Cosenza 2016, si vota per il meno peggio

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Ogni volta che arrivano le elezioni da noi la frase che più ricorre, di fronte al sempre uguale desolante panorama politico è: ci siamo stufati di votare il meno peggio. Perché è di questo che si parla. Una espressione che racchiude un sentimento diffuso di insofferenza verso una politica corrotta a cui oramai non crede più nessuno. Già, il meno peggio.

È tra mascalzoni e corrotti che dobbiamo scegliere, almeno chi decide di esercitare, nonostante le presenze inquietanti, il proprio diritto di voto. A noi sono 40 anni che non ci capita mai di scegliere tra i migliori. Siamo destinati sempre al peggio. Al quale, come si sa, non c’è mai fine. Mai una gioia, una speranza, per noi. Niente. O ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra. E siccome siamo cosentini spesso preferiamo la minestra alla finestra.

Cosa anche “comprensibile”, se si tiene conto del legame economico/assistenziale/familistico che c’è tra l’elettore e il candidato: siamo costretti a votare. E per giustificare la nostra, spesso ingiustificabile scelta, siamo disposti a difendere anche l’indifendibile. Perché non amiamo passare per lecchini, o peggio, per morti di fame che chiedono una elemosina.

I lecchini sono sempre gli altri. Così come i morti di fame. Perchè in questa lotta per la sopravvivenza che sono le elezioni – dove tutti sperano di ricavarci qualcosa, anche quelli che iniziano i loro proclami con frasi tipo, “prima viene il cittadino” – ognuno cerca di salvaguardare la propria dignità. Perché “portare” come candidato a sindaco gente di dubbia morale, questo, un po’, la dignità la fa traballare. E per nascondere l’imbarazzo si è disposti anche a negare l’evidenza.

coscarelli occhiuto paolini

Pur di non passare per uno senza dignità. E così, dopo esserci schierati in virtù di questa o quella parentela, di questo o quel piacere, di questa o quella promessa, passiamo alla strenua difesa del nostro candidato a sindaco. Ogni cosa che viene detta contro di lui è mistificazione, macchina del fango, calunnia, e così via. Anche quando gli intrallazzi sono evidenti, verità assolute, e patrimonio di conoscenza della città. Roba che se fossimo stati dall’altra parte non avremmo mai negato. Ma siccome è il nostro candidato, di sicuro ogni maldicenza è opera dei suoi avversari che si inventano di tutto pur di screditarlo.

Non si può replicare a questo che io scrivo perché è così, e lo sappiamo tutti. In cuor nostro siamo consapevoli di dar manforte alla corruzione e al degrado politico e sociale, votando gente di dubbia morale, ma il bisogno è tanto, ed ogni azione tutto può essere giustificata.

Potrebbero replicare a questo mio dire solo coloro i quali “portano” come candidato a padre Pio. Ma se i candidati sono Occhiuto, Paolini, Guccione, Coscarelli, francamente non so come si possa spendere una sola parola d’elogio per questi.

Occhiuto è un truffatore, lo dicono le carte, oltre ad essere organico alle cosche cosentine e da queste aver comprato voti.

quel maialetto di guccione

Guccione è un porco che pensa solo a se stesso e ai suoi lecchini. Non ha mai prodotto niente per i cosentini. Un parassita che manteniamo da anni. Uno senza dignità che ha sempre tradito chiunque è stato con lui, sempre per soldi. Oltre ad essere responsabile del livello di corruzione a cui è giunta oggi la pubblica amministrazione in Calabria.

Paolini, anche lui è invischiato fino al collo con storie di malavita e voti comprati.

Coscarelli è solo un pagliaccio massone al servizio di quel doppiogiochista di Morra, miracolato dal porcellum, e che mai più sarà eletto, che altro non è che la stampella del cinghiale. Adesso più che mai, data l’esclusione della sua lista.

Questa è la realtà di questi candidati. Roba che in una società normale li avrebbero cacciati a calci in culo dalla città. Invece da noi ancora gli baciamo le mani. Ecco tra chi siamo costretti a scegliere. Ognuno può dire quello che vuole e cercare le scuse che vuole, ma questi sono.

Mi permetto di dire a chi sceglie di esercitare il diritto di voto, che lo stesso non è un fine, ma un mezzo. Non è “utile” solo a chi lo esprime, per avere peso deve servire a tutti. Il voto si esprime per arrivare ad un risultato politico utile alla comunità, e quel risultato, per come lo esercitiamo noi oggi il diritto di voto, diciamolo, non è mai l’espressione della nostra coscienza, dei nostri valori o dei nostri ideali.

Un’operazione, questa, che ci fa dire spesso la frase: non c’è nessuno che mi rappresenti, non mi resta altro da fare che impegnarmi con chi potrebbe darmi qualcosa. Il meno peggio, appunto. E’ così che agiamo, è inutile negarlo. Il voto è un mezzo che serve a determinare un cambiamento dello status quo. E se questo non avviene, perché siamo costretti a scegliere sempre gli stessi, vuol dire che non siamo liberi. E che tutto sommato ci sta bene così. Meglio la strada vecchia, che qualche briciola arriva, piuttosto che la strada nuova. E anche se noi, da questo schifo, ci crediamo assolti, perché ci autoassolviamo, siamo per sempre coinvolti.

GdD