Civita, una tragedia dell’incoscienza: il dramma dell’adrenalina a buon mercato

di Francesco Bevilacqua

scrittore, cercatore di luoghi perduti

“Ormai l’adrenalina la trovi al supermercato, accanto alle scatolette di tonno e alle saponette profumate. Puoi comprarla con pochi spiccioli. Serve per farti credere importante, superiore, capace. In un tempo di omologazioni e appiattimenti comportamentali, di complessi di inferiorità, di forme collettive di autismo. L’adrenalina è un ormone ed un neurotrasmettitore prodotto naturalmente dal nostro corpo. Ma nella vulgata popolare è una sorta di droga che ti fa sentire invincibile. In biologia è definito l’ormone del “combatti o fuggi” (fight or flight dicono gli americani).

Si deve essere adrenalinici durante il lavoro, in famiglia, nei rapporti con gli altri, perfino nel tempo libero. Da qualche anno, con l’avvento delle attività cosiddette out-door di massa, l’adrenalina è divenuta la reginetta di un luogo dove regnavano, un tempo, la calma, la riflessività, la bellezza, il senso di comunione col tutto. Questo luogo è la montagna. Per essere adrenalinici è necessario correre dei pericoli, credere di essere assaliti da qualcuno, sentirsi capaci di difendersi dagli elementi naturali. Poiché viviamo in società iper-protettive, i nostri bravi automi cittadini che per un’intera settimana sono teleguidati in tutto, alla domenica (o durante le vacanze) pensano bene di far irrompere nelle loro vite annoiate e lobotomizzate, una qualche sensazione forte, molto simile alla sballo che si raggiunge con alcool e droghe nelle discoteche”.

Ecco perché anche in Calabria è arrivato lo tsunami delle attività out-door. Tutte ormai declinate nel senso della pura e semplice ricerca di una “adrenalina verde” (fatte le debite eccezioni, naturalmente). E senza nessun interesse per l’estetica e l’etica della montagna. Senza nessuna consapevolezza e senza senso di responsabilità verso luoghi e comunità residenti. Andare in montagna è oggi, nella gran parte dei casi, una gita fuori porta come tante, un mordi e fuggi, un correre rischi credendo che ci sia sempre qualcuno pronto a tirarti fuori dai guai.

Dopo i fatti di Corsica, in cui diverse persone erano morte in forra a causa di un’onda di piena, attendevamo che in Calabria accadesse qualche incidente simile. E ce ne erano già stati in precedenza, ma mai di queste proporzioni e sempre per imprudenze legate alle condizioni soggettive o per fatalità.

Quella del Raganello è invece una tragedia dell’incoscienza. La Protezione Civile aveva diramato un allerta meteo. Bastava anche guardare il meteo sullo smartphone per accorgersi che il rischio temporale era altissimo. Eppure erano in tanti ieri a cercare “adrenalina verde” nel Canyon del Raganello. E nessuno che abbia impedito loro di scendere nelle gole dall’unico, controllabilissimo accesso di Civita. Sarebbe bastato un vigile urbano che dissuadesse la gente. Sarebbe bastata un po’ di consapevolezza nelle persone più esperte, che dicessero agli adrenalinomani che non era il caso di scendere nelle gole con quel tempo. Quel che mi indigna è che molte vite umane potevano essere salvate”.

“Ma provo anche sconforto per tutti questi anni spesi a cercare di far capire il valore delle montagne calabresi e la necessità di tutelarle: per i media le vere colpevoli saranno le montagne e, nel caso specifico, il Raganello, il Pollino, il temporale. Ma al di là di questi dettagli (sui quali però si dovrà ragionare per mitigare il rischio in futuro), una cosa è certa: questa tragedia è altamente sintomatica dell’atteggiamento prometeico che governa la mente degli uomini nei confronti della natura: “poiché siamo uomini fatti a immagine e somiglianza di Dio possiamo dominare tutto il creato e farne ciò che vogliamo”. E tanto per calare il tutto nello specifico dell’andare in montagna, ricordo ai molti amici che praticano queste forme di out-door in modo più o meno estremo, cosa disse uno dei più famosi alpinisti della storia, Giusto Gervasutti: “Osa, osa sempre e sarai simile a un dio”. Morì poco dopo precipitando da un pilastro di roccia nel gruppo del Monte Bianco”.