Cosenza, due poliziotti pestano tre stranieri: sospesi per un anno

Dario Fazio

Che in giro per le questure e le caserme dei carabinieri ci sia qualche “giustiziere della notte” che pensa di farsi giustizia da solo, è risaputo. E gli episodi, dove indiziati portati in questura e in caserma sono rimasti vittime di brutalità sbrirresche, sono tanti. Diversi non sono più tornati a casa, vittime di percosse e maltrattamenti di esagitati e fanatici che pensano che indossare una divisa gli dia anche il potere di decidere sulla vita o la morte di un indiziato. Questa barbara pratica avviene perché spesso e volentieri i superiori non vigilano sull’operato dei loro sottoposti, o peggio, chiudono gli occhi. O peggio ancora sono proprio loro ad istigare i propri uomini alla violenza.

E Cosenza non è esente da queste “pratiche”. La storia che vi raccontiamo, appresa dalle colonne del Quotidiano, ha dell’incredibile. E riguarda due poliziotti in servizio presso la questura di Cosenza, marito e moglie: Dario Fazio e Paola Zappacosta.

I due, insieme al figlio, si erano recati a Bisignano per motivi personali, quando la poliziotta, la signora Zappacosta, si accorge di non avere più la borsa. Capisce subito di essere stata oggetto di un furto in piena regola. E da poliziotta inizia a ricostruire le varie fasi dei suoi movimenti fino a giungere alla conclusione che a rubare la sua borsa (che conteneva, oltre agli effetti personali, anche la pistola d’ordinanza e il distintivo) fossero stati tre stranieri, visti dalla poliziotta aggirarsi attorno a loro, proprio nel momento in cui spariva la borsa. I tre, provenienti dal Pakistan e residenti in paese presso un centro di accoglienza, ancora non sanno che cosa accadrà loro da lì a poco.

Così i due poliziotti, marito e moglie, si mettono subito alla ricerca dei tre. E siccome Bisignano non è Pechino, in meno di 15 minuti li rintracciano costringendoli, dopo avergli mostrato il distintivo del marito, a seguirli in un angolo fuori mano del paese, lontano da occhi indiscreti. Giunti sul posto i due poliziotti iniziano a pestare i tre in malo modo: schiaffi, pugni, calci, insulti di ogni genere. Vogliono sapere dai pakistani dove hanno nascosto la “refurtiva”. Ma nonostante le brutali violenze, i tre continuano a dire di non aver fatto nulla e di non aver mai rubato la borsa. Ma i due sceriffi non sono convinti della loro innocenza e vanno oltre. Sequestrano i tre e si fanno condurre presso il centro dove vivono mettendo a soqquadro le stanze dei tre pakistani che oramai sono in balia della folle violenza dei due poliziotti. E giù ancora ceffoni, insulti e calci. Ma niente, i tre sono innocenti. Non possono confessare un reato che non hanno commesso.

Capito che avevano esagerato e che forse i tre davvero non c’entravano niente con il furto della borsa, nel vano tentativo di rimediare, i due maneschi poliziotti chiamano una volante con la speranza di coprire tutti gli abusi di cui si sono macchiati. Ma i tre pakistani raccontano l’assurda vicenda di cui sono state vittime, costringendo la procura ad aprire un’inchiesta affidando le indagini ai carabinieri di Rende. Fino ad arrivare alla determinazione di oggi del gip del tribunale di Cosenza che li ha interdetti dai pubblici uffici per 12 mesi, nonostante la procura avesse chiesto gli arresti domiciliari. Ma si sa che a Cosenza, per chi ha santi in paradiso, va di moda l’interdizione.

Una notizia, questa, che è stata tenuta nascosta e che solo oggi qualcuno ha deciso di fare uscire. Segno, forse, di un cambiamento della logica che ha caratterizzato per tanti anni la questura di Cosenza: i panni sporchi si lavano in famiglia. Certo è che su questo barbaro “fenomeno” il dottor Conticchio, questore di Cosenza, dovrà vigilare, e visto il suo essere un poliziotto onesto e sinceramente democratico, siamo sicuri che sarà così.