Cosenza 2017: Sveglia ragazzi, vi prendono per il culo (di Ugo G. Caruso)

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Ugo G. Caruso, cosentino della classe 1956, è uno storico dello spettacolo, studioso di cultura di massa, performer e regista. Vive a Roma da una vita ma non ha mai dimenticato le sue radici. L’anno scorso ha “provocato” un grande dibattito con questa riflessione che ripubblichiamo “pari pari”, anche perché, nel frattempo, in 365 giorni, nulla (ma davvero nulla!) è cambiato.

di UGO G. CARUSO

Resto contrario a questo tipo di adunate che spezzano l’atmosfera conviviale privata e generano ansia di partecipazione ad un evento proprio per riscattare la banalità del proprio Capodanno. Uno spettacolo non può essere gustato pienamente all’aperto di notte a dicembre. Nè un artista può esprimersi al meglio in quelle condizioni climatiche, finanche gli strumenti a corda non rispondono bene.

E’ la risposta populista degli amministratori all’ansia di presenzialismo di cittadini sempre più anonimizzati nella vita di tutti i giorni. Tra quanti stupidamente (se nessuno ha il coraggio di dirlo a chiare lettere lo dico io, non fosse che per inveterata abitudine) forse perché ancora inebriati (e direi obnubilati) dalla festa, plaudono alla grande adunata e si lanciano nella più deteriore e provincialistica esaltazione da stadio secondo cui Cosenza avrebbe dimostrato con questa “prova di forza” di essere la vera capitale del sud, non v’è traccia della elementare considerazione su un fatto singolare.

Com’è che durante l’anno secondo gli amministratori cosentini non c’è un soldo per organizzare al Ridotto del Rendano uno straccio d’incontro con uno scrittore o nell’ormai fatiscente Casa delle Culture un reading di poesia, né una rassegna cinematografica all’Italia, per non dire del Rendano privatizzato e cabarettizzato (in linea con la città-barzelletta che Cosenza sta diventando con la vicenda Alarico) e poi miracolosamente a fine anno escono fuori budget da capogiro per cachet astronomici?

Un concerto non fa crescere culturalmente una città, specie se fruito nella folla, nella calca, nel freddo, sbevazzando ed abbracciando amici. Questa è una sbornia, piuttosto.

E allora ragazzi, svegliatevi! Non avete capito che vi stanno prendendo per il culo?

Una città vivibile e culturalmente vivace è quella che ogni giorno, dicasi ogni giorno, propone almeno una cosa valida per 20-30, massimo 100 persone e non una volta l’anno un’adunata oceanica, tanto per dire “ci sono anch’io”.

A dispetto della retorica che sento da anni, Cosenza resta la città dei teatri chiusi o inutilizzati, dell’università impalpabile, della Sala della musica sempre più rarefatta, delle sale cinematografiche che a Natale proiettano solo blockbusters americani e cinepanettoni ed in cui neanche una su 12 programma uno dei tanti film d’essai natalizi presenti altrove (La isla minima, Dio esiste e vive a Bruxelles, Francofonia, Le ricette della signora Toku, Little sister, Perfect day) che forse non verranno mai dati, dei musei fantasmi, dei jazz club inesistenti, soprattutto di nessun festival o appuntamento annuale, fosse anche piccolo, di nicchia, ma che abbia una sua originalità ed una rilevanza nazionale.

Con buona pace per i sostenitori di Invasioni di cui non ho mai individuato la cifra se non come l’ennesimo esempio di un assistenzialismo culturale.

Insomma, per concludere, se ai giovani “disimpegnati” sta bene il cosiddetto boulevard e la movida di Santa Teresa e quelli engagè si contentano dei Litfiba o di Alvaro Soler una volta l’anno, sempre con grande scorrimento d’alcol, va da sè, non c’è da riporre grandi speranze sulle giovani generazioni e sulla loro consapevolezza civica. Ma il problema è più generale.

A Cosenza si potrebbe vivere molto meglio di quanto si viva oggi o di quanto sia avvenuto anche in un recente passato e sotto altre amministrazioni. Ma occorre un salto di qualità da parte di tutti i cosentini, uno slancio virtuoso, un impegno originale e costante, una conversione dal semplice ruolo di fruitori rintronati e assistiti o di bocca buona a quello di produttori e sostenitori di eventi originali (per intenderci non le passerelle di attricette e divetti del cinema italico) ma proposte di qualità, di quelle che il mercato culturale richiede e premia, di quelle su cui l’Unical e il suo Dams finora hanno fatto scena muta. Senza pensare a sorpassi e primati. Ma a rendere la propria vita e quella della comunità in cui si vive più bella, interessante, utile e divertente.