Cosenza, altro che “stare insieme”: questa è la città dell’intrallazzo e del cemento (di Pasquale Rossi)

Tavolata occhiutiana con Iole Perito in primo piano

di Pasquale Rossi

Il retroterra ideologico di Occhiuto è apparso in tutta il suo sfolgorante splendore in occasione di uno dei suoi tanti bagni di folla. Per analizzarlo nel dettaglio riporto, di seguito, il suo limpido pensiero, incontrovertibilmente copiato ed incollato da un post apparso sulla sua pagina Fb: “Un buon bicchiere di vino e “nu cuddruriaddru” non si rifiuta mai. Non si può fare a meno di lasciarsi coinvolgere partecipando alla tradizionale festa dell’uva e del vino a Donnici: camminare, dialogare, assaggiare, ascoltare, tutto insieme agli altri. Non solo una sagra ma un evento che celebra all’aperto quel rito dello “stare insieme” che mi è tanto caro, e che in questi anni abbiamo cercato di trasferire in ogni angolo della città”.
(https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=1868586943456646&id=100009160759093)

Se si resiste agli anacoluti, alla inesatta consecutio temporum e alla titubanza della punteggiatura del sopra riportato brano di vita pulsante occhiutesca, si può, comunque, evincere la profondità del suo pensiero ed intuirne, persino, l’applicazione pratica nell’amministrazione diuturna della cosa pubblica. Dalla malcerta prosa del sindaco-architetto si può inferire, in particolare, l’idea complessiva di città che ha in mente l’ex presidente dell’Ordine degli architetti ed urbanisti di Cosenza. Una città che accolga e promuova, in ogni suo angolo, “il rito dello stare insieme”, della chiacchiera inconsistente con un bicchiere e “nu cuddruriaddru” in mano, dell’apericena, della musica ossessiva ad altissimo volume, della bevutina permanente, del raduno delle folle per eventi musicali o fieristici di quart’ordine, della perenne ed ebbra spensieratezza che può dilatarsi a dismisura nei grandi e spogli spazi cementificati delle innumerevoli piazze e piazzette di cui l’Architetto ha disseminato Cosenza. Il sindaco chiude al traffico, compulsivamente, strade che –dopo averle ribattezzate con il nome di un prete, di un monaco o di un suo amico- tramuta, immantinente, in una piazza, uno slargo, una piazzetta, uno spiazzo, una platea, un piazzale, un cortile, un pianerottolo. Il tessuto urbano cittadino si è riempito, in questi ultimi sette anni, di molti di questi luoghi grigi, cementificati, lunari, desolati e senza un solo albero.

Il cemento usato come panacea di tutti i mali urbani, le colate di cemento per scacciare le auto (la dilatazione di Piazza Loreto), il cemento per la gioia dei bambini (Via Roma), cemento per far parcheggiare le auto in centro (Piazza Fera), cemento per celebrare “il rito dello stare insieme” (tutti gli altri slarghi), cemento e ferro per collegare il nulla con il nulla (Ponte dei Vavusi), colate di cemento e piastrelle persino per ristrutturare i monumenti (Castello Svevo e San Domenico).

Sarebbe più adeguato che patrono della città venga, d’ora in poi, venerato San Cemento Armato, altro che San Francesco da Paola!Ha disegnato una città surreale, grigia come il cemento, desolatamente priva di colori e di alberi che, se sospettassimo nell’artefice una pur vaga traccia di anelito culturale, potremmo definire quasi metafisica, post-dechirichiana.

Una mattina -dopo aver cambiato, come gli va spesso di fare, i sensi di marcia e l’intitolazione di alcune decine di strade- deve aver capito, però, che stava esagerando, che la città era davvero troppo grigia, troppo livida ed ha avuto il colpo di genio: devo dare un po’ di colore all’ultimo slargo che ho creato, Piazza Riforma! L’inaudito risultato è sotto gli occhi di tutti: non volendo piantumare neanche un bonsai, non potendo tinteggiare i palazzi intorno e sapendo che non sarebbe bastata la rugginosità delle statue che ha in animo di innalzare, ha dovuto ripiegare, “obtorto collo”, sulla colorazione della pavimentazione. In questa occasione il suo genio creativo si è, davvero, sbizzarrito, dimostrando di essere capace di sbavare sul cemento (quello non manca mai) la più ardita e assortita tavolozza: un delirio caleidoscopico di forme e di impensabili nuances colorate. Non ha tenuto conto, neanche per un momento, della inappropriatezza della sua perfomance coloristica in un contesto urbanistico tardo ottocentesco come quello di Piazza Riforma, ma avrà ritenuto, tutt’al più, che, secondo la volgare vulgata “architettese” contemporanea, ne sarebbe sortito un rimarchevole e straordinariamente positivo contrasto.

È evidente a chicchessia, invece, che è solo l’ennesimo delirio, in questo caso psichedelico, di onnipotenza del sindaco: faccio come mi pare e se voglio giocare con i colori sul pavimento lo faccio e nessuno può rimproverarmi. Se voglio giuocare a Monopoli con le vie della città per far finire le auto nel buco-nero di Piazza Fera, nessuno può e deve contestarmi; se non voglio occuparmi dell’assenza dell’acqua nelle case dei cosentini perché non mi diverto, nessuno può dirmi niente e, poi, non è colpa mia; se mi diverte, invece, far venire, per Capodanno, gli “Skunk Anansie” che inneggiano all’uso di droghe nonostante io abbia appena fatto una campagna contro la marijuana, sono fatti miei e non voglio discuterne; se voglio giuocare a fare un museo di arte contemporanea con le discutibili opere di una ancora più discutibile manifestazione come i BoCs Art, sono fatti miei e nessuno può opporsi; se voglio giuocare a decorare la città con le mie amatissime luminarie come se fosse l’albero di Natale a casa mia, sono fatti miei e nessuno può impedirmelo, neanche le inchieste della magistratura.
Celebriamo pure “il rito dello stare insieme”, facciamoci una bevutina ed un apericena, ma poi comando io e intrallazzo quando voglio, tanto la procura è di mia “proprietà”!

P.S.: Prima o poi vorrei che qualcuno -un economista, un politico, un amministratore, un ragioniere, un capo condomino- spiegasse a tutti, con dovizia di particolari, l’origine dei finanziamenti per mezzo dei quali il sindaco sta cementificando la città. Da dove vengono i 20 milioni di euro, più gli altri 40-50 che serviranno, per il “Ponte dei Vavusi”? E i 16 milioni di Piazza Fera? Quanto sono costati, e come sono stati finanziati, i rifacimenti di Piazza Loreto, di Piazza Santa Teresa, di Piazza Riforma, di Piazza XXV luglio, del Complesso monumentale di San Domenico, del Complesso monumentale di Sant’Agostino, dello slargo davanti alla chiesa di San Domenico, degli innumerevoli marciapiedi fatti e rifatti? Quanto le luminarie di questi ultimi sette anni, il lungofiume Boulevard, i BoCs Art, l’ormai obsoleto Planetario, etc. etc? Un fiume di denaro che scorre, carsicamente, nella città più povera della Calabria che è la regione più povera dell’Europa a ventisette…