Chi è Franco Bruzzese, il capo degli zingari

Franco Bruzzese, Luca Bruni, Adolfo Foggetti e Daniele Lamanna vengono da un percorso comune. Sono stati parte integrante del gruppo di fuoco del clan Bruni-Abbruzzese e ci sono ampie testimonianze del loro rapporto stretto e intimo.

Bruzzese, classe 1967, per molti “Francu u zingaru”, è cresciuto all’ultimo lotto di via Popilia, addestrato alla scuola dei maestri rom e di suo fratello Giovanni, ma ha sempre avuto un rapporto particolare con gli “italiani”. Ed è per questo che nel gruppo di fuoco misto che si crea, Franco Bruzzese primeggia e si impone insieme al fratello.

Era il 13 marzo del 2005, esattamente dieci anni fa, quando, alla periferia di Corato (Bari), in contrada ‘Colonnella’, Daniele e Carlo Lamanna vengono arrestati insieme a Franco Bruzzese, Giovanni Abruzzese (è fratello di Franco, non hanno lo stesso cognome per errori all’anagrafe), Adolfo Foggetti e Luca Bruni.
I fratelli Lamanna, Luca Bruni e Foggetti sono i più giovani. Daniele ha 31 anni come Giovanni Abruzzese, Carlo e Franco Bruzzese hanno 38 anni, Luca Bruni 28, Foggetti 23.

Eppure, ne avevano messi a segno già parecchi di questi assalti. Prima facevano sopralluoghi e pedinamenti ai furgoni portavalori che operavano in Molise e in Campania. Avevano a disposizione mezzi rubati (almeno un’autovettura, una macchina per movimento terra e un mezzo per trasportarla) con le quali avrebbero potuto fermare la corsa dei portavalori su strade e autostrade per poi compiere l’assalto.

La loro era una particolarissima tecnica da guerriglia consistente nella chiusura al traffico di un’area dell’arteria stradale interessata al transito dei mezzi portavalori, nel successivo accerchiamento del mezzo contro il quale i rapinatori sparavano anche centinaia di proiettili con fucili mitragliatori d’assalto, e con l’apertura delle lamiere del blindato con motoseghe a scoppio. Assalti dalla spiccata tecnica militare, la cui tempistica era estremamente ridotta per l’intervento, che non andava mai oltre i sette-otto minuti.
A Corato di Bari qualcosa non ha funzionato.

I carabinieri li hanno trovati in possesso di un autentico arsenale, da gruppo di fuoco di Serie A: armi da guerra, nove kalashnikov, una carabina da tiro con precisione e due pistole calibro 9 per 21, 3.000 munizioni, giubbotti antiproiettile, abbigliamento mimetico, ricetrasmittenti e due automobili rubate di grossa cilindrata dotate di lampeggianti e con gli abitacoli rinforzati con lastre di ferro. Una vettura aveva anche un tettuccio apribile che sarebbe servito per sparare.

Il blitz è scattato alle prime ore del mattino. Venti carabinieri del Gruppo di intervento speciale hanno circondato la tenuta dove i sei calabresi si nascondevano e hanno fatto irruzione nel casolare. L’ azione delle teste di cuoio dei carabinieri è stata velocissima, «la più importante mai condotta in Italia, dopo quella del ’78 nel carcere di Trani». Carlo Lamanna, che avrebbe guidato il gruppo, e i suoi complici sono stati bloccati ed arrestati.

“Appartenevano ad un gruppo pericolosissimo, pronto a fare una strage pur di raggiungere il proprio risultato” dice Luigi Scimè, il sostituto procuratore che ha coordinato le indagini.

Daniele Lamanna
Daniele Lamanna

A novembre 2005 il Tribunale di Bari infligge dieci anni a Giovanni Abruzzese, Franco Bruzzese e Carlo Lamanna, ritenuti i capi della banda; otto anni ciascuno a Luca Bruni, Adolfo Foggetti e Daniele Lamanna. La loro organizzazione era completata da cinque elementi pugliesi.
Tutti avevano compiti ben definiti e una cura maniacale nella preparazione delle rapine, così come abbiamo già spiegato.
Ma ciò che lasciò sbigottiti il pm inquirente della Dda, Domenico Seccia, e i carabinieri, comandati dal tenente colonnello Vincenzo Trimarco, fu l’astuzia dimostrata dal gruppo. Per non lasciare tracce di bulbi piliferi i componenti del commando durante i colpi coprivano le sopracciglia con nastro adesivo, oppure se le depilavano; per lo stesso motivo mettevano tamponi alle narici; per non lasciare impronte indossavano guanti in lattice sotto quelli di tessuto o in pelle. Con l’alcol lavavano ogni volta gli interni delle autovetture sulle quali operavano per non lasciare alcuna traccia corporale che potesse condurre ad una eventuale prova del Dna nei loro confronti.
I pedinamenti ai portavalori erano poi ripetuti fino alla nausea, così come i sopralluoghi su strade e autostrade in cui si dovevano mettere a segno le rapine. In alcuni casi la banda avrebbe creato varchi nelle reti metalliche laterali delle strade per poter fuggire all’arrivo delle forze di polizia. Poi si sceglieva il giorno e l’ora del colpo e si entrava in azione. La strada in cui transitavano i portavalori veniva chiusa al traffico per pochi minuti, il mezzo veniva fermato e accerchiato: contro di esso venivano sparate raffiche di kalashnikov e con le motoseghe veniva aperto uno squarcio nelle lamiere del blindato. Una volta prelevato il bottino dal furgone, il commando fuggiva a bordo di autovetture rubate. Il colpo durava 7-8 minuti.
“Si continua a sparare in continuazione, non ci si ferma mai, almeno le due persone davanti non si fermano mai di sparare”, spiegò agli inquirenti il pentito cosentino Francesco Bevilacqua, che ha collaborato alle indagini. “Lo fanno – disse – per evitare che la guardia faccia qualcosa, che poi non può fare niente perchè è chiusa nel furgone… questo succede quando non è corrotta nessuna guardia, altrimenti scendono prima dal furgone”.

Franco Bruzzese, Giovanni Abruzzese, Luca Bruni, i fratelli Lamanna e Adolfo Foggetti, dunque, crescono insieme e si specializzano negli assalti ai portavalori blindati e finiscono anche in carcere insieme.

Franco Bruzzese e Daniele Lamanna sono tra i primi ad uscire, nel 2010 (Bruzzese sarà arrestato anche nel blitz che interessò il deputato Lamacchia ma uscirà dopo pochi mesi), e sono a piede libero in occasione della campagna elettorale del 2011. Quella attenzionata dalla DDA. Bruzzese si è guadagnato sul campo i galloni di “capo”. La stoffa ce l’aveva anche prima, ma adesso ha ottenuto la consacrazione. Ha fama di duro e spietato, non si ferma mai. Le estorsioni e il riciclaggio sono cosa sua. E anche il rapporto con la politica.

Il capo degli zingari viene raggiunto da un mandato di cattura a gennaio 2012 per una condanna definitiva pregressa (tentato omicidio di Antonio Bevilacqua) ma resta latitante fino ad agosto, quando viene scoperto a via Panebianco.

Ma ne scriveremo a parte.