Cosenza, gli “zingari”: un’inquietante prossimità. Caos e panico dopo sei secoli di convivenza

Advertising

di Fiore Manzo

Ancora adesso, nel 2017, basta una comunità romanès per generare il panico, per creare preoccupazioni e iniziare a sentire la pelle prudere perché in preda all’intolleranza di una delle etnie, gli “zingari”, che da secoli condensano un’accozzaglia di pregiudizi, stereotipi e negatività.

Nonostante abitiamo, in molti, in Italia prima che potesse essere chiamata con questo nome e cioè dal 1300 e a Cosenza, in particolare, dal 1600 ancora oggi siamo “il problema”. Da nord a sud del paese dire rom, “zingaro”, sinti… significa generare caos, innescare processi di ribellione. I mass media in questo, spesso, fanno da cassa di risonanza a chi sfrutta l’emarginazione e il disagio sociale per il consenso accrescendo l’odio razziale (Giuffrè 2014).

Nella città dei Bruzi “gli zingari” vivono da secoli e questo non è sufficiente per essere “accettato” e per essere ritenuto “cosentino”. Si è invece trattati come diversi, come stranieri in casa propria. Meglio segregarci che dislocarci nel tessuto cittadino da cittadini di questa città. Su questa scia, analizzando le politiche di accoglienze attuate dall’inizio del ‘900 a oggi, le uniche che hanno funzionato e che hanno trattato la questione in maniera non differenziata sono quelle di fine anni ’70, periodo in cui molte famiglie di Gergeri hanno avuto le case popolari in via Popilia.

Per il resto, tutte le altre amministrazioni hanno preferito attuare politiche segreganti che sono stati utili in parte per placare l’odio dei gaǧǧè (non rom) nei riguardi dei rom, che in diverse occasioni si sono uniti per raccogliere le firme contro la comunità di Gergeri che verso la fine degli anni 90 aveva suggerito Casali fra i luoghi in cui costruire uno dei tre “villaggi” secondo una presunta ed erronea visione culturale.

Queste barbare manifestazioni di ribellione che vedono “lo zingaro” in maniera disumana sono inaccettabili in un mondo globale che tende sempre di più verso una visione interculturale. È di sabato una lettera apparsa sul giornale locale iacchitè nella quale si legge: “ […] Abbiamo scoperto che nelle case di fronte il nostro palazzo, saranno collocate circa 10 famiglie rom che a breve, con l’inaugurazione del ponte di Calatrava dovranno essere sgomberate da Via Reggio Calabria. […] Lei non sa il panico che si è scatenato. Giovani famiglie che hanno fatto sacrifici per comprare le proprie abitazioni, che mai in futuro potranno fittare o pensare di vendere la loro casa. Al danno economico della svalutazione degli appartamenti va aggiunto anche quello di alcune attività che hanno aperto o stanno per aprire, asilo e scuola primaria, laboratorio di analisi. […]” (http://www.iacchite.com/lettere-iacchite-cosenza-vogliono-portare-rom-via-popilia-barba-ad-legge/).

Questo ha scatenato odio in diverse persone e senza sorprenderci hanno commentato nel profilo facebook del giornale contro il loro nemico. Scrive per esempio Fernanda Anselmo: “Precisamente quelli che rubano le auto a CS…” o Giacomo Ermondo: “ai rom casa nuova pagata da noi, che schifo, a calci in culo via sti 4 delinquenti di merda. Buttateli da qualche parte” ….

Ancora una volta a Cosenza, come nel resto del paese e del mondo, i rom sono associati al degrado e generano paura rappresentando tutto ciò che vi è negativo. Esemplare è quello scrive Anna Braiotta: “Siccome non sono abbastanza quelli che ci sono già. Perché non se li portano a casa loro? Questo è quartiere con tantissimi problemi, non ne vogliamo altri”.

La decisione di includere o escludere spetta all’amministrazione comunale, che può decidere di avvalersi delle politiche d’inclusione basate sull’equa dislocazione abitava o scegliere per l’ennesima volta di seguire i modelli fallimentari del passato. Lo “zingaro” nei secoli è sempre stato emarginato figurando un’alterità rappresentata attraverso un agglomerato di stereotipi negativi generalizzati: parassiti, ladri, nomadi,  stregoni, rapitori, contaminanti, poveri, furbi, impulsivi, dannosi, disonesti… (Giuffrè 2014; Meneghini 2017).

Questo perché, come spiega lo psicanalista Massimo Recalcati, nel suo ultimo libro “I tabù del mondo” edito da Einaudi (2017), “… il tabù dello straniero vorrebbe proteggerci dall’incontro spaesante con l’eccesso della vita che ci invade. Lo sanno bene i bambini che temono l’uomo nero o gli animali più diversi (zoofobie). In questo modo essi trasferiscono all’esterno l’eccesso della vita che li abita e che non sanno governare. La paranoia dell’adulto radicalizza questo tabù originario: meglio proiettare sul nemico, sull’infedele, sul migrante, sull’omosessuale l’eccedenza della vita di cui abbiamo terrore. Non c’è nulla, infatti, come ricorda Lacan, che faccia più paura della «sensazione della vita”.

Il tabù dello straniero incanala questa paura esteriorizzandola. Lo ricordava anche Franco Fornari quando, ispirandosi a studi di antropologia, riportava in “La psicoanalisi della guerra” le ragioni del conflitto armato tra tribù vicine alla difficoltà di simbolizzare il trauma atroce della morte prematura di un bambino. Anziché incamminarsi verso il lutto difficile di questo evento la tribù preferiva attribuire paranoicamente al sortilegio dello stregone della tribù confinante la causa del decesso.

In questo modo un nemico reale sostituiva l’ingovernabilità della vita consentendo di trasformare l’angoscia diffusa in una aggressività localizzata e rivolta all’esterno. Il nemico che viene da fuori è infatti sempre meno minaccioso di quello che può sorprenderci dall’interno di noi stessi. Lo straniero, infatti, non è altro se non la vita interna alla vita, la sua spinta inquietante ed eccedente; “il suo battito che non contempla padroni” ed è lo stesso Recalcati che ci ricorda che “lo straniero, il cuore dell’altro, è l’intruso che non porta la distruzione, ma la possibilità di un rinnovamento della vita”.

Fiore Manzo

Anna Maria Meneghini, Stereotipi e paure degli italiani nei confronti degli zingari: una rassegna degli studi psicosociali condotti in Italia, in “Psicologia sociale, Rivista quadrimestrale” 1/2017, pp. 3-32, doi: 10.1482/86086

Massimo Recalcati, I tabù del mondo, Firenze, Einaudi, 2017

Martina Giuffrè  (a cura di), Uguali, diversi, normali, stereotipi. Rappresentazioni e contro narrative del mondo rom in Italia, Spagna e Romania, Roma, Castelvecchi, 2014.