Chi ha paura del film sull’omicidio Cucchi? (di Pasquale Aiello)

di Pasquale Aiello – Placanica RC – 

Perché il film sulla morte di Stefano Cucchi fa paura? Il pensiero che rimanga testimonianza concreta basata su atti giudiziari dell’ennesima probabile morte di Stato, ha fatto scattare la molla dell’intimidazione.

Gli episodi, ormai noti, di Siderno e Pizzo Calabro in Calabria sono la spia del clima di tensione che si respira da tempo in Italia. Chiedere la lista dei partecipanti alla proiezione del film su Cucchi da parte delle autorità come è successo nella sala della libreria a Siderno o chiedere direttamente dalla questura agli organizzatori della visione a Pizzo Calabro spiegazioni sulla natura del gruppo e sull’identità dei suoi partecipanti, sono cose alquanto strane in uno stato di diritto, che vanno oltre i normali controlli. Con le dovute proporzioni, nell’antica Roma si chiamavano ‘liste di proscrizione’.

Forse con il governo salvimaio siamo già a questo? Nessuno vorrebbe pensarlo, ma i due episodi insieme al blocco dei pulman per il controllo di bagagli e passeggeri diretti a Roma per manifestare pacificamente il dissenso al decreto sicurezza, inducono quantomeno a pensare a un velato tentativo di intimorire e scoraggiare chi esprime contrarietà e non si adegua al pensiero unico, anche se, con modi garbati e gentili si cerca di giustificare il tutto con “atti di normale routine” e “presenza delle forze dell’ordine tra la gente”.E’ una storia questa di Stefano Cucchi che rappresenta una tragedia tutta italiana in cui brutalità, viltà, malasanità, malagiustizia, e favoreggiamenti  si amalgamano, si intrecciano e diventano tutt’uno. Purtroppo, se si è creata una certa diffidenza verso le istituzioni, se lo stato lo si avverte ostile, è perché dai fatti di Genova durante il G8 fino alla vicenda odierna di Stefano Cucchi, passando per Gabriele Sandri e Federico Aldrovandi, le mele marce che hanno finora infangato e offuscato l’immagine dei ‘difensori dell’incolumità pubblica’, quasi sempre sono rimaste al loro posto perché chi avrebbe dovuto prendere i dovuti provvedimenti non lo ha fatto, alimentando e mettendo in mostra tutta una rassegna del falso e della diffamazione.

Se si vuole ridare credibilità alle istituzioni e agli apparati delle forze dello Stato, bisogna che tutti comincino a collaborare onestamente e apertamente con la magistratura in tutti i processi e sospendere gli indagati fino alle alte sfere e a tutti i livelli, facendo pagare i colpevoli. Questo film, secondo il pensiero della coraggiosa e tenace Ilaria, sorella di Stefano che non ha mai smesso di volere la verità, “sarà  uno strumento importantissimo per restituire un anima e una dignità  al fratello e, anche attraverso di lui, rappresenterà una speranza per molti altri”.

Film come questo e quello sul G8, aggiungo io, andrebbero proiettati nelle scuole, e possibilmente andrebbero inseriti nei programmi di addestramento militare per sviluppare una diversa concezione di vita, perché se le forze dell’ordine interessate si fossero adoperate fin dal primo momento con trasparenza e avessero cooperato alla verità con le famiglie delle vittime e i magistrati, si sarebbero risparmiate tante sofferenze e recuperata tanta credibilità.