Cosenza, l’illegalità come modello sociale

Advertising

Cosenza continua, nonostante tutto ciò che è venuto fuori, ad essere un porto franco per politici corrotti, imprenditori-prenditori, mafiosi, e intrallazzini.

Una città dove la regola principale è farsi i cazzi propri. L’impunità che ha sempre caratterizzato il malaffare a Cosenza ha reso possibile tra i cittadini il formarsi di un pensiero unico e  consolidato: vanno avanti solo i mafiosi e i politici corrotti, a loro non succede mai nulla, lottare contro di loro non serve a nulla.

Un pensiero malsano che si è trasformato in ammirazione verso chi delinque. Più sei bravo a rubare, intrallazzare, senza farti beccare, e più sei ammirato. L’illegalità come modello di riferimento sociale.

Nel resto d’Italia molte sono le procure che sul versante corruzione si stanno muovendo recuperando non solo la fiducia dei cittadini, ma anche quel minimo di legalità necessario per il  vivere civile.  Vedi procura di Roma e di Reggio Calabria. Dove le chiacchiere stanno a zero.

Le attività di queste procure hanno scoperchiato e portato alla luce il più classico dei sistemi di corruzione, divenuto in molti comuni italiani una “prassi”. Un sistema che è sempre stato sotto gli occhi di tutti. Infatti tutti i cittadini cosentini sanno bene come funzionano le cose al Comune: a lavorare sono sempre le stesse ditte. Questo perché la filiera del malaffare si forma proprio a partire dal cuore amministrativo dell’ente.

Se non c’è l’avallo e la complicità dei dirigenti comunali nessun intrallazzo è possibile. Come non è possibile per i dirigenti intrallazzare senza le protezioni e le coperture di magistrati e poliziotti corrotti. Ma guai a dirlo.

Il rischio a Cosenza per chi denuncia il malaffare è l’isolamento. Tutti si lamentano che la città non si evolve, ma nessuno ha il coraggio di sostenere chi denuncia ladrocini, abusi e minacce. Perché a Cosenza siamo tutti “amici”, ci conosciamo tutti, e quindi non bisogna fare torto a nessuno.

La lotta al malaffare deve restare solo roba che si sciorina nei convegni. Al cosentino non gliene può fregar de meno se dalle casse pubbliche si toglie al povero per dare al mafioso. L’importante è che in casa sua sia tutto apposto. Che tra le proprie mura domestiche tutto fili liscio.

Non abbiamo, come comunità, mai sviluppato una visione collettiva del “bene comune”. A Cosenza vige il detto: ad un palmo dal culo mio, fate ciò che volete. Tutto si svolge nel proprio microcosmo familiare e solo quando la tranquillità di questo viene intaccata, arriva la “ lamentela”. E’ così che si muovono e pensano i cosentini.

La causa principale dei nostri mali risiede nell’ignoranza e nella mediocrità della nostra classe politica. Che perpetua, come fanno i mafiosi, modelli sociali di riferimento dove, se non sei furbo, scaltro, ammanicato, resti attaccato al palo.

La regola è: qualsiasi cosa ti serve rivolgiti ad un politico corrotto o ad un mafioso, e ogni problema sarà risolto. Non serve rivolgerti alla Legge. Se hai subito un abuso è più facile che sia un “compare” a rispristinare la “regola”, piuttosto che un magistrato. Questo è un dato conclamato.

Rivolgersi alla Giustizia a Cosenza è come andare in pellegrinaggio a Lourdes, devi solo sperare che avvenga un miracolo. La mancanza di legalità ha generato mostri e reso la nostra comunità amorfa nei confronti della Legge. Solo i minchioni rispettano le regole. Siamo una città  totalmente asservita ai poteri forti, che da noi sono innominabili. Guai a fare nomi. Anche perché c’è il rischio di perdere, non solo la sicurezza personale, ma anche il pane. Perché da noi vale sempre il detto: chiama patri chini ti duna pane. E così sia.

GdD