Cosenza, la Manzini e la cupola che non esiste

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La dottoressa Manzini, in smagliante forma e con una pettinatura dirompente, rompe gli indugi e si concede ai microfoni del direttore Pollichieni. Trenta minuti di vuoto, di niente assoluto, di parole che più generiche non si può. Una scelta giornalistica, quella di restare nel “generale”, che il direttore Pollichieni annuncia all’inizio dell’intervista. Quella che ne viene fuori, inevitabilmente, è una analisi del fenomeno ‘ndranghetistico che più scontata è difficile trovarla.

Si parte dalla scuola, che è il punto nodale della crescita e dell’emancipazione di una comunità, il luogo di formazione per eccellenza. E’ lì, secondo la Manzini, che lo stato gioca la sua prima “battaglia” contro la ‘ndrangheta.

La cultura, il sapere, il senso critico come primo fronte per arginare una sottocultura che da secoli impera nei nostri territori. Insegnare sin dalla tenera età ai calabresi il valore assoluto della Legalità. Conviene a tutti vivere secondo regole, etica e moralità. E nel mentre poco importa se nei tribunali, nelle procure, come quella di Cosenza, la corruzione di Pm, giudici, cancellieri, avvocati, polizia giudiziaria, dilaga. L’importante è spiegare agli alunni che la ‘ndrangheta è il male assoluto, magari con professoroni tipo quelli dell’antimafia di costume.

Dice la Manzini che oggi si avverte una certa “fibrillazione” dei clan, per via del fatto che le procure distrettuali in Calabria sono rette da magistrati coraggiosi che spesso sacrificano anche la loro vita privata per combattere il male. Ovviamente il complimento è rivolto al suo amico Gratteri e ai magistrati di Reggio.

La ‘ndrangheta, afferma la Manzini, nel corso del tempo si è trasformata, non è più quella con la coppola e il canne mozze. E per poterla combattere al meglio vanno adeguati gli uffici delle procure e la professionalità degli operatori di polizia giudiziaria. Ovviamente non bisogna “adeguare” le talpe, le fughe di notizie, gli insabbiamenti, gli accordi sotto banco tra massoni e mafiosi nelle procure perchè queste cose, per loro “natura”, è meglio che restino come sono. Che non si sa mai.

manzini granieriNascoste alle orecchie e agli occhi della gente, perché della corruzione nelle procure non si può parlare: intaccare l’immagine delle procure significa mettere in discussione la tenuta della Democrazia. Dunque bisogna dare per scontato che i magistrati sono tutti bravi e onesti per dono divino, e queste cose malvagie non le fanno.

I malviventi ci sono dappertutto tranne che nella categoria dei giudici. Dire che c’è la corruzione nelle procure, come facciamo noi, equivale a delegittimare i giudici e il loro operato. E dimostra apertamente il nostro parteggiare per gli ‘ndranghetisti e i corrotti.

La ‘ndrangheta ha acquisito oramai da tempo, dice la Manzini, il potere di soggiogare gran parte dell’economia calabrese, e lo fa imponendo il proprio controllo sulle aziende,  strozzandole, fino ad arrivare alla loro completa acquisizione. Ne consegue che tanti calabresi “inconsapevoli” finiscono per lavorare per la ‘ndrangheta, la quale controllando quasi tutto il giro di denaro, droga di fatto l’economia. C’è bisogno di più controllo da parte della politica su questo, specie quando si concedono finanziamenti pubblici. Occorre concederli con più attenzione e solo a chi realmente produce economia sana e posti di lavoro, dice la Manzini.

Ed invece assistiamo giornalmente ad un magna magna continuo a cui nessuno pone rimedio. Men che meno i PM, che di indagare su queste truffe non gli passa neanche per l’anticamera del cervello. La colpa è della società. Cioè la nostra se i politici e i colletti bianchi per conto della massoneria deviata fanno man bassa del denaro pubblico.

spagnolo-e-manziniI Pm e le procure, poverini,  non c’entrano niente. Non hanno strumenti e poteri per sequestrare, indagare, arrestare chi delinque nel pubblico. Non tocca a loro, dice la Manzini, l’attività di prevenzione, ma alla politica. I magistrati possono intervenire solo quando il reato è stato consumato. Ovviamente la Manzini omette di dire che può capitare anche che di fronte al reato consumato, denunciato, cantato, spiattellato, se i coinvolti sono pezzotti politici e professionisti dello sguobbo, alcuni Pm ben si guardano dal procedere. Pm che guarda il caso, o meglio a guardare il loro “stato di servizio”, trovano, per gli amici degli amici, sempre un motivo per archiviare. Bisogna capire perchè questo aspetto, o questa probabilità che ci possano essere dei corrotti anche nelle procure, i magistrati la escludono sempre.

Si arriva nella parte finale dell’intervista, alla nota dolente, la presenza della ‘ndrangheta nelle istituzioni. Qui, dice la Manzini, il problema è sempre politico, lo stato dovrebbe sviluppare gli anticorpi giusti contro i virus mafiosi presenti nelle istituzioni. E l’esempio di come si configura la connivenza tra stato, massoneria, e ‘ndrangheta, non può che essere l’inchiesta di Reggio “Mammasantissima”.

Da sinistra: Antonio Caridi (di spalle), Peppe Scopelliti e Alberto Sarra
Da sinistra: Antonio Caridi (di spalle), Peppe Scopelliti e Alberto Sarra

La Manzini spiega che molte sentenze oramai parlano di una consolidata presenza mafiosa nelle istituzioni, continua e costante, contro la quale la politica non reagisce. E se non reagisce la politica, dice la Manzini, le procure poco possono fare. Loro vorrebbero fare tanto per arrestare i politici che permettono ai mafiosi di entrare negli enti, ma c’è bisogno prima di questo di un intervento del parlamento. Servono le leggi giuste.

Anche qui la Manzini ci spiega che esiste senza ombra di dubbio la commistione stato/mafia, ma solo nelle procure dove non lavora lei. Infatti per spiegare questo triste primato l’esempio, come dicevo prima, ricade sempre sulla procura di Reggio. Che non si capisce come mai, a differenza delle altre, non solo ha proceduto contro i “colletti bianchi”, ma addirittura, forse per la prima volta in Calabria, ha scoperto il livello politico che governava mafiosamente la città. Cosa che a Cosenza evidentemente per la Manzini non esiste, se deve ricorrere a questo esempio.

Dunque la cupola politica/massonica/mafiosa esiste ma solo a Reggio, per la Manzini. Per il resto stiamo messi bene. Specie a Cosenza dove i problemi che ha la città di Reggio, noi non ce l’abbiamo. Anche perché c’è la Manzini che lavora come aggiunto a Cosenza, e se ci fossero stati colletti bianchi corrotti, giudici collusi, servitori dello stato infedeli, professionisti della truffa al denaro pubblico, vuoi che lei non se ne sarebbe accorta?

confrontoInsomma, le cose in Calabria vanno male, ma solo nelle procure degli altri. Noi a Cosenza da oggi, dopo questa intervista illuminante, possiamo dormire sonni tranquilli. Possiamo lavorare tranquillamente perché a Cosenza non essendoci corrotti e malandrini di stato, il nostro denaro non finirà nelle tasche della ‘ndrangheta.

Ma andrà ad alimentare il circolo virtuoso di cui gode la famosa libera economia a Cosenza. Creando, come tutti abbiamo visto, nuovi posti di lavoro ed opportunità imprenditoriali di altissimo livello. Meno male, ed io che pensavo che anche a Cosenza succedesse quello che è successo a Reggio. Meglio così.

Almeno oggi tutti sappiamo che la cupola a Cosenza non esiste. E che la Libertà, la Democrazia, la Giustizia, la Legalità, la buona politica, da noi regnano sovrane. Finchè a vigilare su di esse c’è gente pronta a tutto come la dottoressa Manzini.

GdD