Cosenza e la cultura dell’apparenza (di Antonella Falco-“Cosenza in Comune”)

Antonella Falco
Advertising

Cosenza e la cultura dell’apparenza: murales, BoCS Art e altri disastri

Il livello etico e civile di un’amministrazione comunale si misura anche in base alle politiche culturali che questa è in grado di concepire e di attuare. Per politiche culturali intendo tutte le occasioni di diretta fruizione della cultura nell’ambito della vita cittadina, attraverso i luoghi ad essa preposti quali biblioteche, musei, teatri, cinema e ogni altro luogo di aggregazione e di scambio di saperi.

D’altra parte, per noi studiosi la cultura non è solo l’insieme delle cognizioni intellettuali che un singolo individuo acquisisce mediante lo studio e l’esperienza, rielaborandole poi in modo personale allo scopo di trasformare la semplice erudizione in piena consapevolezza di sé e del mondo, ma è cultura l’intero sistema di saperi e conoscenze, usi e costumi, arti e mestieri, tradizioni popolari e credenze che caratterizzano un gruppo umano e la sua maniera di interagire con l’ambiente circostante.

Date queste premesse risulta particolarmente interessante gettare uno sguardo a quello che è stato il modo di proporre e promuovere cultura da parte della giunta Occhiuto.

occhiuto de ciccoSu tutto spicca, in ogni occasione, la spettacolarità degli eventi proposti, a fronte, il più delle volte, di un assai scarso valore culturale. Come a dire che la sontuosità della messa in scena sia servita a compensare l’intrinseca ed effettiva povertà della proposta culturale offerta ai cittadini. Tanto fumo e poco arrosto, insomma.

Un amministratore che voglia davvero operare al fine di diffondere la cultura in città si impegna quotidianamente alla realizzazione di tale scopo e lo fa lavorando principalmente sulle persone, determinando e favorendo momenti di incontro e scambio, sostenendo le associazioni, gli enti e le strutture che lavorano nel territorio, creando, ad esempio, biblioteche di quartiere e non passerelle di divi destinate a lasciare il tempo che trovano.

La produzione e la promozione culturale sono cosa ben diversa dalla realizzazione di costosi e isolati eventi pseudoculturali che servono solo ad attirare giornalisti e fotografi e non lasciano che qualche autografo frettolosamente vergato su un pezzo di carta. Produrre e promuovere cultura significa essere inseriti nel territorio, parlare con le persone, attuare una programmazione che abbia come obiettivo quello di portare in città intellettuali interessati non ai bagni di folla ma alla condivisione e alla divulgazione del sapere, e significa – cosa imprescindibile – continuità e capillarità della proposta.

È l’imperativo dell’esserci, la responsabilità di aver assunto un impegno nei confronti della collettività, la consapevolezza di star svolgendo un’opera utile alla crescita etica ed estetica della comunità. Fare cultura significa in ultima istanza avere una visione di quello che la città dovrebbe essere e impegnarsi quotidianamente affinché questa visione si concretizzi.

Educare al bello equivale ad educare al bene, secondo un’antica e nobile tradizione che oggi purtroppo i nostri amministratori dimostrano di aver dimenticato. Il degrado estetico della città si traduce in degrado etico delle coscienze, in assuefazione al brutto che significa anche rinuncia a denunciare le storture, i soprusi, le ingiustizie, le violazioni della legalità e dei diritti, la corruzione e il malaffare, o semplicemente la negligenza o l’incompetenza nella gestione della cosa pubblica.

Fare cultura significa lavorare al fine di risvegliare le coscienze intorpidite e restituire alle persone l’esercizio del senso critico. Alla luce di tali presupposti l’offerta culturale che l’amministrazione Occhiuto ha elargito ai cittadini di Cosenza negli ultimi cinque anni appare in tutta la sua povertà. L’inconsistenza di tale offerta è talmente evidente agli occhi di chi mastica quotidianamente la vera cultura da suscitare quasi un sorriso di indulgenza per tanta ingenuità, se non fosse che a farne le spese sono stati i cittadini, privati per troppo lungo tempo di un loro diritto sacrosanto.

Sì, un diritto. Perché è tempo che si inizi a pensare alla cultura come a un diritto di cui tutti debbano poter usufruire allo stesso modo del diritto alla salute, al lavoro, all’avere un’istruzione di base. Passiamo brevemente in rassegna alcune delle più emblematiche fra le mirabolanti iniziative culturali della giunta Occhiuto.

inaugurazione-boxart-cosenzaPartiamo dai tanto osannati BoCS Art. Occhiuto li descrive come il primo caso di housing artistico, espressione di una Cosenza che si autoproclama “smart city”. “L’amministrazione – si legge in alcuni siti internet – ha voluto alimentare un processo di “gentrificazione” (dal termine inglese gentry). L’idea è quella di creare un luogo trendy che riesca, un po’ alla volta, a innescare processi virtuosi di recupero del centro storico, i cui edifici privati sono in stato di abbandono da più di cinquant’anni”.

Che proposito edificante e nobile, anzi, gentry! Peccato che si riduca nei fatti all’ennesimo specchietto per le allodole, anzi, è il caso di dirlo, per gli allocchi. Ancora fronzoli, a scapito delle priorità.

Il centro storico ha urgente bisogno di una riqualificazione strutturale, è necessario censire gli immobili pericolanti e disporre l’abbattimento di quelli non recuperabili, creando al loro posto spazi pubblici quali piazze e piccoli parchi attrezzati (anche con particolare attenzione alle esigenze dei bambini ivi residenti) mentre vanno realizzati gli interventi di recupero (e incentivati quelli di autorecupero nel caso di edifici privati) di tutti gli edifici che necessitano di provvedimenti tempestivi.

Crollo-di-un-edificio-nel-centro-storico-bruzio_articleimage-630x472In tutto questo privilegiando il coinvolgimento delle imprese che operano utilizzando sistemi di risparmio energetico e di basso impatto ambientale. Il problema degli immobili pericolanti è particolarmente serio e improcrastinabile, non si dimentichi infatti il crollo – ampiamente preannunciato – della palazzina di Via Gaeta, avvenuto senza suscitare particolare interesse o turbamento da parte del sindaco archistar, all’epoca concentrato su un altro dei suoi strabilianti progetti artistici, quello dei murales.

E poco importa se la palazzina di Via Gaeta sia implosa su se stessa a pochissimi metri di distanza da uno dei gioielli architettonici più preziosi e antichi del centro storico della città: il Palazzo di Tarsia, il cui portale risale al 1570 circa.

I murales sono una forma d’arte del tutto legittima, ma ritengo che il centro storico abbia una sua peculiarità architettonica che non possa essere violata dalla collocazione in esso di opere posticce, inevitabilmente destinate ad apparire come corpi estranei in un contesto fatto di mura e residenze antiche e di strette viuzze che disegnano il reticolo dei vecchi quartieri.

E se lo scopo di tali installazioni è quello di creare rinascita e turismo nella città vecchia, ancora una volta non si può non sorridere di fronte a tanta dabbenaggine: perché un turista che visiti il centro storico dovrebbe fermarsi ad ammirare un moderno murales, collocato lì come un cavolo a merenda, invece di sentirsi attratto da tutto ciò che in quel luogo profuma di antichità e di storia?

Se davvero si vuole incrementare il turismo puntando sul centro storico si deve innanzitutto partire dal rispetto della sua specificità urbanistica e architettonica, si deve puntare su interventi strutturali di recupero, consolidamento e riqualificazione degli immobili e poi passare a creare delle concrete opportunità di crescita e di sviluppo economico e umano per coloro che vi abitano e sperimentano quotidianamente la mancanza di servizi e infrastrutture.

Una scelta intelligente, potrebbe essere, a questo proposito, quella di creare nella città vecchia un albergo diffuso, soluzione che in Italia incontra sempre maggiori consensi poiché coniuga la conservazione e la valorizzazione dell’esistente con lo sfruttamento turistico dei luoghi, specie dei centri storici, spesso caratterizzati da uno scarso dinamismo economico e da un conseguente spopolamento.

Esempi illustri se ne hanno a Matera, le cui grotte (i famosi sassi) sono state trasformate in residenze per i turisti, o in Friuli-Venezia Giulia, dove l’idea stessa dell’albergo diffuso è nata al fine di incentivare il ripopolamento e la ripresa economica dopo il terremoto del 6 maggio 1976. E ancora se ne trovano in Sardegna, in Abruzzo, in Molise e in Puglia, dove vengono riadattati allo scopo i celebri trulli.

L’albergo diffuso – ossia un’impresa alberghiera formata da più stabili fra loro vicini e gestita in maniera unitaria – offre un modello di sviluppo turistico e territoriale pienamente rispettoso dell’ambiente e sostenibile, e se opportunamente gestito può diventare il centro propulsore di tutte le attività produttive e commerciali di un centro abitato, dando vita a delle vere e proprie cooperative.

Antonella Falco

Cosenza in Comune