Chi ha ucciso Mario Dodaro?

Chi ha ucciso Mario Dodaro? Il secondo Cold Case della nostra città ci porta nei meandri dei rapporti tra politica, imprenditoria e malavita.

Nel 1982 siamo nel bel mezzo di una guerra di mafia e ai clan servono soldi. Mario Dodaro è un imprenditore emergente. Nel 1968 fonda il “Salumificio Dodaro” in contrada Garofalo di Castrolibero. Successivamente apre vari punti vendita di carne nel Cosentino. Iniziano ben presto i rapporti commerciali con grandi ditte estere e l’attività assume sempre più rilievo nel panorama economico della provincia.
Mario Dodaro era stato l’ artefice del successo dell’ azienda, dimostrando un approccio innovativo nella gestione delle macellerie e nell’ approvvigionamento della carne. Il successo dell’ azienda aveva facilitato anche il suo successo personale: Mario Dodaro era un personaggio in vista a Castrolibero e a Cosenza ed era uno dei più noti imprenditori della provincia. Molto noto in città, era anche uno dei maggiori azionisti del Cosenza Calcio ed era consigliere comunale e segretario della sezione della Dc di Castrolibero.

E’ inevitabile che la malavita bussi alla sua porta. E Dodaro, che ha un carattere che rifiuta compromessi e ingiustizie, risponde di no alle richieste di pizzo. E paga con la vita. Un caso facile, reso ancora più semplice dal dilagare del fenomeno del pentitismo. Ma, anche in questo caso, per coprire qualcuno, la macchina da guerra della procura di Cosenza ha messo su un circuito vizioso che ha portato all’archiviazione definitiva del processo. Una vergogna.

“… Nel 1982 gli omicidi furono undici, segnati, fra l’altro, da un fatto criminale inquietante che dimostrò chiaramente il livello di pericolosità al quale si era giunti. In quell’anno venne ucciso l’imprenditore Mario Dodaro, onesto e laborioso lavoratore che gestiva una catena di macellerie ed era impegnato con i fratelli nell’attività dei salumi e delle carni. Omicidio mai chiarito e, probabilmente, legato al rifiuto dell’imprenditore di piegarsi alla ferrea legge delle estorsioni che coinvolgevano, in quegli anni, la totalità degli imprenditori cosentini costretti a pagare anche se alcuni pentiti hanno parlato di un tentativo di rapina…”

(Gianfranco Bonofiglio, il Romanzo Criminale della città bruzia)

Il 18 dicembre 1982 la malavita decide di tendere un agguato a casa di Mario Dodaro, a contrada Andreotta di Castrolibero.

L’industriale è uscito da poco dal salumificio per fare rientro a casa, in un condominio a poche centinaia di metri di distanza, nel territorio di Castrolibero. Ha appena aperto il portone, quando, accortosi forse della presenza di chi gli ha poi sparato, ha invocato aiuto. Dalle finestre si è affacciato qualcuno che ha sentito tre colpi di pistola e ha poi visto una persona allontanarsi di corsa, a piedi. Soccorso dai familiari e da alcuni vicini di casa. Mario Dodaro è morto prima di giungere al pronto soccorso dell’Ospedale dell’Annunziata di Cosenza.

Il medico legale ha accertato che Dodaro è stato ucciso da uno dei tre proiettili sparati da una rivoltella di grosso calibro e che lo ha colpito alla gola.

La polizia fa scrivere ai giornalisti dell’epoca una dinamica particolare, magari studiata a tavolino per mettere le mani avanti. “… si pensa che l’intenzione di chi ha ucciso l’industriale fosse soltanto quella di dargli un avvertimento, sparandogli alle gambe… L’ultimo dei tre colpi, esploso mentre Dodaro si accasciava, si è rivelato quello mortale”.

Eppure, le indagini erano partite col piede giusto puntando con decisione all’ipotesi dell’estorsione quale matrice del delitto.

Raffaele Mazzuca, all’epoca 24 anni e Antonio Musacco, 36, appartenenti al clan Perna-Pranno, vengono fermati dagli agenti della squadra mobile della questura quasi nell’immediatezza dell’omicidio. La questura fa trapelare che sono «gravemente indiziati» per l’uccisione di Dodaro.  E che avrebbe identificato anche altre tre persone accusate di aver preso parte all’agguato contro l’industriale.

Tutte le certezze svaniscono molto presto e l’impianto accusatorio contro Mazzuca e Musacco non regge. I due escono senza conseguenze giudiziarie rilevanti. Alla fine sia in primo che in secondo grado sono assolti dall’accusa di omicidio volontario aggravato. Vengono invece condannati per tentata estorsione.

Nel frattempo, arrivano i pentiti. Negli anni Novanta sono tanti i collaboratori chiamati a dire la verità sull’omicidio di Mario Dodaro. E a dire il vero sembra quasi una versione concordata con qualcuno. Roberto Pagano, Umile Arturi, Aldo Acri, Dario Notargiacomo, Angelo Santolla, Ferdinando Vitelli, Francesco Saverio Vitelli e Giuseppe Vitelli forniscono al pm Bruni una univoca versione dei fatti, indicando quali autori materiali i defunti Alfredo Andretti e Greco Riccardo, detto Cesarino, e quale mandante Antonio Musacco.

Niente estorsione, stavolta. Troppo pericoloso… Andretti e Greco sarebbero stati rapinatori che l’aggredirono per impossessarsi del denaro che l’imprenditore aveva con sé. I banditi sarebbero stati convinti che Dodaro custodisse i soldi incassati in giornata dal suo salumificio. A quanto pare l’imprenditore avrebbe reagito all’assalto dei banditi, che spararono. Ma non per ucciderlo. Mirarono alle gambe, ma una delle pallottole calibro 38, per un tragico scherzo del destino, lo colpì in parti vitali.

Morale della favola: archiviazione. Dodaro è stato ucciso da due gangster ormai defunti e non si può dimostrare che Musacco sia mandante perché non volevano ucciderlo ma fu una “disgrazia”. Ci sarebbe ancora da valutare la posizione di Raffaele Mazzuca ma i pentiti non hanno mai parlato di lui… E il teorema della squadra mobile della questura dell’epoca (tra l’altro diretta da Nicola Calipari) è miseramente naufragato nel nulla. Come dire: la storia di Cosenza l’hanno fatta i registi occulti che hanno manovrato finora i pentiti.