Cosenza, gli uomini non cambiano: il patto tra Franco Pino, Mario Spagnuolo e Serafini

Franco Pino

Mario Spagnuolo si è insediato a procuratore della Repubblica di Cosenza il 30 giugno scorso.

In questi dodici mesi ci ha riempiti di chiacchiere, assicurandoci che era cambiato e che avrebbe dato filo da torcere ai colletti bianchi e alla malavita. In nove mesi ha sequestrato solo qualche discarica abbandonata e qualche ladro di polli mentre suo nipote ovvero Giampaolo Calabrese è stato nominato dirigente dal sindaco Mario Occhiuto ovvero uno dei politici più corrotti da perseguire. Non solo nessuna delle indagini aperte sul cazzaro è stata conclusa ma addirittura si arriva all’inciucio più sfacciato. Insomma, non solo Spagnuolo non è cambiato ma, con la vecchiaia, è diventato ancora più spregiudicato di quanto sia stato. Perché la storia ci dice che Spagnuolo tutto è tranne che un magistrato limpido.

Spagnuolo ha già ricoperto per lunghi anni l’importantissimo ruolo di sostituto anziano. E la vera storia della città è piena delle sue nefandezze giuridiche. Che non possiamo e non dobbiamo dimenticare. E sono contenute nel dossier redatto dal magistrato Otello Lupacchini nel corso della sua ispezione del 2005.

A partire dal pentimento di Franco Pino e di come fu pilotato dalla procura di Cosenza attraverso Mario Spagnuolo (il vero regista occulto) e il procuratore dell’epoca, Serafini.

Una delle pagine più nere della città di Cosenza. 

“Successivamente all’emanazione del decreto che dispone il giudizio, nel maggio 1995 Franco Pino decideva di intraprendere la via della collaborazione a fini di giustizia”.

Inizia così la ricostruzione di Otello Lupacchini relativamente al pentimento di Franco Pino.

“Il primo passo lo faceva verso i carabinieri del Nucleo operativo del comando provinciale di Cosenza, nella persona del capitano Angelo Giurgola, il quale si rivolgeva anziché verso questa Dda come logica vorrebbe, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cosenza. Il procuratore Serafini nonché il sostituto anziano Spagnuolo avanzavano allora, ancor prima di rivelare il nome del neo collaboratore, insistente richiesta al procuratore distrettuale Antimafia di Catanzaro per l’applicazione ai fini della gestione del dottor Spagnuolo presso questa Dda. Il procuratore Lombardi rigettava tale richiesta…”.

Mario Spagnuolo
Mario Spagnuolo

Lombardi, in una prima fase, sembra voler fare per intero il suo dovere e in una relazione che è diventata storica, esprime tutte le sue riserve sul modus operandi della Procura di Cosenza.

“… Attribuire tutto quanto è avvenuto prima del processo e quanto è emerso successivamente durante la lunga istruttoria dibattimentale ad accordi perversi tra delinquenti è operazione del tutto riduttiva. Qualunque sia la conclusione della vicenda processuale, appare chiaro che dietro le decisioni adottate dal crimine organizzato e che hanno trovato una cassa di risonanza soltanto quando sono stati toccati gli interessi corporativi degli avvocati e sono stati portati alla luce gli interessi incrociati della delinquenza e della politica attraverso la pratica perversa del voto di scambio, VI SONO STATI REGISTI OCCULTI… Che fin dall’inizio hanno strumentalizzato anche la delinquenza mafiosa. E l’obiettivo strategico di questo disegno era quello di bloccare a tutti i costi il processo, facendo ricorso sia all’intimidazione e all’aggressione fisica sia alla delegittimazione dei magistrati…”.

Il vero punto nodale da analizzare, com’è fin troppo evidente, era (e purtroppo è) l’individuazione di chi ha manovrato i collaboratori di giustizia perché formulassero accuse indiscriminate, anche nei confronti di magistrati e di chi si è reso strumento più o meno consapevole di tali manovre.

La strategia di delegittimazione della Dda di Catanzaro, le cui indagini erano già mal tollerate quando era in gioco soltanto la progressiva disgregazione delle cosche mafiose, conseguente alle dichiarazioni dei collaboratori, aveva un canovaccio ben preciso.

I pentiti consentivano di rinvenire armi, esplosivi, congegni per azionare ordigni, cadaveri sepolti e dimenticati. Di conseguenza, venivano considerati preziosi e insostituibili.

Da un lato aumentava il numero dei soggetti che dichiaravano la loro dissociazione dalle cosche, dall’altro si delineava il pericolo dell’inquinamento probatorio attraverso l’inserimento di dichiarazioni che obbedivano a un preciso disegno criminoso in linea con il piano strategico delle cosche criminali.

Lombardi aveva le idee chiare su chi fossero questi registi occulti, specie quando gli avvocati più in vista di Cosenza attaccano frontalmente il pm Stefano Tocci denunciandolo alla Procura Antimafia.

Dichiara di non voler demonizzare l’intera classe forense ma indicava negli avvocati Tommaso Sorrentino, Antonio Cersosimo, Luigi Cribari, Marcello Manna e Paolo Pittelli personaggi protagonisti di fatti censurabili penalmente mentre coloro che sono stati strumenti più o meno consapevoli delle manovre in atto rispondevano ai nomi del procuratore Serafini e del sostituto anziano Spagnuolo.

Decisamente tanti gli episodi di pentiti manovrati a uso e consumo di Serafini, Spagnuolo e degli avvocati cosentini. Con l’aggiunta di imbarazzanti fughe di notizie…

Giusto per la cronaca, oggi Franco Pino non è più neanche un pentito e gli è stato tolto il programma di protezione. Che farà Spagnuolo quando dovrà farlo giudicare ai suoi pm, persone rivoltanti per come sono servili e ammatassate con il potere?

Lo scaricherà come ha già fatto con altri personaggi con i quali ha stretto patti inconfessabili o tornerà a “coprire”? Siamo molto curiosi. Prima o poi tutti i nodi vengono al pettine.