Cosenza, le clientele sfacciate di Spagnuolo e Tridico

Il pm Tridico

Gianpaolo Calabrese è stato l’uomo del giorno per diversi mesi nella città dei Bruzi. Non era mai capitato, almeno qui a Cosenza, che un organizzatore di concerti salito poi alla ribalta di “gestore-padrone” di un monumento pubblico come il Castello, diventasse addirittura dirigente comunale.

E’ chiaro come il sole che il “figlio di mammà” di cui parliamo ha santi in paradiso molto importanti. E Calabrese, che della trasversalità e dell’ambiguità ha sempre fatto i suoi cavalli di battaglia, sapeva dove voleva andare a parare, stuzzicato anche da quel buffone di Mario Occhiuto.

La mamma di Calabrese (che Dio l’abbia sempre in gloria) si chiama di cognome Ippolito, esattamente come la signora Edvige, sua sorella, la first lady del Tribunale di Cosenza ovvero la moglie del procuratore Mario Spagnuolo, che per tornare a Cosenza (nonostante tutti i disastri che ha combinato all’epoca di Franco Pino e dei pentiti) ha fatto carte false. Figuratevi la faccia di quel cazzaro di Occhiuto appena ha saputo della parentela…

Ma il buon Calabrese ha anche parentele importanti da parte del padre, visto che siamo nel ramo dell’avvocato penalista Sergio Calabrese, tra i “baroni” indiscussi del foro di Cosenza, uno tra quei veterani che dopo la morte (violenta) di Silvio Sesti ha conquistato fama e potere. Insomma, Giampaolo, da qualsiasi parte si vuole guardare, era un predestinato.

Spagnuolo è un uomo (?!?) che ci tiene parecchio alla famiglia e oltre a piazzare il nipote al Comune da Occhiuto, ha fatto di tutto – come abbiamo visto – per far uscire indenne dall’inchiesta dei furbetti del cartellino suo fratello Ippolito (come il cognome della moglie da signorina, pensate un po’), la pecora nera della famiglia. Tanto più che quel processo è affidato al suo uomo (?!?) migliore ovvero Antonio Bruno Tridico.

Tridico non si muove per amor di Giustizia, ma solo per insabbiare, ricattare ed usare il materiale probatorio come merce di scambio per favorire il suo mammasantissima ovvero Occhiuto.

Altro non è che un esecutore degli ordini del sindaco che da tempo sta acquisendo materiale giudiziario a carico dei suoi nemici da utilizzare come contropartita per appattarsi i tanti procedimenti penali che ha in corso. Nel senso che se tutta la classe politica, di ogni schieramento, è collusa con la mafia e la massoneria deviata, così come buona parte della procura, questo può voler dire solo una cosa: che sono tutti colpevoli. Quindi la conclusione, come nella migliore tradizione calabrese, non può che essere questa: tutti colpevoli, nessun colpevole.

Ma Tridico, oltre che fare gli interessi di Occhiuto, fa anche i suoi. Il sostituto anziano della procura di Cosenza – come spesso si dice- si trova in una relazione complicata. Sì, certo, sono affari privati e non dovremmo parlarne ma se la compagna di Tridico (ad un certo punto si erano lasciati ma adesso sono tornati insieme) occupa prima un posto precario addirittura dentro il Tribunale e poi viene assunta al Centro Residenziale dell’Università della Calabria ci dev’essere qualcosa che non va. Specie se il suo compagno è stato il protagonista di un’inchiesta-barzelletta su presunti falsi esami proprio all’Unical.

Il Centro Residenziale dell’Unical

Lei si chiama Paola Mannavola e magicamente dal Tribunale si è spostata ad Arcavacata, Centro Residenziale, secondo piano. Fa la collaboratrice informatica, una dicitura che equivale a dire che non fa un bel niente: riscalda la sedia e le pagano uno stipendio grazie alle inchieste-farsa del suo compagno che di mestiere fa il magistrato corrotto.

Paola la conoscono in molti: ha frequentato il Liceo Classico ma non era certo una cima, ha avuto scarsa fortuna nel prosieguo degli studi e poi, finalmente, ha fatto centro legandosi a Tridico, che bene o male qualche lavoro gliel’ha rimediato. E noi dovremmo rispettare la privacy di questi signori quando loro – senza provare alcuna vergogna – ci vengono a sequestrare i computer perché cercano… droga? No, non rispettiamo nessuna privacy esattamente come loro non rispettano la nostra.

Ciao Paola e – mi raccomando – salutami il pm prima di uscire dalla vostra casetta di via Miceli per andare a… lavorare (si fa per dire, ovviamente).