Ciao Ciccio, con te se ne va un pezzo di storia cosentina

Alle 16 nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù di piazza Loreto, la città di Cosenza saluta per l’ultima volta Ciccio Misasi, storico pilota cosentino e titolare del Soccorso stradale Aci, figura popolarissima e benvoluta della nostra città. I mezzi gialli dell’Aci si stanno posizionando davanti alla chiesa insieme a chi parteciperà al funerale. In questo momento il pensiero va ai familiari di Ciccio: vi siamo vicini. 

L’ultima volta che ho visto Ciccio Misasi è stato meno di un anno fa, nel suo regno, il Soccorso stradale e centro di revisione Aci di Rende, contrada Concistocchi. Ciccio si era trasferito a Rende dopo aver “comandato” per tanti anni il Soccorso stradale dell’Aci all’inizio di via Popilia. Io gli facevo visita periodicamente, per tutte le (numerose) volte che la polizia stradale o i carabinieri mi sequestravano i miei (innumerevoli) motorini. E lui, come ogni volta, appena mi vedeva, si faceva una risata, mi abbracciava e, naturalmente, non mi faceva pagare. Mai.

L’avevo conosciuto a Telecosenza, la televisione di Giacomo Mancini, dove ho lavorato dal 1991 al 1994. Ciccio era un pilota bravissimo, tra i veterani dell’automobilismo cosentino e oltre a fare il suo lavoro all’Aci con una professionalità universalmente riconosciuta, era un grande sostenitore del “vecchio leone” ed era molto amico di Enzo Paolini, che era riuscito a convincerlo finanche a candidarsi in una delle sue liste alle elezioni comunali. Mi raccontava della sua passione più grande ovvero i motori, gli brillavano gli occhi e aveva sempre pronto un aneddoto delle sue mille corse negli autodromi più importanti d’Italia: Imola, Modena, Vallelunga. Con l’Alfa Romeo sempre nel cuore, ché i piloti hanno sempre una “marca” da seguire e da valorizzare e lui all’Alfa ha dato sempre il meglio di se.Ciccio aveva superato da tempo la meta dei settant’anni ma non li dimostrava neanche un po’ e appena aveva un minuto libero era pronto a costruire qualche “prototipo” come li chiamava lui o a truccare qualche motore o a “preparare” qualche macchina perché lui non aveva mai smesso di correre e mai l’avrebbe fatto. Anzi, aveva trasmesso la sua passione anche alla figlia Samantha, che nonostante l’esasperato “maschilismo” di questo (come tanti altri) sport, è riuscita, soprattutto grazie a Ciccio, a ritagliarsi un suo spazio importante come pilota di rally.Era amico di grandi campioni dell’automobilismo ed erano decine le foto che lo ritraevano con i suoi “miti”: Jacques Villeneuve su tutti. Poi anche Vittorio Brambilla e Niki Lauda, con i quali aveva lavorato. Ma Villeneuve era stato il suo idolo e mi raccontava che – come tutti gli sportivi – era rimasto di sasso quando l’aveva visto morire davanti alla tivù in quel maledetto Gran Premio del Belgio. Uno dei dolori più grandi che aveva provato.

Ciccio Misasi aveva vinto nove edizioni della Coppa Sila (la prima volta che aveva gareggiato è stata addirittura nel 1960) e anche un campionato italiano di velocità in salita, stravedeva per Domenico Scola detto don Mimì, il più grande di tutti, e alla Coppa Sila del 2014 gli luccicavano gli occhi quando l’Aci aveva deciso di premiarli insieme.Don Mimì è venuto a mancare recentemente e ora il destino si è preso anche Ciccio, due glorie della nostra gara in salita per eccellenza, che hanno segnato, nella memoria dei cosentini, momenti indimenticabili di bella e sana competizione. Mi piace immaginarmeli insieme, impelagati fino al collo nella “preparazione” di qualche macchina per vincere una delle loro mille corse. Non avete rivali, ragazzi, neanche nell’aldilà.

Gabriele Carchidi