Cosenza, la piazza della ‘ndrangheta (di Battista Sangineto)

Foto di MASSIMILIANO PALUMBO

ARTICOLO DEL 27 GENNAIO 2017 ALL’EPOCA DEL PRIMO ARRESTO DI GIORGIO BARBIERI

di Battista Sangineto 

Il rifacimento dello spazio pubblico più grande di Cosenza, Piazza Luigi Fera, costituisce dopo le ultime indagini della Dda, ormai è evidente a chicchessia, un “unicum” fra tutte le opere pubbliche nel Mezzogiorno e, addirittura, in Italia. Un “unicum” perché il progetto iniziale, immaginato durante la sindacatura di Giacomo Mancini, fu approvato, ma poi abbandonato, per più di un decennio, perché ritenuto inadeguato, troppo costoso ed inutile per la città.

Il rifacimento di Piazza Fera è stato, invece, uno dei punti programmatici del Sindaco Architetto che, senza por tempo in mezzo, ha ridisegnato la piazza ed ha messo in essere tutti i necessari passaggi burocratico-amministrativi per realizzarlo. Per la verità -secondo alcune denunce giornalistiche e quelle presentate alla Procura della Repubblica dal PSE di Enzo Paolini- la perizia geologica era proprio la medesima di alcuni anni prima, le fideiussioni non erano perfettissime, alle due diverse gare d’appalto aveva partecipato una sola ditta, ma non era importante, bisognava fare in fretta, bisognava dotare la città della più grande e bella piazza del Sud: “un capolavoro di architettura contemporanea”.

Il genio creativo del Sindaco Architetto partorisce, in men che non si dica, il disegno di un’originalissima lastra di cemento sollevata sui due lembi nord-est e sud-ovest che, a dirla tutta, sembrano le mascelle spalancate di due enormi cetacei che, spiaggiati, boccheggiano per l’ultima volta. Il giudizio estetico sulle opere d’arte e quelle architettoniche non è soggettivo come molti, soprattutto i glorificatori del  Sindaco Architetto, ritengono, perché un’opera, per esser ritenuta bella e armonica, dovrebbe rispondere a canoni architettonici e stilistici consolidatisi nei decenni e queste due balene spiaggiate non hanno alcun riscontro con le architetture contemporanee, per quanto immaginifiche e disarmoniche alcune di esse possano essere state negli ultimi anni.

Il Sindaco, giudicato dall’autorevolissimo “Giornale dell’Arte” come il peggior architetto del 2016, ha sentito, per difendere il suo progetto, di dover affermare che Piazza Fera “… È una piazza difficile che, al contrario di altre piazze d’Italia, non è circondata da edifici suggestivi come ad esempio piazza della Signoria a Firenze. Dovevamo giocoforza arricchirla di un pavimento particolare in mancanza di quinte. Difficile pensare ad un’opera più funzionale ed identitaria di quella che è stata realizzata. Ritengo che sarà, alla fine, un capolavoro di architettura contemporanea. Stiamo immaginando nella prospettiva futura elementi più riqualificanti come una galleria sul fondo oppure il rifacimento delle facciate dei palazzi” .
Con questa dichiarazione si sarebbe chiuso – al netto dell’inchiesta e degli arresti della Dda- il cerchio, tragicomico, dell’opera voluta da Occhiuto che si manifesta in tutta la sua abbagliante evidenza di unicum: un’opera architettonico-urbanistica, disegnata dal capo di una Amministrazione Comunale che l’approva, la finanzia con ben 16 milioni di euro, ne sorveglia i lavori, la collauda, l’inaugura in stile peronista e, non pago, se la auto-recensisce in maniera entusiastica.

**************************************Un disegno architettonico corrivo e disarmonico, quello di Piazza Fera, dal punto di vista estetico e, come è stato scritto più volte, chiaramente sbagliato dal punto di vista funzionale ed urbanistico. È urbanisticamente disastrosa non solo perché non costituisce una  “cerniera”, come si sono affannati a scrivere i laudatori sotto dettatura dei giornali locali, fra vecchio e nuovo, ma è, al contrario, un’evidente “buco nero” che inghiottirà traffico proprio nel punto nel quale, in tutte le città del mondo, dovrebbe essercene il meno possibile: il centro cittadino.

Se quest’ultima non fosse un’esigenza sentita anche dal Sindaco perché progettare, nientepopodimeno, di far diventare il Viale Parco un’isola pedonale? Non vi è, forse, una stridente contraddizione in questo, molto diverso, atteggiamento urbanistico? Sono decenni, ormai, che, in tutte le Università, gli urbanisti insegnano che non si debbono costruire parcheggi nel centro, ma in aree contigue da collegare per mezzo di navette, bus e metropolitane. A Cosenza, invece, il Sindaco Architetto progetta, finanzia ed allestisce un parcheggio da 16 mln. di euro per soli 306 posti auto nel centro della città, mentre chiude le strade al traffico ed al parcheggio, dopo aver allargato i marciapiedi per eliminare altri posti auto, vuole trasformare il Viale Parco in un’altra, quanto mai pleonastica, isola pedonale, ma non si sogna di allestire un efficiente servizio di locomozione pubblica impiantando, sulla metro-tramvia, una perlomeno discutibile negoziazione fra la Regione ed il Sindaco. La cosa che, evidentemente, più preme al Sindaco Urbanista è che le auto vadano a finire, a pagamento, nel “buco nero” di Piazza Fera, dopo aver intasato le vie che portano al centro e prima di intasarle, di nuovo, andandosene. C’era davvero bisogno, a Cosenza, di costruire altri 306 parcheggi interrati al centro della città, tenuto conto che i parcheggi del Tribunale (450), dell’Annunziata (599), dei Due Fiumi (887) sono, come sanno tutti i cosentini, semivuoti?

********************************Nonostante la risibile millanteria autoreferenziale a proposito di capolavori architettonici e, nonostante, le irricevibili considerazioni storico-urbanistiche sciorinate a proposito di Firenze, c’è una figura metaforica che il Sindaco-Architetto-Urbanista involontariamente – ma, come sostiene Freud, potrebbe essere un lapsus linguae- si è lasciato sfuggire nella dichiarazione sopra riportata, poi di recente ribadita per “scripta”. Un’affermazione che rivela il suo autentico intento “identitario” di quest’opera e di tutto il tessuto urbano cosentino del dopoguerra: il cemento. Sì, certo, si può affermare, con l’architetto Occhiuto, che la colata di cemento su Piazza Fera è fortemente “identitaria” perché è strettamente legata, come esito ultimo, all’intima essenza dell’enorme speculazione edilizia di cui la città del secondo dopoguerra è frutto. Secondo, l’inconscio, paradosso di Occhiuto, dunque, l’identità di Cosenza è il cemento armato, la speculazione edilizia del dopoguerra, non il centro storico, non le case, i palazzi, le vie, le chiese, le pietre e i muri edificati dai nostri progenitori nel corso della storia bi-millenaria della nostra antica e nobile città. L’identità di Cosenza, secondo Occhiuto, risiede nel cemento, dunque.

*******************************************È ormai evidente a chicchessia che il fulcro dell’attività amministrativa dell’attuale Sindaco non è, come avrebbe dovuto essere, il Centro storico, l’unico e autentico centro propulsore di senso e di identità, ma l’anonima, e francamente urbanisticamente modesta, città contemporanea, quella della speculazione edilizia. Certo, è più facile, meno complesso, intervenire su un contesto non stratificato storicamente, mentre il Centro storico sarebbe ben più impegnativo.

Il Sindaco, è ormai evidente, non ha un’idea progettuale complessiva sulla città storica, si limita a rincorrere eventuali emergenze di crolli la cui responsabilità, in ogni caso, addebita ai cittadini, ai proprietari delle case del centro storico. L’unica proposta è la “dottrina della demolizione selettiva” degli immobili pericolanti, come se fosse contemplata, presso la comunità degli studiosi e dei professionisti del Restauro e della Conservazione, la possibilità di estirpare, in “corpore vili”, questo o quell’edificio, come se un centro urbano antico non fosse un organismo vivente complesso nel quale hanno, e danno, senso, tutte le porzioni, anche quelle apparentemente più misere ed umili.

Il disegno politico del Sindaco è quello di assicurarsi, legittimamente, il consenso del ceto medio, piccolo borghese che abita e vive nella città nuova, agendo su poche, ma semplici cose: le luminarie (prima a cerchi, ora rettangolari), la discoteca-griglieria sul lungofiume, la ricerca del tesoro e la costruzione del museo di Alarico, lo sterminato spiazzo cementificato da usare per le adunate plebiscitarie, come si conviene ad un capopopolo populista. Tutte armi di “distrazione di massa” usate per distogliere l’attenzione dei cittadini dai problemi strutturali, e non risolti, come l’assenza di acqua potabile, il risanamento del centro storico, il traffico ed il servizio pubblico, l’edilizia popolare, il dissesto delle strade, l’incivile spettacolo della cosiddetta raccolta differenziata della spazzatura etc.

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L’improcrastinabile problema politico di questa città, ma anche di questa regione, è che non esiste, quasi mai, l’opposizione, quella istituzionale e quella sociale, e non c’è nessuno, escluse rarissime eccezioni, che la faccia. Sono tutti, quasi sempre, dalla parte di chi governa, chiunque governi. Non c’è nessuno, o quasi, che dica nulla sull’inadeguatezza del Piano paesaggistico della Regione, ma neanche nessuno, tranne chi scrive e l’allora opposizione del Pse, che abbiano espresso critiche o rilievi sulla raccapricciante Piazza Fera, non un solo rilievo da parte degli esperti sul deturpante restauro del Castello e del suo vergognoso degradamento anche a “lounge bar”, non una parola critica per le pleonastiche luminarie sparse per ogni dove e per ogni occasione, non una sola riflessione critica sulla ridicola e avvilente vicenda della ricerca del tesoro di Alarico (per fortuna fermata dall’appello degli studiosi e poi dal Ministero), non un’alzata di sopracciglio per la posa di una sconcertante statua equestre eretta in onore di un invasore come il re dei Goti, non un imbarazzo sulla trasformazione in un’enorme griglieria e discoteca all’aperto del lungofiume.

Niente, solo grandi lodi al Sindaco Architetto che ha maramaldeggiato sui media senza opposizione, inoculando dosi sempre più massicce della sua “dottrina estetica” nelle masse cosentine, mitridatizzandole fino al punto da far assorbire loro qualsivoglia indecenza architettonica, storica, “artistica”, urbanistica e amministrativa.
La cosiddetta società civile, la borghesia cittadina è rimasta inerte, spesso plaudente, ma è, comunque, talmente incline a servire i potenti, da farsi piacere anche questa Amministrazione.

L’intellighenzia cittadina, come quella calabrese -adusa a far dipendere la propria vita professionale e sociale dalla politica medesima sia in forma di partecipazione diretta (candidandosi a ricoprire ruoli istituzionali), sia indiretta (aspettandosi un posto di lavoro, appalti, incarichi, prebende e favori)- è rimasta subornata, annichilita e incapace di reagire alla disarticolazione sociale e culturale operata da questa Amministrazione. Dopo questa ennesima dimostrazione di inane complicità e di conseguente assenza di reazioni oppositive, bisogna prendere, definitivamente, atto che la società cosentina e quella calabrese sono profondamente guaste e, temo, che non vi sia alcuna possibilità di redenzione auto-propulsiva. Sono proprio queste le ragioni per le quali la nostra classe dirigente è inadeguata: essa non è che lo specchio di questa società, è il ritratto dei cosentini e dei calabresi che, in più di sessanta anni di governo democratico, non sono stati, quasi mai, capaci di scegliersene una migliore.

************************************Noi continueremo a dire, nonostante tutto, che le opere ed i provvedimenti degli Amministratori pubblici, in democrazia, non devono essere sottoposti ad approvazione plebiscitaria diretta della folla, delle masse plaudenti nelle piazze di cemento o in quelle virtuali del web. La nostra, per volere dei Costituenti antifascisti, è una democrazia rappresentativa nella quale non decidono, per fortuna ancora, le masse, ma i rappresentanti del popolo eletti nei consigli comunali e regionali e quelli eletti alla Camera ed al Senato.

L’adunata oceanica chiamata a raccolta per il concerto di Capodanno a Cosenza, dunque, non monda la piazza ed il suo artefice dai peccati originali, e posteriori, e, soprattutto, non è abilitata ad ungere nessuno in nome di chicchessia.
Alla luce dell’inchiesta della DDA e del sequestro del cantiere di Piazza Fera dell’altro giorno, non possiamo non sottolineare la stringente connessione fra la colata cementizia del dopoguerra, quella contemporanea ed il malaffare. Solo pochi giorni or sono il Sindaco dichiarava, a proposito di Piazza Fera, ad un giornale locale: “Oggi è un mese di piazza Bilotti. Il 17 dicembre scorso l’inaugurazione di un luogo tornato a nuova vita come riferimento identitario e di aggregazione”.

Il riconoscimento della bellezza è, per la psicanalisi freudiana, la comprensione profonda della varietà e interdipendenza di ciò che ci circonda: affetti, legami parentali, case e, quindi, anche il paesaggio, le città, i luoghi delle città. L’incapacità di distinguerla è, di conseguenza, una condizione patologica della psiche, quella individuale e quella collettiva. L’inadeguatezza al riconoscimento della bellezza, l’incapacità di produrne, insieme all’abitudine alla bruttezza, generano disarmonia, incuria e disordine, incapacità di distinguere il bello dal brutto, il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, il bene dal male. La bruttezza produce assuefazione all’assenza di regole estetiche ed etiche; genera un’immoralità diffusa, ma, purtroppo, profondamente radicata in Calabria e a Cosenza: la bruttezza genera ‘ndrangheta.

L’indiscutibile bruttezza di Piazza Bilotti, piazza Luigi Fera per fortuna ne è rimasta fuori, è diventata l’incarnazione architettonica, il “riferimento identitario” della conquista definitiva di Cosenza da parte della delinquenza organizzata, il “brand”, il marchio simbolico, ma indelebile, delle ‘ndrine nel cuore della nostra città: la Piazza della ‘ndrangheta.