Corigliano-Rossano, questo referendum non è una cosa seria (di Alberto Laise)

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Fusione Corigliano-Rossano: occasione comunque persa

di Alberto Laise

La data del 22 ottobre è arrivata e, nella campagna referendaria, si sono avuti più toni da tifosi piuttosto che da “divulgatori”. Una scelta che non ha dato la possibilità ai cittadini di poter analizzare le tesi diverse e poter arrivare ad una scelta consapevole. Si è navigato a vista, alternando questioni molto serie e pertinenti come la necessità di uno studio di fattibilità ovvero della predisposizione di un progetto urbanistico comune, con questioni meramente “propagandistiche” che, con la fusione non hanno nulla a che fare.

Quello che è certo è che le grandi assenti sono state le amministrazioni comunali: sia Corigliano che Rossano hanno abdicato al loro ruolo di guida affidandosi alle associazioni ed ai comitati, sempre più simili a “comitati elettorali”, che non hanno potuto, per loro stessa natura, svolgere il ruolo informativo con imparzialità. Ed abbiamo sentito le tesi più improbabili, basate spesso su di un puro atto di fede, su posti di lavoro che nascono come funghi (ma nessuno spiega perché un’azienda dovrebbe avere interesse ad aprire in una città post-fusione) ovvero sui destini sanitari legati alla stessa fusione. Anche questo, però, non ha riscontri visto che l’ospedale della Sibaritide – non di Rossano-Corigliano – nasce ben prima dell’idea di fusione e dovrebbe servire, condizionale d’obbligo perché con tutti i rinvii inizia a sembrare più certa la vittoria dei Mondiali dell’Italia, l’intera area della Piana di Sibari.

Io, leggendo tutto ciò che è stato pubblicato, credo che ci siano pochi punti fermi che i cittadini debbano analizzare.

1) La fusione è un atto amministrativo che ha pochi precedenti nelle modalità che si vorrebbero realizzare tra Corigliano e Rossano. Quindi gli effetti, positivi e negativi, sono tutt’altro che certi. Avremmo avuto bisogno di studi seri ed approfonditi ben prima che i due consigli comunali approvassero l’atto d’impulso. E male ha fatto la Regione a non pretenderli deliberando l’inizio di un referendum forse avventato. Soprattutto se, parallelamente, partiva l’iter di una legge regionale. Il cittadino è chiamato a scegliere tra speranza, che ha un valore altissimo in una terra sconfitta ed umiliata come la nostra, e paura che le cose non funzionino. Ed è una scelta terribile.

2) Uno dei vantaggi certi della fusione era la possibilità di violare il Patto di Stabilità. Questo non è più possibile dal 2016 per via della “costituzionalizzazione” del pareggio di bilancio. E’ chiaro che ogni “promessa di spesa e d’investimento” viene meno vista la situazione fortemente debitoria e lo scarso margine di manovra dei comuni. Quindi bisognava approntare un calendario dei possibili investimenti. Dire che sono impossibili ovvero certi sono due bugie elettorali.

3) Le regole post referendum sono confuse e scritte male. La legge è stata cambiata in corso d’opera (lo denuncia anche l’Amministrazione coriglianese) eliminando il quorum e lasciando alla libera interpretazione del Consiglio Regionale l’analisi del voto. Questo, in sintesi, significa che il Consiglio Regionale dovrà valutare gli effetti del referendum e decidere se procedere o meno alla fusione. Su quest’ultimo punto, visto anche il precedente di Casali del Manco, c’è molto da dire.

Al momento c’è la parola del consigliere Giudiceandrea e dell’assessore Viscomi che affermano che, qualora in uno dei due comuni dovesse prevalere il No anche di un solo voto, l’iter si bloccherebbe.

A differenza di Casali del Manco c’è l’elemento della “fusione a due” che lascia credere che questa sia una scelta quasi obbligata. Quello che desta preoccupazione è, però, che a decidere, in ultima analisi, sia il Consiglio Regionale esautorando, nei fatti, le due comunità. Sarebbe stato meglio, a mio modesto avviso, predisporre un dettagliato piano di fusione tra le due amministrazioni e poi vincolarlo ad un referendum dove, cosa importante, valesse anche un quorum. Non è pensabile che un numero limitato di persone possa decidere del destino di due comunità.

Purtroppo, ad oggi, abbiamo solo l’impegno personale di alcuni consiglieri… Speriamo che basti. Sarebbe altresì importante che, nell’ipotesi che ci sia una scarsa affluenza (sotto il 40%) che questo sia tenuto in considerazione dal Consiglio Regionale.

Quello che preoccupa è la vastità d’ipotesi intermedie che sono lasciate al caso ed alla libera interpretazione post elettorale. Mettiamo che a Rossano vinca il SI con il 10mila voti ed il No ne prenda mille, mentre a Corigliano vinca il No con 5001 voti ed il Si si fermi a 4999. Avremmo un totale di 14999 Si e 6001 No. Abbiamo la promessa che tutto si fermi perché in una delle due città ha vinto il No. Ma avremmo anche tanto materiale per ricorrere in vari appelli perché c’è una dissonanza con la legge nazionale sui referendum che prevede i bacini d’utenza totali (non è che se il referendum sul divorzio avesse vinto in Lombardia e perso in Calabria nella prima si poteva divorziare ed in Calabria no…). E’ un caso limite… però, con numeri meno ristretti, potrebbe accadere.

Sarebbe stato dovere del legislatore provvedere a dare maggiore certezza del diritto. Questo porta, ed è la percezione che si ha se si frequentano le sale d’aspetta di un medico, di un ospedale, di un qualsiasi ufficio e/o bar e ristoranti, ad avere una cittadinanza confusa e disorientata che sceglierà o perché subisce la pressione di importanti centri di potere (medici, sindacati, impresa, politica) o perché convinta da argomentazioni poco attinenti alla sostanza della proposta.

L’argomento migliore del Si era e rimane quello della speranza: speranza di lavoro, cambiamento, rinnovamento politico, sanità migliore. L’argomento migliore del No è la “schizofrenia” del metodo con cui si è arrivati alla proposta di fusione. E sono entrambi argomenti solidi che avrebbero meritato maggior fortuna nel confronto. Invece sono stati surclassati da promesse di future “Shangri-la” e “duelli tra Santi”…

Quello che ci resta è, soprattutto, il ritorno di una classe politica, quella dei Graziano, dei Dima, dei Geraci e di tanti altri che hanno attraversato, da politici e da burocrati, gli ultimi 30 anni della vita pubblica di questa terra trascinandola laddove giace adesso. Ed è questa l’eredità che avremo, comunque, il 23 mattina… Rifiutarla sarà la vera rivoluzione di questa Terra.