Cosenza corrotta e impunita, i registi occulti: la cricca di Spagnuolo

Franco Pino

“Successivamente all’emanazione del decreto che dispone il giudizio, nel maggio 1995 Franco Pino decideva di intraprendere la via della collaborazione a fini di giustizia”.

Inizia così la ricostruzione di Otello Lupacchini relativamente al pentimento di Franco Pino.

“Il primo passo lo faceva verso i carabinieri del Nucleo operativo del comando provinciale di Cosenza, nella persona del capitano Angelo Giurgola, il quale si rivolgeva anziché verso questa Dda come logica vorrebbe, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cosenza. Il procuratore Serafini nonché il sostituto anziano Spagnuolo avanzavano allora, ancor prima di rivelare il nome del neo collaboratore, insistente richiesta al procuratore distrettuale Antimafia di Catanzaro per l’applicazione ai fini della gestione del dottor Spagnuolo presso questa Dda. Il procuratore Lombardi rigettava tale richiesta…”.

LA RELAZIONE DI MARIANO LOMBARDI

Mariano Lombardi

Il procuratore di Catanzaro Lombardi, in una prima fase, sembra voler fare per intero il suo dovere e in una relazione che è diventata storica, esprime tutte le sue riserve sul modus operandi della Procura di Cosenza.

“Il punto di partenza – scrive Lombardi – per una lettura critica dei dati è la constatazione che il processo ha sconvolto una serie di equilibri esistenti da decenni a Cosenza, ha posto le premesse per un più vasto ed approfondito esame della situazione locale e, principalmente, è stato un momento determinante per portare alla luce le connessioni del mondo della criminalità con le strutture della società civile. Dalle emergenze processuali sono sorte più inchieste che consentiranno di capire perché per decenni la criminalità organizzata della città ha esteso il suo controllo a tutti i settori, raggiungendo un livello di impunità difficilmente riscontrabile in altre province”. E non solo!

LA DELEGITTIMAZIONE DELLA DDA

“… Attribuire tutto quanto è avvenuto prima del processo e quanto è emerso successivamente durante la lunga istruttoria dibattimentale ad accordi perversi tra delinquenti è operazione del tutto riduttiva. Qualunque sia la conclusione della vicenda processuale, appare chiaro che dietro le decisioni adottate dal crimine organizzato e che hanno trovato una cassa di risonanza soltanto quando sono stati toccati gli interessi corporativi degli avvocati e sono stati portati alla luce gli interessi incrociati della delinquenza e della politica attraverso la pratica perversa del voto di scambio, VI SONO STATI REGISTI OCCULTI… Che fin dall’inizio hanno strumentalizzato anche la delinquenza mafiosa. E l’obiettivo strategico di questo disegno era quello di bloccare a tutti i costi il processo, facendo ricorso sia all’intimidazione e all’aggressione fisica sia alla delegittimazione dei magistrati…”.

Il vero punto nodale da analizzare, com’è fin troppo evidente, era (e purtroppo è) l’individuazione di chi ha manovrato i collaboratori di giustizia perché formulassero accuse indiscriminate, anche nei confronti di magistrati e di chi si è reso strumento più o meno consapevole di tali manovre.

La strategia di delegittimazione della Dda di Catanzaro, le cui indagini erano già mal tollerate quando era in gioco soltanto la progressiva disgregazione delle cosche mafiose, conseguente alle dichiarazioni dei collaboratori, aveva un canovaccio ben preciso.

I pentiti consentivano di rinvenire armi, esplosivi, congegni per azionare ordigni, cadaveri sepolti e dimenticati. Di conseguenza, venivano considerati preziosi e insostituibili.

Da un lato aumentava il numero dei soggetti che dichiaravano la loro dissociazione dalle cosche, dall’altro si delineava il pericolo dell’inquinamento probatorio attraverso l’inserimento di dichiarazioni che obbedivano a un preciso disegno criminoso in linea con il piano strategico delle cosche criminali.

Tale strategia si era fatta ancora più violenta a seguito, per un verso, dell’instaurazione di una serie di procedimenti penali nei confronti di una pluralità di avvocati del Foro di Cosenza, i quali avevano sempre dominato la scena dei processi e che avevano finito per compromettersi con esponenti mafiosi; e per l’altro dall’emersione di connessioni tra mafia e politica nelle varie forme elaborate da una inveterata coesistenza.

LA CONTROFFENSIVA DELLA CLASSE FORENSE

Gli avvocati avevano una sorta di decalogo.

“… Strumentalizzazione della gestione dei collaboratori; possibilità offerta agli stessi di avere contatti tra loro e con altri che si dichiaravano disponibili a un rapporto collaborativo, al fine di concordare versioni comuni; spostamento dei detenuti in carceri nelle quali era più agevole avere contatti; monopolio della difesa dei collaboratori in un numero ristretto di difensori; contrasto di valutazione in ordine agli stessi soggetti tra la DDA di Catanzaro e la procura di Cosenza; atteggiamento di favore adottato nei confronti di Franco Pino, che era rimasto in possesso di una somma di denaro: esistenza di un procedimento penale iniziato a seguito della denuncia del capitano Giurgola; possibilità che esistesse un procedimento nei confronti del presidente della Corte d’assise di Cosenza…”.

Lombardi aveva le idee chiare su chi fossero questi registi occulti, specie quando gli avvocati più in vista di Cosenza attaccano frontalmente il pm Stefano Tocci denunciandolo alla Procura Antimafia.

Dichiara di non voler demonizzare l’intera classe forense ma indicava negli avvocati Tommaso Sorrentino, Antonio Cersosimo, Luigi Cribari, Marcello Manna e Paolo Pittelli personaggi protagonisti di fatti censurabili penalmente mentre coloro che sono stati strumenti più o meno consapevoli delle manovre in atto rispondevano ai nomi del procuratore Serafini e del sostituto anziano Spagnuolo.

Decisamente tanti gli episodi di pentiti manovrati a uso e consumo di Serafini, Spagnuolo e degli avvocati cosentini. Con l’aggiunta di imbarazzanti fughe di notizie…

3 – (continua)