Cosenza, una città galleggiante senza rotta (di Domenico Cersosimo)

di Domenico Cersosimo

Cosenza è un capoluogo di provincia del Mezzogiorno appenninico; una città priva di particolari marchi e di narrazioni, come gran parte dei centri urbani italiani medi e piccoli. Cosenza è una piccola terra di mezzo. Media realtà urbana del Sud interno per isolamento fisico e per impronte crescenti di malasocietà, tipica della Calabria più estrema, ma anche città agganciata alle grandi tendenze della modernità metropolitana: consumi privati opulenti, ricercatezza estetica, per lo più frivola, punte di vivacità culturale non provinciali, nicchie di umanità organizzata, autosufficienza e velleità diffuse di «superiorità» urbana. La città sembra sospesa tra queste due dimensioni dominanti, spesso sovrapposte e da qualche tempo sempre più intrecciate. Sul piano delle esistenze ordinarie e invisibili, Cosenza è naturalmente molto altro; né difettano picchi di qualità dal basso nella scuola e nelle imprese, nelle parrocchie come nel non profit, anche se in un quadro di solitudine e di scollamento con le istituzioni e le politiche locali.

Negli ultimi decenni la città ha subito mutazioni importanti. È cambiato molto il suo scheletro materiale, molto meno la sua struttura sociale. Nel primo ventennio del dopoguerra realizza la grande trasformazione demografica e urbanistica: raddoppia gli abitanti – da 50 a 100 mila – assorbendo con intensità crescente nuclei familiari provenienti dai comuni dell’hinterland. La pressione demografica favorisce la dilatazione della sua conformazione fisica in direzione Nord, spostando il baricentro delle attività umane ed economiche dal Colle Pancrazio, l’originario insediamento medievale, ai nuovi grumi edificati che via via si addensano a valle. L’edilizia è il grande motore della trasformazione, il moltiplicatore di redditi, lavori e consumi, ascese imprenditoriali, carriere politiche e professionali.

Agli inizi degli anni Settanta Cosenza è la città degli uffici e dei servizi sovracomunali, fitta di casematte della terziarizzazione pubblica e della modernizzazione passiva: dalla prefettura al provveditorato agli studi, dalle sedi provinciali dei partiti alla Standa, dall’Inps alla Cassa di risparmio; un centro urbano per lo più diurno, invaso da un intenso pendolarismo mattutino di city users provenienti dagli oltre 150 comuni della provincia.

Nel corso degli anni Settanta la crescita demografica prima rallenta poi si arresta, per diventare negativa nell’ultimo scorcio del decennio a seguito della drastica riduzione dell’espanzione edilizia e dei servizi pubblici. La perdita di attrattività di Cosenza è tuttavia da connettere soprattutto alla nascita, nei primi anni Settanta, sulla collina di Arcavacata, nel comune di Rende, ai confini settentrionali del capoluogo, dell’Università della Calabria. L’ateneo, unico nel panorama italiano per organizzazione didattica (dipartimenti) e residenzialità (campus), diventa, insieme al suo intorno più prossimo, la nuova polarità d’attrazione di abitanti, manufatti residenziali, interessi economici, flussi di mobilità.

Dal nulla e in pochi anni nasce così una nuova città, con quartieri giustapposti, minuscole frazioni rurali che si ingrossano a vista d’occhio e, meno visibili ma più devastanti, un rosario di residenze disordinate addossate sul perimetro del campus e finanche al suo interno. Per circa un quarto di secolo Rende è la città calabrese delle gru, dell’edificazione smisurata, nonché la meta residenziale per chi lavora nell’ateneo, all’incirca duemila lavoratori tra docenti e non, per gli studenti e per il variegato insieme di famiglie e figure sociali a supporto della vita universitaria. Ovunque si attiva la crescita edilizia, nascono nuovi piccoli quartieri, caseggiati a schiera e moltissime case e villette isolate in tutti i comuni del comprensorio, quasi sempre in assenza di adeguati servizi pubblici di base.

Cosenza perde centralità e abitanti. Giacomo Mancini, il vecchio ma attivo ex ministro e ex segretario nazionale del Partito socialista, eletto sindaco di Cosenza nei primi anni Novanta, prova a ridare vigore amministrativo e attrattivo al capoluogo attraverso importanti interventi di riqualificazione urbana, come l’avvio della pedonalizzazione del corso cittadino, la rottura dell’isolamento fisico del quartiere popolare più marginale e degradato, la ripresa di attenzione verso il centro storico, la progettazione e la realizzazione di campagne e di eventi culturali di forte richiamo, facendo ricorso intensamente, insolito a quei tempi, alle opportunità e alle risorse comunitarie.

Per un decennio Cosenza vive una stagione effervescente, dinamica, modernizzante. L’esito più evidente è, daccapo, una fiammata edilizia, legata alla costruzione di numerose e ingombranti unità residenziali lungo una nuova grande arteria stradale (“viale parco”) che dal centro storico si proietta verso Rende, che tuttavia non ha l’intensità né la durata per invertire il trend demografico. Nel contempo, i vecchi quartieri popolari, che continuano ad assorbire la gran parte dei residenti, diventano fisicamente più marginali e più vulnerabili alle nuove povertà economiche ed educative di famiglie e minori.

Agli inizi del terzo millennio Cosenza è una città dimagrita (circa il 40% di residenti in meno rispetto agli anni Ottanta) e invecchiata (2 anziani per ogni ragazzo sotto i 15 anni); una città più allungata, con confini impercettibili, persi in un continuum scentrato di costruzioni: meno di 120 mila abitanti, di cui circa 70 mila nel capoluogo e il resto sparsi tra Rende e gli altri comuni dell’area gravitazionale dell’università, al netto delle diverse migliaia di studenti universitari non residenti. Una piccola area urbana di fatto, relativamente ricca, grazie soprattutto alla presenza dell’ateneo e delle sue economie indotte, nonché alle residue funzioni burocratiche e terziarie del capoluogo provinciale. Un’area che, con la saturazione dell’espansione dell’università nei primi anni del Duemila, imbocca nel suo insieme il sentiero del declino demografico, legato sia alla forte riduzione del tasso di natalità sia soprattutto al saldo demografico negativo, esito di una sensibile ripresa dei flussi migratori in uscita, prevalentemente di giovani scolarizzati.

Oggi Cosenza è un tutt’uno con Rende e con i quartieri frammentati di altri due comuni confinanti, Montalto Uffugo e Castrolibero. Una città materialmente e funzionalmente unica, fittamente infrastrutturata e conurbata ma intenzionalmente scucita, con quattro sindaci, quattro politiche urbanistiche, dei trasporti, della cultura, della raccolta dei rifiuti. Anche l’infrastruttura più recente condivisa ab origine tra Cosenza e Rende – il viale parco – è rigidamente sdoppiato nella tipologia costruttiva, nell’arredo complementare, nella separazione fisica tra la fine del tratto cosentino e l’inizio di quello rendese, paradossalmente anche nel nome: viale Giacomo Mancini, nel tracciato cosentino, e viale Francesco e Carolina Principe, rispettivamente ex sindaco di Rende e moglie, nel tracciato rendese. Tra le amministrazioni prevalgono localismo, autoreferenzialità, interventi replicanti, concorrenza spesso improduttiva, legami e convenienze occasionali, talvolta familistici, extraistituzionali. Nessuna politica comune neppure riguardo a un servizio di base fondamentale come i trasporti, nonostante l’evidente e incessante mobilità umana tra i comuni e tra questi e l’Università e i palesi vantaggi di scala di interventi unitari.

L’area urbana cosentina stenta a configurarsi come una città universitaria. Seppure con qualche eccezione – la pedonalizzazione dell’intero corso principale di Cosenza; la razionalità di alcuni quartieri della nuova Rende –  la cifra qualitativa non è esaltante. Molto al di sotto della domanda potenziale. Come in altre esperienze, l’establishment locale ha intravisto nell’università un cantiere, una grande occasione per la crescita quantitativa, per sostenere l’espansione edilizia e i suoi fitti addentellati economico-finanziari e socio-politici. È noto, il cemento lievita interessi, convenienze, clientele, network, economie e rendite, grandi e minute. Dall’altro, l’università oscilla tra la tendenza a privilegiare le reti scientifiche lunghe, peculiari dei paradigmi della ricerca contemporanea ma del tutto avulse dal contesto di insediamento, e la sostanziale subalternità ai circuiti dominanti locali, politici e non, alla ricerca di legittimazione e di risorse finanziarie per compensare le declinanti entrate ordinarie centrali.

Nessuno sembra preoccuparsi dello scarto tra potenzialità e realtà, né di come cucire e valorizzare in maniera incrociata risorse di qualità che pure non mancano: il grande e distinto centro storico, l’università, alcuni centri di aggregazione sociale e di volontariato, l’insediamento di prime imprese ad alta intensità cognitiva, il bacino crescente di giovani laureati. Le classi dirigenti e il ceto politico sono catturati da altro: dal marketing delle star e della bellezza puntiforme; dagli eventi spettacolari una tantum; da stucchevoli dibattiti sulla città unica mentre latitano i servizi comuni più elementari; da infrastrutture da grandeur infantile, come una costosa «metropolitana di superficie» o la costruzione di un nuovo ospedale di là da venire mentre in determinate ore del giorno l’università e le strade di accesso sono intasate all’inverosimile da automezzi di ogni specie e il pronto soccorso dell’ospedale attualmente esistente è congenitamente sotto il livello della decenza organizzativa e umana.

La Cosenza odierna assomiglia a una città galleggiante senza rotta. Come la piccola area urbana nella quale si è sfumata: c’è e non c’è, si vede e non si vede. Una distorsione ottica tranquillizzante per i sempre meno che riescono a viverci degnamente.

Tratto dalla rivista “Il Mulino”  https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:3866