Cosenza, glorificazione di un invasore: Alarico. Il brand che (non) crea un’atmosfera: Heil Himmler!

GLORIFICAZIONE DI UN INVASORE: ALARICO. 4ª PUNTATA.
IL BRAND CHE NON CREA UN’ATMOSFERA: HEIL HIMMLER!

LE PUNTATE PRECEDENTI: PRIMA (http://www.iacchite.com/cosenza-glorificazione-di-un-invasore-alarico-i-puntata/)

SEC0NDA (http://www.iacchite.com/cosenza-glorificazione-di-un-invasore-alarico-ii-puntata/)

TERZA (http://www.iacchite.com/cosenza-glorificazione-di-un-invasore-alarico-il-museo-del-nulla-iii-puntata/)

dal profilo FB di Battista Sangineto

Ho provato un grande imbarazzo – con tutto quel succede nel mondo come le guerre in corso- nel dovermi occupare di un’iniziativa localistica e di basso profilo culturale come quella che l’Amministrazione comunale di Cosenza ha promosso e sponsorizzato pochi anni or sono alla Borsa del Turismo di Milano. E tuttavia ritengo di non poter tacere di fronte al fatto che una certa Calabria angusta e subalterna, riesca a diventare visibile e preoccupante anche in un mondo nel quale i giornali e i media nazionali sono impegnati a raccontare vicende ben più drammatiche.

Ritengo che l’Amministrazione comunale di Cosenza ed il sindaco Mario Occhiuto abbiano, nel voler promuovere il “brand” di Alarico, passato il segno falsificando la Storia e portando alle estreme e ridicole conseguenze una retorica identitaria che poggia su basi false e ingannevoli. In un “depliant” che l’Amministrazione ha portato alla BIT di Milano, insieme al saccheggiatore di Roma, Alarico, compare persino la foto del capo delle SS, Heinrich Himmler. La suddetta Amministrazione ha ritenuto, per rafforzare il “brand” Alarico, di potervi far comparire il sanguinario Reichsführer delle SS perché, nel 1938, fu mandato da Hitler a Cosenza per verificare se fosse possibile rintracciare la tomba ed il tesoro del re dei goti. Hitler e i nazisti erano interessati ad Alarico non solo perché era l’archetipo del condottiero ariano, ma anche perché volevano verificare le teorie, come ha scritto in maniera molto raffinata Gian Antonio Stella sul Corsera, dell’archeologo tedesco Gustaf Kossinna. Kossinna aveva influenzato e rafforzato, con la sua teoria nazionalistica (il Volkstum) sulle origini dei popoli germanici, i nazionalsocialisti nella convinzione che tutti gli esseri umani siano geneticamente preformati, che le etnie abbiano un carattere ereditario. Nel caso degli ariani e di Alarico il carattere era, naturalmente, quello di appartenere ad una razza superiore che aveva il diritto ed il dovere di soggiogare e sopprimere gli “Untermenschen”, gli esseri inferiori.

Credo che quella del “brand” Alarico sia un’operazione non solo sbagliata, negativa e manipolatoria, ma anche umiliante per una città ed una popolazione che, nel corso dei secoli, hanno saputo esprimere ben altre personalità: Gioacchino da Fiore, Aulo Giano Parrasio, Bernardino Telesio, Sertorio Quattromani, Valentino Gentile, Vincenzo Padula, Francesco Saverio Salfi, Pasquale Rossi e tanti altri. Questa retorica identitaria, che si coniuga con un revisionismo pericoloso, viene propalata nella città nella quale ogni anno, nel giorno della memoria, si svolgono importanti manifestazioni sul Lager di Ferramonti. Un campo nel quale vennero rinchiusi ebrei e non ebrei di tutta Europa ad opera di fascisti e di nazisti che ora, imprevedibilmente, diventano “glorie locali”.

Mi sono più volte chiesto cosa spinga l’architetto Occhiuto a voler costruire un museo dedicato ad un barbaro che, dopo aver saccheggiato Roma e tutta la penisola nel 410 d.C., secondo una leggenda muore, per caso, nei pressi di Cosenza e viene seppellito con il frutto delle razzie compiute nella penisola italiana. La fama mondiale, negativa, di cui gode il barbaro Alarico, e più ancora quella di Himmler, non può, non possono, costituire, credo, la spinta propulsiva, il riferimento culturale e identitario di un “brand” e di un progetto museale che attraggano turismo culturale. Sono convinto che il compito precipuo che deve svolgere il patrimonio culturale sia quello di risvegliare nell’anima dei calabresi la capacità di riconoscere la bellezza e l’armonia dei monumenti, delle città e dei paesaggi insieme alla piena consapevolezza dell’importanza che hanno la propria storia ed i valori simbolici ad essa collegati.

Sono certo che inventare “brand” e innalzare musei dedicati ai massacratori di antichi cittadini cosentini non assolva, di certo, a questo compito. Basta, dunque, con questo barbaro invasore del quale non sappiamo neanche per certo che sia morto a Cosenza e del quale non abbiamo nessuna, neanche la più labile, traccia materiale o reperto archeologico da mostrare a chicchessia! Nel catalogo del “Museo dei Brettii e degli Enotri”, pubblicato di recente, sono presenti le prove – dimostrabili e tangibili perché frutto di scavi archeologici condotti, negli ultimi tre decenni, nel centro storico della città- dell’importanza e della bellezza che ebbe Cosenza sin dall’epoca ellenistica e, poi, soprattutto romana. Non si è accorto nello scriverne la presentazione, architetto Occhiuto, che la quantità e la qualità delle informazioni riguardo alle strutture, alle “domus”, alle terme ed ai reperti archeologici cosentini, contenute nel volume, avrebbero potuto, più fondatamente della leggenda di Alarico, rappresentare e ravvivare l’anima antica della città dei Bruzi?

E cosa avrebbe dovuto dire, poi, dei beni culturali e dell’identità della nostra regione un consigliere di presidenti americani repubblicani, esperto e fautore di guerre, come Luttwak? Colgo l’occasione per dire che il Dipartimento di Studi umanistici dell’UNICAL, al quale appartengo, non partecipa e non parteciperà in alcun modo né alla costruzione del “brand”, né alla ricerca di presunte tombe e tesori di Alarico (ne ho avuto conferma dall’amico e collega Raffaele Perrelli che lo dirige e che è l’unico abilitato a stipulare convenzioni con chicchessia).

Certo, i “revisionismi” banali e le retoriche localistiche non sono estranei a questa terra, ma di questo passo, visto che la mitologia nazista viene, ormai, acriticamente assunta dalle mitopoiesi localistiche, si finirà, come dice il mio amico Vito Teti, col promuovere come prodotto tipico e di successo la grande holding criminale, che proprio in questi giorni porta, negativamente e drammaticamente, la regione sulle prime giornali d’Italia e di Europa.
Il sindaco non può cavarsi d’impaccio adducendo come scusa per il “depliant” il mero errore materiale, perché, come vado scrivendo da anni, chi gioca con il fuoco, e con la Storia e con Alarico si è giocato troppo, prima o poi si brucia.

4 – (continua)