Cosenza ai tempi del colera (di Pasquale Rossi)

di Pasquale Rossi

Il sindaco di Cosenza, dopo aver tenuto la “sua” città in scacco per due o tre giorni a causa del concerto di Capodanno, il 2 gennaio 2018 ha affidato a FB il suo sgrammaticato pensiero.

Il sindaco non ha, come sarebbe stato normale, fatto gli auguri ai suoi concittadini, non ha augurato ai suoi concittadini di avere un anno migliore del precedente, no, non l’ha fatto. Ha, invece, polemizzato con quanti gli hanno rimproverato l’assoluta irrilevanza della città, Cadenza per gli strapagati artisti britannici che vi si sono esibiti, nonostante i suoi tanto decantati, ed autocertificati, sforzi fatti per farla uscire dall’anonimato, né ha fatto cenno al ridicolo balletto di cifre sul numero dei partecipanti: 10.000, 60.000 o, addirittura, 80.000 (si pensi solo che Cosenza, o Cadenza, ha in tutto 67.000 abitanti!) o sul cachet degli artisti (abbiamo appreso che, in totale, il concerto è venuto a costare quasi 400.000 euro).

La cosa che gli premeva di più era scagliarsi contro quei pochi oppositori che, oltre ad avere “la spocchia sotto il naso” (sic!!!), hanno capito che il problema non è tanto quello contingente dell’ultimo costosissimo concerto o dell’ultima luminaria tamarra, ma la capacità pervasiva e persuasiva del sindaco di trasformare, profondamente, la città e la maggioranza dei suoi cittadini.
Cosenza e cosentini che, seppure nei modi e nei tempi di una piccola città di provincia meridionale, una qualche aspirazione al miglioramento culturale e sociale la avevano, tanto che c’era una decente stagione di prosa e di lirica, qualche cinema proiettava anche film d’essai, alcuni locali pubblici o privati ospitavano concerti jazz, eccetera. La città, dopo sette lunghi anni, è ormai vittima, invece, di una perenne, incontrollabile, invasiva e fatua movida serale e notturna a cielo aperto, in estate ed in inverno.

Il sindaco, insieme ad un cerchio magico festaiolo ed inconcludente, è riuscito a trasformare profondamente la città inoculando dosi massicce di vuoto disimpegno e di totalmente infondato orgoglio cittadino, edificato sulla autocertificata bellezza delle opere e, persino, dei pensieri del Sommo. Il sindaco, bisogna riconoscerglielo, è stato capace di interpretare i desideri, i bisogni, le aspettative di una folla – composta, naturalmente, non da tutti i cosentini- di giovani e meno giovani del tutto privi di pensiero critico, ma pronti, in questa temperie culturale e sociale, a far bisboccia, ad andare fuori di sé stessi in tutti i modi, a bere sconsideratamente, a “stare insieme disinteressatamente” (come scrive il sindaco medesimo) e cioè disinteressati, senza interesse alcuno se non quello del divertimento fine a sé stesso.

L’adunata semioceanica che il Sommo Sindaco-Architetto, ora anche Incommensurabile Impresario di spettacoli, è riuscito a mettere in piedi altro non è che il degno, e ormai consueto, coronamento della vacua movida cosentina. La stessa folla radunata – non importa se di 10.000 o di 80.000 persone- non fa che amplificare l’aspetto populistico e, ormai sempre meno, implicitamente autoritario che hanno le opere ed i pensieri del sindaco.Anche questa volta, come lo scorso anno, si è affacciato sulla folla, nello stesso modo in cui Perón periodicamente si affacciava sulla folla, dal balcone, ogni qual volta faceva passare, o voleva far passare, qualche provvedimento legislativo autoritario. Se Perón arringava le folle plebee di descamisados (letteralmente scamiciati), il Sommo, ora, si affaccia su masse di depilados (letteralmente depilati, donne e uomini), su una folla che, in soli sette anni, è riuscito trasformare in un blocco sociale e culturale, un blocco impressionabile e fortemente emotivo, disponibile a qualsivoglia avventura politica ed elettorale.
Una folla che riempie le decine di orride piazze e piazzette, approntate solo per questo fine, senza altra occupazione apparente che ascoltare musica triviale ad altissimo volume e bere alcolici e superalcolici.

Occhiuto, nel suo post del 2 gennaio, si rivolge all’elettorato dei giovani (fra poco ci sono le elezioni) ai quali ha voluto dimostrare che i veri colpevoli della loro situazione di precarietà e di disoccupazione sono “i falsi intellettuali e i radical chic” che hanno rubato il loro futuro, occupando i posti di potere, traendo vantaggio dalla pubblica amministrazione e facendo clientelismo. Se si sorvola sulla totale indeterminatezza occhiutiana riguardo alle responsabilità individuali dei sopradetti intellettuali, quali responsabilità ha, allora, Occhiuto medesimo che è stato per molti lustri presidente dell’Ordine degli architetti, imprenditore televisivo, vincitore di appalti pubblici sia come titolare di uno studio di architettura, sia come imprenditore?

Mario Occhiuto cerca, abilmente, di non sembrare un politico perché in questo momento storico non è conveniente, ma non può sfuggire ai suoi atti pubblici: è sindaco di Cosenza da sette anni eletto nelle liste di Forza Italia ed è membro di Forza Italia.
Il sindaco di Forza Italia che auspica una “città della fiducia” ha trasformato Cosenza, invece, in una città in totale sintonia con la concezione estetico-morale di chi, come lui, vuole usarla solo per fare festa e per riunire a corte, di volta in volta, nani, ballerine e ballerini, un po’ di attempato “vippume” di provincia, un fatuo popolo della notte, un debosciato e squattrinato popolo da apericena, ma anche un vero e proprio popolo, popolo di “depilados”.
Cosenza ha subito, in soli sette anni, una vera e propria mutazione genetica: da piccola città di provincia meridionale, ma non priva di vividi fermenti politici e culturali, a piccola, vacua, “vavusa” ed anonima (Cadenza!) città del mondo globalizzato.