Cosenza, l’ispettore Lupacchini: “Spagnuolo ha usato il processo Chiappetta come un grimaldello”

Il procuratore della Repubblica di Cosenza, Mario Spagnuolo

RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI

L’operazione Garden della DDA di Catanzaro aveva sconvolto gli equilibri decennali della corruzione cosentina e aveva messo in gravissima difficoltà la procura della Repubblica diretta da una coppia che ha sempre tenuto la polvere sotto il tappeto: Alfredo Serafini (passato a miglior vita) e Mario Spagnuolo (degno successore di cotanto “maestro”), impegnatissimi ad evitare alla DDA di scoperchiare le loro connivenze e complicità in combutta con un gruppo di avvocati lestofanti e al servizio della malavita e della politica corrotta. 

SESTA ED ULTIMA PUNTATA

L’ispettore inviato dal Ministero di Grazia e Giustizia, Otello Lupacchini, è rimasto sconcertato quanto tutti dalla nomina di Mario Spagnuolo a coordinatore della DDA di Catanzaro. Così com’è rimasto spiazzato dalla repentina piroetta del procuratore Lombardi, che quasi fosse stato morso da una tarantola, cambia completamente opinione rispetto al collega.

Otello Lupacchini

“Non basta la prospettazione riduzionista offerta dal dottore Lombardi – scrive Lupacchini – circa la portata dello scontro tra il sostituto procuratore di Cosenza Mario Spagnuolo e la DDA a rimuovere l’immagine di inquirente rapace e onnivoro, sempre pronto ad utilizzare il grimaldello delle indagini e del processo per l’omicidio di Pino Chiappetta, incurante delle prerogative funzionali e dei danni che potessero arrivare alle strategie processuali, all’immagine e alla credibilità professionale del collegio della DDA dalle proprie spregiudicate scorrerie investigative, troppo spesso in linea con la strategia offensiva enunciata dalla delegazione degli avvocati di Cosenza…”.

Sono parole pesanti come macigni, dove anche gli aggettivi dicono tutto. Dall’inquirente rapace e onnivoro al processo Chiappetta usato come grimaldello per delegittimare la DDA. Tutti voi sapete che cos’è un grimaldello: è uno strumento utilizzato per scassinare o aprire semplici serrature di cui non si possiede la chiave. Indicare questo strumento per qualificare l’attività di un magistrato ha un valore simbolico incredibile. Non serve aggiungere altro. Ma per una migliore comprensione di quanto si muoveva (e ancora si muove, visto che Spagnuolo è tornato dalla porta principale), ecco i dettagli sul processo-grimaldello.

Mario Spagnuolo

L’OMICIDIO DI PINO CHIAPPETTA

“… Ma il fatto criminoso che delinea chiaramente quale sia stato in quel periodo il ruolo della criminalità nel mondo economico e che rappresenta nella storia evolutiva del fenomeno un altro passaggio cruciale è l’omicidio, avvenuto nell’ottobre del 1990, dell’imprenditore e consigliere comunale di Rende, Pino Chiappetta, eletto nella Dc e vicino alle posizioni della corrente “Forze Nuove” guidata in Calabria dall’allora potentissimo notabile democristiano, Vito Napoli. L’omicidio matura in un contesto di gestione di appalti e subappalti e in un periodo in cui le organizzazioni imponevano il loro tariffario a tutte le imprese che realizzavano lavori pubblici in città e nell’hinterland. La vittima aveva osato mettere il naso negli affari del cemento senza chiedere il permesso ai boss…”.

(Gianfranco Bonofiglio, il Romanzo Criminale della città bruzia)

“… Pino Chiappetta ha 36 anni, viene da una facoltosa famiglia di imprenditori operanti nel settore dell’edilizia. Lo ammazzano la sera dell’8 ottobre 1990. Chiappetta insieme al fratello Paolo è dentro il circolo ricreativo “Pirito”, che si trova in contrada Commenda a Rende. Sta giocando a carte. In un istante si materializzano tre killer col colto coperto da una calza. Uno si ferma sulla porta a tenere bloccato l’ingresso e a controllare che non arrivi nessuno, gli altri due si avvicinano al tavolo dove c’è Chiappetta e gli sparano contro con le loro pistole semiautomatiche. Sette colpi di pistola. Tutti a segno. Chiappetta è morto subito. I medici del pronto soccorso dell’ ospedale di Cosenza non hanno potuto neppure tentare un qualsiasi intervento. I tre assassini poi spariscono a bordo di un’Alfa 33 rubata…”.

(Danilo Chirico, Cittadini innocenti uccisi dalla ‘ndrangheta)

Ben presto i pentiti hanno spiegato quello che si “poteva” spiegare. A cominciare da Franco Pino e Franco Garofalo, che in questa vicenda hanno giocato il ruolo dei mandanti. Insieme a Franco Perna e a Mario Pranno. Qundici anni a testa per i due pentiti ed ergastolo agli altri due. Mario Pranno, che in un primo tempo era entrato nella lista dei collaboratori, successivamente sarà ritenuto non attendibile. E’ evidente, quindi, che la pace siglata tra le cosche ha prodotto il secondo cadavere eccellente dopo quello di Sergio Cosmai.

Tanti i killer, ora pentiti, che hanno avuto a che fare con quella intricata matassa. Franco e Ferdinando Vitelli, Aldo Acri e Francesco Tedesco (condannati a pene variabili dal 22 ai 25 anni), Gianfranco Ruà, ex braccio destro di Pino, viene condannato a 27 anni di carcere, mentre Raffaele Mazzuca e Rinaldo Gentile a 15 anni.

Ventotto anni di carcere invece vengono inflitti ad Antonio Grimoli, ritenuto concorrente morale del delitto. Grimoli è costruttore come Chiappetta ed evidentemente ritiene che si sia “allargato” troppo, non solo nella sua attività professionale ma anche in politica. Quanto basta per “eliminarlo”. La posizione di Grimoli tuttavia sarà al centro di un clamoroso conflitto tra il pentito Franco Pino e il magistrato Mario Spagnuolo.

Ad un certo punto della storia, Franco Pino, nel febbraio 1999 per la precisione, se ne esce con una dichiarazione-shock: “La magistratura di Cosenza manipola le mie affermazioni! Ci sono gravissime irregolarità nella gestione dei verbali relativi alle mie deposizioni”. 

Insomma, Pino accusa i suoi amichetti Serafini e Spagnuolo di manipolargli le dichiarazioni. Secondo il pentito, Spagnuolo il furbo avrebbe manipolato i verbali facendo apparire come principale imputato e mandante dell’omicidio l’imprenditore Antonio Grimoli, concorrente diretto della buonanima di Chiappetta.

A Cosenza, dove nulla è come appare, non ci crede nessuno e si pensa immediatamente al solito gioco delle parti o, se preferite, al gioco delle tre carte tra Pino, Serafini e Spagnuolo. 

E così, il 26 febbraio 1999, all’udienza del processo per l’omicidio del consigliere comunale di Rende Pino Chiappetta, in corso a Cosenza, il pm Mario Spagnuolo ha difeso il suo operato, consegnando una nota alla presidente della Corte, Maria Teresa Cameli.

Spagnuolo, che secondo Pino avrebbe manipolato i verbali per inchiodare Antonio Grimoli (ovviamente a chiacchiere), ha rivendicato la correttezza dell’operato degli organi inquirenti.

In aula, per alcuni minuti, è comparso anche il procuratore capo Alfredo Serafini.

Alfredo Serafini
Alfredo Serafini

Ma Pino ha ribadito le sue accuse. Il collaboratore di giustizia, in particolare, ha affermato di non aver mai fatto il nome di Grimoli come andante dell’esecuzione mafiosa. L’ex boss di Cosenza ha riferito ai giudici di avere in realtà fatto un altro nome che però non sarebbe comparso nei verbali.

Chiappetta fu assassinato nell’ottobre del ’90. Secondo l’accusa, la sua eliminazione fu decisa nell’ambito di un regolamento di conti legato alla gestione di un appalto.

Spagnuolo, nel corso dell’udienza, ha letto un documento della procura con il quale sono state ribadite la “chiarezza”, la “linearita’” e la “trasparenza” dell’operato degli organi inquirenti.

grimoli 2In realtà, la procura di Cosenza (e quindi Serafini e Spagnuolo) non ha nessuna intenzione di condannare Grimoli e usa l’espediente della finta diatriba con Franco Pino per inquinare, come al solito, le prove, fare il figurone degli intransigenti con Pino (ma ci credono solo i caggi) per poi arrivare, in qualche modo, a determinare il flop in appello. Grimoli, in realtà, è colui che trae i maggiori benefici dalla morte di Chiappetta. 

Ma se proprio tutto questo non fosse stato sufficientemente chiaro a tutti, anche un altro pentito ci mette il “carico”.

Si trattava di Francesco Tedesco, ex latitante, il quale ha riferito di aver chiesto, dopo il suo arresto, di conferire con il magistrato. Tedesco ha sostenuto di aver fornito delle informazioni sull’uccisione di Chiappetta (che sarebbe stato eliminato al fine di allontanare dai corposi appalti che riguardavano la città un concorrente scomodo), omicidio al quale, a suo dire, Grimoli sarebbe stato estraneo.

Secondo il collaboratore, queste sue dichiarazioni non furono prese in considerazione dal magistrato che lo avrebbe anzi “dimenticato” per alcuni mesi in isolamento.

Che tristezza il gioco delle parti o ancora meglio il gioco delle tre carte. Io faccio finta di voler incastrare Grimoli e tu dici che è tutto falso. E che tristezza è stata rivedere la faccia (triste) di Spagnuolo di nuovo al ponte di comando della procura di Cosenza…

La faccia di uno che non cambierà. Mai.

6 – (fine)