Cosenza, il Tribunale (autonomo) diocesano è un covo di papponi

Il Tribunale diocesano di Cosenza. Un covo di…

La Conferenza Episcopale Calabra, in occasione della sua prima seduta dell’anno si è occupata del Tribunale Ecclesiastico alla luce dei nuovi orientamenti di Papa Francesco. «Preso atto – spiega una nota – del recesso dell’arcidiocesi di Cosenza-Bisignano dal Tribunale ecclesiastico regionale Calabro con la costituzione di un proprio tribunale ecclesiastico, i Vescovi della CEC – ad esclusione dell’Arcivescovo di Cosenza-Bisignano – hanno ritenuto necessario trasformare il Tribunale Ecclesiastico Regionale Calabro in Tribunale Calabro interdiocesano».

Fonte: AGI

Questo l’annuncio che è arrivato l’altra sera attraverso l’agenzia giornalistica AGI. 

Noi di Iacchite’ avevamo già anticipato l’autonomia del Tribunale ecclesiastico di Cosenza e ne avevamo tratteggiato anche i grotteschi contorni. A questo punto, non ci rimane da fare che riproporvela, con tutte le gravissime zone d’ombra che la accompagnano. 

Era il 4 luglio del 2015 quando la diocesi di Cosenza, tra speranze e nostalgia del passato, salutava l’arrivo del suo nuovo pastore venuto da una terra non tanto lontana: la Basilicata. Un francescano… si diceva. Un buon vescovo… si sperava… ma alla fine erano solo speranze.

Si è visto dagli ultimi spostamenti durante i quali ha premiato alcuni, ha bacchettato altri. Perché ha preso cosi tante decisioni se il clero cosentino manco lo conosce? O meglio lui non lo conosce. Ma i suoi consigliori si.

Un vescovo che non decide mai, rimane nella più sviscerata ambiguità nella falsa speranza di farsi tutti amici. Questa volta però ci occuperemo solo di un caso specifico: il Tribunale ecclesiastico diocesano, fonte di potere e forse…. di guadagno.

Circa un anno fa, Papa Bergoglio, accogliendo le richieste di una parte dei vescovi nei sinodi del 2005 e del 2014, ha varato una riforma delle cause di nullità matrimoniali che – riferendoci alle altre diocesi italiane, e non a quella di Cosenza – rende più rapide e meno costose le procedure, attribuendo al vescovo diocesano la responsabilità di essere lui stesso il giudice competente a pronunciare la sentenza quando le ragioni della nullità sono evidenti o riguardano la mancanza di fede che può aver viziato il consenso dei coniugi.

Le nuove regole dovevano consentire “la trattazione della causa di nullità del matrimonio per mezzo del processo più breve”, affidato direttamente al vescovo diocesano del quale si ribadisce così la funzione giurisdizionale.

“In ciascuna diocesi – si legge nella lettera papale motu proprio – il giudice di prima istanza per le cause di nullità del matrimonio, per le quali il diritto non faccia espressamente eccezione, è il vescovo diocesano, che può esercitare la potestà giudiziale personalmente o per mezzo di altri, a norma del diritto”.

Costituendo il Tribunale diocesano di Cosenza – Bisignano (dopo aver ottenuto il netto rifiuto di tutte le sedi vescovili limitrofe: Cassano, Rossano, San Marco) e avendolo reso autonomo con le nuove disposizioni papali, l’idea di partenza, per una educazione alla collegialità e alla comunione, era quello di renderlo metropolitano o interdiocesano, ma quando monsignor Nolè indicò il nome di monsignor Marigliano don Francesco, canonico dottore professore (ama farsi chiamate così) tutti i confratelli arcivescovi e vescovi hanno mandato il metropolita di Cosenza-Bisignano a “farsi benedire”.

Scellerate scelte di scellerati uomini. Tutti i vescovi hanno così cominciato a lasciare solo Nolè nel suo corazzato e blindato episcopio. In questo modo e per queste scelte il vescovo di Cosenza si è messo contro tutta la conferenza dei vescovi della regione, a favore di questo “illustre” don Marigliano aprendo il Tribunale a Cosenza e affidando al monsignore il ruolo di presidente, abnegando alla comunione fra le diocesi calabresi.

Nolè ha preso le difese del Marigliano costringendo il Giudice mons. Del Vecchio a dimettersi dal Tribunale ecclesiastico. L’attaccamento di Marigliano al dio denaro è cosa ben risaputa. Questa volta, per non annoiare i nostri amati lettori, racconteremo solo uno dei tanti episodi che narreremo in seguito.

Quache anno fa, in effetti, il “pio” sacerdote oggi garante della giustizia diocesana ha compiuto un gesto gravissimo e poco risaputo. Qualche anno fa il Marigliano entra in amicizia con le sorelle della piccola Congregazione delle Suore catechiste Rurali di Elisa Miceli e in seguito viene nominato loro cappellano. Per merito del suo carattere molto “accattivante” ha plagiato la madre generale suor Rita Salerno, e una volta messala nel sacco, è diventato suo fiduciario e consulente finanziario.

Pare che una mattina (e non è uno scherzo!)  abbia chiesto e ottenuto un prestito di ben 70 mila euro per problemi di famiglia. Questi soldoni MAI RESTITUITI sono serviti per la costruzione di una eccellente dimora con confortevole piscina.

Perché non si chiede direttamente maggiore conferma alla madre suora Salerno? Il vescovo non sapeva questo triste e ingannevole episodio? I preti che lo consigliano non lo avevano informato? Tante domande, alle quali altre seguiranno. Che forse per la segretezza della chiesa non troveranno mai una chiara risposta.

Meditate gente, meditate.

+ Ildobrandino Guidone Cacciaconte
Arcivescovo