Cosenza, chi è Maximiliano Granata: da Franco Pino al “concorsone” e al voto di scambio

Il presidente interdetto

Il Tribunale di Cosenza tempo fa ha interdetto dai pubblici uffici per un anno Maximiliano Granata, presidente del Consorzio Valle Crati. Il provvedimento gli è stato inflitto dal giudice Giuseppe Greco su richiesta della procura di Cosenza perché indagato per voto di scambio e corruzione elettorale. Eppure costui continua a ciarlare di legalità non rendendosi conto che ormai tutti sanno chi è.

Oggi è arrivato il momento di fare una dettagliata biografia del soggetto, uno dei più impresentabili della politica cosentina.

Maximiliano Granata, classe 1969, si affaccia sulla scena politica cittadina alla fine degli anni Ottanta, quando milita tra i giovani del PSI cosentino.

E’ figlio di un costruttore edile e si è messo in testa che deve diventare un politico. Insieme ad un gruppo di altri figli di papà come lui fonda un movimento che si chiama “La Svolta”. Questi rampolli della Cosenza bene gridano ai quattro venti di avere occupato (!) le sedi dei partiti per manifestare la loro voglia di ribellione. In realtà, quando decidono di andare ad “occupare” la sede della DC vengono cacciati fuori e quando entrano nella storica sede di via Mari del PSI li fanno entrare unicamente perché lo sapevano tutti che i loro padri facevano affari con i capibastone del partito e quindi l’occupazione viene interpretata come una sorta di teatrino.

LA SVOLTA: I SOLDI DI PAPA’ E FRANCO PINO

Morale della favola: nel 1993 (l’anno in cui il vecchio Giacomo Mancini batte tutta la partitocrazia con due liste civiche) il padre di Maximiliano Granata stanzia 50 milioni di vecchie lire per la campagna elettorale del figlio candidato sindaco de “La Svolta”. Risultato: meno di 1000 voti ed una serie di casini con la giustizia che segneranno per sempre il Nostro.

Sì, perché il quartier generale di Granata è il negozio della madre su corso Mazzini (altezza piazza Fera), “Alberelli Rosa”, e in quel magazzino gira di tutto. Persino il boss Franco Pino insieme a Pino Tursi Prato incontrano il padre di Granata per verificare cosa si può fare per il ragazzo. In quel periodo, Cosenza è sotto i riflettori per le vicende giudiziarie di Giacomo Mancini, attaccato frontalmente dagli ex comunisti che vorrebbero eliminarlo così come hanno fatto con Craxi e gli altri ladroni del PSI. E nel vortice dell’inchiesta della procura di Reggio che indaga su Mancini ci finisce anche il giovane Granata con l’accusa di voto di scambio.

E’ da quel momento che Granata deve aver capito una cosa fondamentale: è sempre meglio poter avere in famiglia qualcuno che conta nella giustizia.

GRANATA “LABURISTA”

Maximiliano Granata

Nel frattempo, il bubbone giudiziario si sgonfia e Granata torna in pista. Nel 1997 non ha ancora 30 anni ma è già allo stesso tavolo dei vecchi politicanti che si intruppano nelle tragicomiche interpartitiche per consentire a Giacomo Mancini l’appoggio totale del centrosinistra. Granata è segretario provinciale dei Laburisti, un gruppetto di mestieranti. Insieme a lui (leggete e tremate) i rappresentanti del Centrosinistra sono: Mario Oliverio per il Pds, Franco Laratta per i Popolari, Mauro Tripepi per i Verdi, Franz Caruso per il Si, Maximiliano Granata (appunto) per i Laburisti, Francesco Santoianni per il Psdi.

I Laburisti in un primo tempo vengono “invitati” a non dar vita ad una lista propria ma a segnalare proprie candidature alla lista del PDS. Un’ipotesi che viene fortemente osteggiata dal segretario provinciale Maximiliano Granata, che naturalmente vuole il “listone”. E lo avrà. Vengono eletti due consiglieri, uno dei quali Totonno Ruffolo detto a ‘Mmasciata è ancora sulla cresta dell’onda. L’altro, Salvatore Magnelli, ha militato a lungo nel Consiglio. Entrambi senza mai pronunciare un solo intervento che sia… uno.

LABURISTI: Magnelli Francesco Salvatore, Ruffolo Antonio

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GRANATA&MORRONE: IL CONCORSONE DEI PORTABORSE

Alla soglia dei 30 anni (anche se lui ne dimostra sempre almeno una decina in più), Granata deve trovarsi un lavoro fisso ed è a questo punto che si butta con il rampante Ennio Morrone, prima con i Democratici e poi con l’UDEUR.

Granata è il factotum di Morrone ed è tra i pionieri dei moderni “portaborse” tanto che anche lui come Ferdinando Aiello, Carletto Guccione e tanti altri risulta tra i vincitori del cosiddetto e famigerato “concorsone”. In quota Ennio Morrone.

Ennio Morrone

Per gli idonei al cosiddetto ‘concorsone dei portaborse’ il comma 4 dell’articolo 17 del collegato alla finanziaria prevede l’inserimento negli organici degli enti regionali, sub regionali, società in house e nei ruoli disponibili dell’amministrazione regionale. Una norma dichiarata illegittima dal Consiglio dei Ministri perché in contrasto con la legge 27 del 2009, che a distanza di dieci anni ha voluto ‘precisare’ che il concorso bandito con legge regionale 25 del 2001 era da intendersi ‘una tantum’ e quindi senza scorrimento di graduatoria. Una sorta di ‘interpretazione autentica’ concepita e fatta votare nottetempo dall’ex presidente Bova al solo fine di consentire 170 nuove assunzioni clientelari di lavoratori (D1 e C1) con gli esatti profili dei 29 idonei, in graduatoria dal 2002. E’ così che Granata si è trovato il lavoro con tanto di qualifica di “dipendente di ruolo”. Esattamente come i papponi principali, che sono Aiello e Guccione.

Non solo. Granata scopre anche quanto sono belle e remunerative le nomine ai vertici degli enti regionali ed all’alba degli anni Duemila viene eletto tra i sei rappresentanti della Regione nel Comitato per i Beni Culturali, pensate voi un po’…

Oggi Granata “lavora” (si fa per dire) nella sede decentrata di Cosenza (uffici in via Panebianco) per i Procedimenti affari generali, gestione previdenziale e fiscale.

La responsabile si chiama Francesca Mancuso. Maximiliano Granata, CAT. D3, ci risulta che sia attualmente in posizione di Mandato amministrativo, così come un altro dipendente “illustre”, il consigliere comunale oggi addirittura assessore Michelangelo Spataro. Lavoratori indefessi ed instancabili, non c’è che dire.

IL MATRIMONIO CON LUCIA ANGELA MARLETTA

Ma torniamo al Granata “politico”. Ottenuto il colpaccio alla Regione, Granata si stacca da Ennio Morrone nel 2005 e nel frattempo sta per mettere a segno un altro “blitz” importantissimo per la sua “scalata”.

Ricordate la disavventura giudiziaria degli anni ’90? Beh, Max Granata si è messo un’idea in testa e la corona alla grandissima convolando a nozze con Lucia Angela Marletta, giudice reggina in servizio al porto delle nebbie di Cosenza e figlia d’arte, addirittura di quel Giovanni Marletta, a lungo procuratore generale di Reggio Calabria. Tra luci e ombre e con la “medaglia al petto” della collaborazione con Giuseppe Pignatone.

Marletta scopre il cosiddetto verminaio di Messina arrestando Giuseppe Savoca, presidente di sezione del Tribunale civile di Messina e il pm Barbaro, accusati di avere aiutato l’imprenditore amico in odor di mafia Salvatore Siracusano ad inquinare le procedure fallimentari, «accaparrandosi a costi irrisori – spiegano gli investigatori – grandi operazioni immobiliari». In tandem con il pm Francesco Neri lavora con un certo successo ed un certo risalto anche all’omicidio di Ilaria Alpi ma poi incappa in una bruttissima storia.

Insieme a tre pm della procura di Reggio Calabria (Salvatore Boemi, Francesco Mollace e Santi Cutroneo), il procuratore Marletta finisce nella bufera dopo il ritrovamento di una microspia in una stanzetta utilizzata dal sostituto procuratore Nicola Gratteri. Sì, proprio lui, all’epoca a Reggio.

GRANATA E IL FLOP DEL TERZO POLO

Ma, in ogni caso, Granata ha fatto un altro “colpaccio”, che gli servirà più avanti. Tuttavia, adesso deve trovare una nuova casa politica e, visti i precedenti, non è per niente facile. Bussano alle porte le elezioni comunali del 2006, successive alla clamorosa defenestrazione di Eva Catizone mollata da Nicola Adamo. Il centrosinistra gli chiude le porte, il centrodestra farà solo finta di contrastare Perugini e anche Giacometto Mancini lo snobba.

Non gli resta altro da fare che candidarsi di nuovo a sindaco come nel 1993. Il suo movimento, chiamato “Terzo Polo” e al quale aderisce solo il sindacalista di destra Francesco Lucirino, fa un flop epocale: poco più di 600 voti!

Maximiliano Granata
741 1,6 Terzo Polo dei Mov. 644 1,5

GRANATA, LA MARLETTA E L’ARRESTO DI PACENZA

Raffaella D’Alba, la moglie di Pacenza

Pochi mesi dopo la batosta, Granata torna alla ribalta per la vicenda dell’arresto di Franco Pacenza, per il quale, dopo il trasferimento del gip Greco, subentra proprio la moglie giudice di Granata.

Ennio Morrone, quando va a trovare Pacenza in carcere, non sapendo di essere intercettato, lo chiama indirettamente in causa perché informa il politico del trasferimento di Greco e dell’arrivo di questa Marletta, moglie del suo ex collaboratore e quando insulta il pm Cozzolino si lascia scappare addirittura che “sappiamo con chi se la fa” . Insomma, un disastro. Sputtanato in grande stile sulle pagine de “L’Espresso”.

Unitamente a intercettazioni molto imbarazzanti nelle quali si parla di giudici che vengono e giudici che vanno nella trattazione di una causa civile di risarcimento danni del padre di Maximiliano (l’ex costruttore edile), cioè del suocero della GIP Marletta. Eppure, a nessuno viene in mente di mandare via questa gentile signora dal Tribunale.

Granata esce a pezzi dall’anno solare 2006 e ricostruirsi una verginità è praticamente impossibile. Il centrosinistra lo guarda ormai come un appestato, non gli rimane che provare a riciclarsi col centrodestra. Una classica: il salto della quaglia.

GRANATA E IL SALTO DELLA QUAGLIA

Nella marcia di avvicinamento alle elezioni comunali del 2011, Granata si mette subito in mostra e si sottopone all’inevitabile satira persino di un giornale come Il Quotidiano che non attacca mai nessuno. Ecco cosa scrive alla fine del 2010.

MAXIMILIANO Granata ci riprova. Dopo essersi candidato a sindaco di Cosenza nel 2006 senza riuscire a raggiungere il quorum adesso ha l’intenzione di creare un terzo polo (ma forse è il quarto o quinto) che vada al di là della dicotomia Pd/Pdl… 

Insomma, sempre le stesse, patetiche frasi. In realtà, Granata ha deciso da che parte stare e fa di tutto per crearne le premesse. Lo raccattano (è proprio il caso di dirlo) quelli dell’Alleanza di Centro del giornalista Francesco Pionati, un cattolico destrorso di pessima qualità, con il quale si è buttato un altro vecchio arnese come Franco Pichierri, da sempre vicino ad Occhiuto. Granata viene inglobato in questo carrozzone, fa campagna per Occhiuto (che vince) ed attende di ottenere il corrispettivo dei suoi voti ovvero la designazione del Comune di Cosenza quale delegato per il Consorzio Valle Crati.

Dietro ogni cosa che fa Granata ci dev’essere un corrispettivo e così il Nostro individua immediatamente l’oggetto del suo desiderio: da grande vuole fare il presidente del Consorzio Valle Crati, uno squallido carrozzone politico che gestisce i rifiuti, sia solidi che (soprattutto) liquidi. Ma c’è da superare uno scoglio non indifferente ovvero la resistenza di altri soggetti più o meno come lui, altri cani all’osso che si chiamano Marco Oliverio da Pedace e Alessandro Tenuta da Marano Principato.

Granata ci metterà quasi due anni per vincere la sua “battaglia” votata al clientelismo (dicembre 2013) ma nel frattempo ha creato i presupposti per insediarsi favorendo prima il sequestro da parte della procura dove lavora la… moglie del depuratore di contrada Coda di Volpe a Rende e poi il dissequestro della stessa procura, che indica addirittura l’azienda che deve gestirla ovvero la General Construction di Alfonso Gallo.

Granata e Gallo occupano quei posti perché devono traghettare una gara del CIPE che è una specie di gallina dalle uova d’oro: 35 milioni di finanziamento diretto ma soprattutto una gestione per 15 anni che frutterà circa 200 milioni in totale all’azienda e tante belle tangenti in giro per Cosenza e la Calabria. Roba da non credere.

Il resto è la storia che ha portato all’interdizione dai pubblici uffici di Granata. La gara è andata ben presto a puttane dopo essere finita nel tritacarne di una faida interna al PD mentre Granata, per dimostrare quanto è forte, ha fatto eleggere il fratello Vincenzo nelle liste di Occhiuto. Alla sua maniera, però: millantando posti di lavoro fantasma ai dipendenti di Ecologia Oggi, incorrendo nel reato di voto di scambio e di corruzione elettorale e facendosi beccare con le mani nella marmellata dalla procura di Cosenza.

E, non contento, parla ancora di legalità e di trasparenza. Roba da prenderlo, come si meriterebbe, a calci nel sedere da Cosenza Vecchia fino a Rende. Senza soluzione di continuità.

1 – (continua)