanda anche a Cosenza. Come se avessero scoperto l’acqua calda…

Luberto fa bene a fidarsi solo degli atti processuali ma non può chiudere gli occhi e far finta che non sia mai esistita una serie di poteri forti al servizio della criminalità di Cetraro. Perché quando i magistrati dicono che non è cambiato nulla, hanno ragione.

Ma non ci spiegano mai quello che è successo prima. Forse perché dovrebbero arrestare o quantomeno indagare decine di loro colleghi (anche se adesso sono vecchi e cadenti) e dimostrare che molti giudici passati a miglior vita erano corrotti fino al midollo? Non bisogna aver paura della verità. Tanto, prima o poi, viene sempre a galla.

g. c.